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2025-12-28
Palestinesi fregati. La gran parte del denaro ricevuto veniva girata agli attentatori
Il presidente della comunità palestinese Mohammad Hannoun (Ansa)
Per gli inquirenti erano tutte riconducibili alla stessa regia, quella di Mohammad Hannoun, indicato come «membro del comparto estero di Hamas» e «vertice della cellula italiana dell’organizzazione», legale rappresentante o amministratore di fatto delle associazioni che facevano da bancomat per il movimento della resistenza islamica a Gaza. Con lui sono state arrestate altre otto persone: Osama Alisawi, «membro di Hamas», «già ministro dei Trasporti del governo di fatto di Hamas a Gaza», cofondatore della Abspp; Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, operativo nella raccolta e nel trasferimento dei fondi, anche tramite trasporto di contante; Elasaly Yaser, parte della struttura operativa della cellula; Albustanjy Riyad Abdelrahim Jaber, coinvolto nella gestione e nel trasferimento dei fondi; Al Salahat Raed, coinvolto nelle attività di finanziamento attraverso le associazioni. Da maggio 2023 era componente del board of directors della European palestinians conference, per lui si è subito speso l’imam di Firenze, Izzedin Elzir: «Lo conoscevo, e conoscendo la nostra realtà, per me è una bolla di sapone». In tre invece sono accusati di «concorso esterno in associazione terroristica»: Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh, per aver fornito supporto finanziario continuativo; Abu Deiah Khalil, indicato come promotore della nascita di nuove associazioni (tra cui La Cupola d’Oro) per proseguire la raccolta fondi nonostante i blocchi bancari; Abdu Saleh Mohammed Ismail, per il contributo fornito al sistema di finanziamento dell’organizzazione.
Le tre associazioni sono finite sotto sequestro, con un provvedimento che colpisce anche i patrimoni per un ammontare di 8 milioni di euro. Al quale vanno a sommarsi i contanti, per circa 1 milione, sequestrati ieri durante le perquisizioni e repertati dagli investigatori delle Fiamme gialle. Nell’inchiesta sono finite le analisi delle Sos, le Segnalazioni di operazioni sospette inviate dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia ed elaborate dalla Direzione nazionale Antimafia. Salameh, in particolare, era stato segnalato «per l’acquisto all’asta, in un lasso temporale ristretto, di oltre 40 immobili senza accedere ad alcuna linea di finanziamento». È lui, ricostruiscono gli investigatori, a consegnare, al casello autostradale di Lodi, una somma particolarmente consistente. L’operazione viene svelata dalle intercettazioni: «Ti devo portare 250.000, non li posso tenere tutti da me». E dopo essersi accordato, ha ringraziato: «Che Dio ti protegga… sono 250 e nel Pos 56 e bonifico 22 e diciamo che grazie a Dio abbiamo superato la somma dei 340 circa».
L’inchiesta si è poi sviluppata grazie alla cooperazione internazionale, soprattutto con le autorità olandesi, per ricostruire i contatti tra le associazioni di beneficenza italiane e il Movimento della resistenza islamica, che l’Unione europea indica come organizzazione terroristica. Il punto chiave sono i flussi di denaro. «In particolare», spiegano gli investigatori, sono finite al centro dell’indagine «operazioni di finanziamento, che si ritiene abbiano rilevantemente contribuito alle attività delittuose dell’organizzazione terroristica». I passaggi sarebbero stati costruiti grazie a «triangolazioni bancarie o con altre modalità per il tramite di associazioni con sede all’estero». Destinazioni precise: associazioni con sede «a Gaza, nei territori palestinesi o in Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas». E anche trasferimenti «direttamente a favore di suoi esponenti», come Osama Alisawi.
Il nome di Alisawi ricorre più volte negli atti. Oltre a essere indicato come «già ministro del governo di fatto a Gaza», secondo gli inquirenti, «in varie circostanze sollecitava il supporto finanziario». Non un beneficiario occasionale, ma un interlocutore stabile. Cofondatore, nel 1994, di una delle associazioni e delegato ad operare, dal 2001 al 2009, sui conti correnti. È sulla destinazione dei fondi che insiste l’ordinanza del gip di Genova Silvia Carpanini: le associazioni coinvolte, si legge, «operavano nella raccolta a fini umanitari di fondi per la popolazione palestinese destinati in realtà in parte rilevante (più del 71 per cento) al finanziamento diretto di Hamas o di associazioni a essa collegate o da essa controllate e di tutte le articolazioni dell’organizzazione terroristica». L’ordinanza chiarisce che quei fondi non servivano soltanto a sostenere strutture civili, ma contribuivano «al sostentamento dei familiari di persone coinvolte in attentati terroristici o di detenuti per reati terroristici», rafforzando così «l’intento di un numero indeterminato di componenti di Hamas di aderire alla strategia terroristica e al programma criminoso del gruppo».
Dopo il 7 ottobre, però, la strategia cambia. «In conseguenza alle limitazioni imposte dal sistema finanziario è stato attuato il trasferimento diretto per contanti attraverso cash couriers». È il cambio di passo: quando i canali bancari si chiudono, entrano in scena gli spalloni. Con episodi concreti, quelli scoperti in dogana. Il 9 ottobre 2024, per esempio, Dawoud, al momento dell’imbarco, dichiarava di trasportare 170.000 euro «per conto dell’Abspp, diretto in Turchia». Solo un mese dopo, all’imbarco per l’Egitto, «dichiarava di trasportare 100.000 euro» per la stessa associazione. C’è anche la consegna materiale del contante prima del viaggio. È sempre Dawoud a consegnare ad Hannoun uno zaino con 150.000 euro in pezzi da 50 euro. Lo stesso Hannoun si occupa delle consegne in più occasioni, sempre in Turchia. Il quadro che emerge è quello di una struttura stabile. E frutto di iniziative non individuali: «La costituzione di una cellula estera del movimento, sulla base degli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini, non può ritenersi il risultato di una iniziativa personale di coloro che hanno dato vita all’associazione solidaristica italiana nei primi anni Novanta ma, piuttosto, la realizzazione di un progetto strategico di Hamas». Da inserire in un contesto più ampio. Quella italiana, infatti, secondo chi indaga, «può essere considerata un’articolazione estera di Hamas», partecipe, «con altre simili associazioni, di un network che opera coordinandosi con la struttura decisionale dell’organizzazione madre». Alcune donazioni sarebbero finite addirittura a strutture «accusate di operare sotto il controllo diretto dell’ala militare». Gli indagati, secondo l’accusa, «si sono resi consapevolmente responsabili di aver sottratto capitali alle finalità assistenzialistiche», per destinarli «a un finanziamento diretto dell’organizzazione terroristica e delle sue attività criminose». Ed è a questo punto che entra in scena la «Da’Wa»: attività che hanno lo scopo di creare saldi legami con la popolazione palestinese e «svolte dall’organizzazione con la finalità», stando all’accusa, «di conquistare il cuore e convertire le persone, ottenere sostegno e reclutare nuovi attivisti del movimento». E oltre alle attività educative c’erano quelle «strettamente legate al settore militare». Da quelle di «formazione di giovani per i futuri ruoli di leadership dentro Hamas a quelle svolte per il settore studentesco nel Campo militare degli studenti (Command training institute), dall’educazione sullo status di martiri e prigionieri al simposio su jihad e santi guerrieri dell’organizzazione».
E sul sito Internet Infopal, organo di informazione finanziato da una delle associazioni finite sotto inchiesta (è emerso che Abspp avrebbe bonificato dal 2010 al 2024 oltre 300.000 euro, mentre dalle intercettazioni è emerso che mensilmente sarebbero stati elargiti 2.800 euro, oltre al denaro contante consegnato dopo la chiusura dei conti correnti), gestito da Angela Lano, finivano proprio le posizioni dell’ala militare. Un’intervista, in particolare, ha attirato l’attenzione di chi indaga: Mousa Abu Marzook, uno dei leader di Hamas, pontificava sull’ipotesi, «impercorribile», di una forza internazionale di pace per gestire la fragile tregua. Negli stessi giorni è finito online un articolo che riportava «una presa di posizione ascritta genericamente all’ala militare dell’associazione terroristica» che si dichiarava «non disponibile ad alcuna resa». D’altra parte, il leader di Hamas Khaled Mesh’Al aveva appena affermato che «con la consegna delle armi Hamas avrebbe perso anche la propria anima». Angela Lano ribadisce il concetto sulla pagina Facebook, condividendo un post del sociologo Alessandro Orsini: «È Israele che sta compiendo un genocidio a Gaza, mica Hamas». L’indagato Abu Rawwa, annotano gli inquirenti, «condivide le medesime posizioni dell’organizzazione, addirittura in anticipo sulle dichiarazioni ufficiali». L’8 ottobre 2024, infatti, a bordo della propria auto proclama «che Hamas non accetterà mai un governo esterno né la consegna delle armi». E mentre Hannoun, che ormai sentiva il fiato sul collo (tant’è che a telefono con la Lano premette: «Informiamo anche i nostri gentili intercettori che ormai sanno tutto di noi»), preparava la sua fuga in Turchia, nell’associazione i suoi adepti distruggevano o formattavano i computer. Tutti passaggi intercettati. Compreso quello con la moglie Fatema che gli ricorda: «Sei in pericolo».
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Il 71% dei fondi usato per scopi non umanitari. Dalle intercettazioni emerge un piano chiaro: «Noi ci sacrifichiamo con i soldi, loro col sangue». Ieri sequestrato 1 milione in contanti in case e sedi delle associazioni islamiste.Sette milioni di euro. È questa la cifra che, camuffata da beneficenza per il popolo palestinese, sarebbe partita dall’Italia per Hamas, l’organizzazione terroristica responsabile della strage del 7 ottobre. Un flusso di denaro che, per gli investigatori della Digos di Genova, del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza e del Nucleo speciale di polizia valutaria (coordinati dalla Procura di Genova e dalla Direzione nazionale Antimafia), avrebbe alimentato direttamente un sistema criminale con finalità di terrorismo internazionale. Tramite tre sigle: l’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese, fondata a Genova nel 1994 (dal 2007 avrebbe movimentato 800.000 euro solo per il suo funzionamento); l’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese-Organizzazione di volontariato, costituita nel 2003; e la più recente «Associazione benefica La Cupola d’Oro», aperta a Milano, in via Venini, nel dicembre 2023 con l’obiettivo di sostituire le associazioni genovesi, ormai troppo attenzionate.Per gli inquirenti erano tutte riconducibili alla stessa regia, quella di Mohammad Hannoun, indicato come «membro del comparto estero di Hamas» e «vertice della cellula italiana dell’organizzazione», legale rappresentante o amministratore di fatto delle associazioni che facevano da bancomat per il movimento della resistenza islamica a Gaza. Con lui sono state arrestate altre otto persone: Osama Alisawi, «membro di Hamas», «già ministro dei Trasporti del governo di fatto di Hamas a Gaza», cofondatore della Abspp; Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, operativo nella raccolta e nel trasferimento dei fondi, anche tramite trasporto di contante; Elasaly Yaser, parte della struttura operativa della cellula; Albustanjy Riyad Abdelrahim Jaber, coinvolto nella gestione e nel trasferimento dei fondi; Al Salahat Raed, coinvolto nelle attività di finanziamento attraverso le associazioni. Da maggio 2023 era componente del board of directors della European palestinians conference, per lui si è subito speso l’imam di Firenze, Izzedin Elzir: «Lo conoscevo, e conoscendo la nostra realtà, per me è una bolla di sapone». In tre invece sono accusati di «concorso esterno in associazione terroristica»: Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh, per aver fornito supporto finanziario continuativo; Abu Deiah Khalil, indicato come promotore della nascita di nuove associazioni (tra cui La Cupola d’Oro) per proseguire la raccolta fondi nonostante i blocchi bancari; Abdu Saleh Mohammed Ismail, per il contributo fornito al sistema di finanziamento dell’organizzazione. Le tre associazioni sono finite sotto sequestro, con un provvedimento che colpisce anche i patrimoni per un ammontare di 8 milioni di euro. Al quale vanno a sommarsi i contanti, per circa 1 milione, sequestrati ieri durante le perquisizioni e repertati dagli investigatori delle Fiamme gialle. Nell’inchiesta sono finite le analisi delle Sos, le Segnalazioni di operazioni sospette inviate dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia ed elaborate dalla Direzione nazionale Antimafia. Salameh, in particolare, era stato segnalato «per l’acquisto all’asta, in un lasso temporale ristretto, di oltre 40 immobili senza accedere ad alcuna linea di finanziamento». È lui, ricostruiscono gli investigatori, a consegnare, al casello autostradale di Lodi, una somma particolarmente consistente. L’operazione viene svelata dalle intercettazioni: «Ti devo portare 250.000, non li posso tenere tutti da me». E dopo essersi accordato, ha ringraziato: «Che Dio ti protegga… sono 250 e nel Pos 56 e bonifico 22 e diciamo che grazie a Dio abbiamo superato la somma dei 340 circa». L’inchiesta si è poi sviluppata grazie alla cooperazione internazionale, soprattutto con le autorità olandesi, per ricostruire i contatti tra le associazioni di beneficenza italiane e il Movimento della resistenza islamica, che l’Unione europea indica come organizzazione terroristica. Il punto chiave sono i flussi di denaro. «In particolare», spiegano gli investigatori, sono finite al centro dell’indagine «operazioni di finanziamento, che si ritiene abbiano rilevantemente contribuito alle attività delittuose dell’organizzazione terroristica». I passaggi sarebbero stati costruiti grazie a «triangolazioni bancarie o con altre modalità per il tramite di associazioni con sede all’estero». Destinazioni precise: associazioni con sede «a Gaza, nei territori palestinesi o in Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas». E anche trasferimenti «direttamente a favore di suoi esponenti», come Osama Alisawi. Il nome di Alisawi ricorre più volte negli atti. Oltre a essere indicato come «già ministro del governo di fatto a Gaza», secondo gli inquirenti, «in varie circostanze sollecitava il supporto finanziario». Non un beneficiario occasionale, ma un interlocutore stabile. Cofondatore, nel 1994, di una delle associazioni e delegato ad operare, dal 2001 al 2009, sui conti correnti. È sulla destinazione dei fondi che insiste l’ordinanza del gip di Genova Silvia Carpanini: le associazioni coinvolte, si legge, «operavano nella raccolta a fini umanitari di fondi per la popolazione palestinese destinati in realtà in parte rilevante (più del 71 per cento) al finanziamento diretto di Hamas o di associazioni a essa collegate o da essa controllate e di tutte le articolazioni dell’organizzazione terroristica». L’ordinanza chiarisce che quei fondi non servivano soltanto a sostenere strutture civili, ma contribuivano «al sostentamento dei familiari di persone coinvolte in attentati terroristici o di detenuti per reati terroristici», rafforzando così «l’intento di un numero indeterminato di componenti di Hamas di aderire alla strategia terroristica e al programma criminoso del gruppo». Dopo il 7 ottobre, però, la strategia cambia. «In conseguenza alle limitazioni imposte dal sistema finanziario è stato attuato il trasferimento diretto per contanti attraverso cash couriers». È il cambio di passo: quando i canali bancari si chiudono, entrano in scena gli spalloni. Con episodi concreti, quelli scoperti in dogana. Il 9 ottobre 2024, per esempio, Dawoud, al momento dell’imbarco, dichiarava di trasportare 170.000 euro «per conto dell’Abspp, diretto in Turchia». Solo un mese dopo, all’imbarco per l’Egitto, «dichiarava di trasportare 100.000 euro» per la stessa associazione. C’è anche la consegna materiale del contante prima del viaggio. È sempre Dawoud a consegnare ad Hannoun uno zaino con 150.000 euro in pezzi da 50 euro. Lo stesso Hannoun si occupa delle consegne in più occasioni, sempre in Turchia. Il quadro che emerge è quello di una struttura stabile. E frutto di iniziative non individuali: «La costituzione di una cellula estera del movimento, sulla base degli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini, non può ritenersi il risultato di una iniziativa personale di coloro che hanno dato vita all’associazione solidaristica italiana nei primi anni Novanta ma, piuttosto, la realizzazione di un progetto strategico di Hamas». Da inserire in un contesto più ampio. Quella italiana, infatti, secondo chi indaga, «può essere considerata un’articolazione estera di Hamas», partecipe, «con altre simili associazioni, di un network che opera coordinandosi con la struttura decisionale dell’organizzazione madre». Alcune donazioni sarebbero finite addirittura a strutture «accusate di operare sotto il controllo diretto dell’ala militare». Gli indagati, secondo l’accusa, «si sono resi consapevolmente responsabili di aver sottratto capitali alle finalità assistenzialistiche», per destinarli «a un finanziamento diretto dell’organizzazione terroristica e delle sue attività criminose». Ed è a questo punto che entra in scena la «Da’Wa»: attività che hanno lo scopo di creare saldi legami con la popolazione palestinese e «svolte dall’organizzazione con la finalità», stando all’accusa, «di conquistare il cuore e convertire le persone, ottenere sostegno e reclutare nuovi attivisti del movimento». E oltre alle attività educative c’erano quelle «strettamente legate al settore militare». Da quelle di «formazione di giovani per i futuri ruoli di leadership dentro Hamas a quelle svolte per il settore studentesco nel Campo militare degli studenti (Command training institute), dall’educazione sullo status di martiri e prigionieri al simposio su jihad e santi guerrieri dell’organizzazione». E sul sito Internet Infopal, organo di informazione finanziato da una delle associazioni finite sotto inchiesta (è emerso che Abspp avrebbe bonificato dal 2010 al 2024 oltre 300.000 euro, mentre dalle intercettazioni è emerso che mensilmente sarebbero stati elargiti 2.800 euro, oltre al denaro contante consegnato dopo la chiusura dei conti correnti), gestito da Angela Lano, finivano proprio le posizioni dell’ala militare. Un’intervista, in particolare, ha attirato l’attenzione di chi indaga: Mousa Abu Marzook, uno dei leader di Hamas, pontificava sull’ipotesi, «impercorribile», di una forza internazionale di pace per gestire la fragile tregua. Negli stessi giorni è finito online un articolo che riportava «una presa di posizione ascritta genericamente all’ala militare dell’associazione terroristica» che si dichiarava «non disponibile ad alcuna resa». D’altra parte, il leader di Hamas Khaled Mesh’Al aveva appena affermato che «con la consegna delle armi Hamas avrebbe perso anche la propria anima». Angela Lano ribadisce il concetto sulla pagina Facebook, condividendo un post del sociologo Alessandro Orsini: «È Israele che sta compiendo un genocidio a Gaza, mica Hamas». L’indagato Abu Rawwa, annotano gli inquirenti, «condivide le medesime posizioni dell’organizzazione, addirittura in anticipo sulle dichiarazioni ufficiali». L’8 ottobre 2024, infatti, a bordo della propria auto proclama «che Hamas non accetterà mai un governo esterno né la consegna delle armi». E mentre Hannoun, che ormai sentiva il fiato sul collo (tant’è che a telefono con la Lano premette: «Informiamo anche i nostri gentili intercettori che ormai sanno tutto di noi»), preparava la sua fuga in Turchia, nell’associazione i suoi adepti distruggevano o formattavano i computer. Tutti passaggi intercettati. Compreso quello con la moglie Fatema che gli ricorda: «Sei in pericolo».
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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