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2025-12-28
Palestinesi fregati. La gran parte del denaro ricevuto veniva girata agli attentatori
Il presidente della comunità palestinese Mohammad Hannoun (Ansa)
Per gli inquirenti erano tutte riconducibili alla stessa regia, quella di Mohammad Hannoun, indicato come «membro del comparto estero di Hamas» e «vertice della cellula italiana dell’organizzazione», legale rappresentante o amministratore di fatto delle associazioni che facevano da bancomat per il movimento della resistenza islamica a Gaza. Con lui sono state arrestate altre otto persone: Osama Alisawi, «membro di Hamas», «già ministro dei Trasporti del governo di fatto di Hamas a Gaza», cofondatore della Abspp; Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, operativo nella raccolta e nel trasferimento dei fondi, anche tramite trasporto di contante; Elasaly Yaser, parte della struttura operativa della cellula; Albustanjy Riyad Abdelrahim Jaber, coinvolto nella gestione e nel trasferimento dei fondi; Al Salahat Raed, coinvolto nelle attività di finanziamento attraverso le associazioni. Da maggio 2023 era componente del board of directors della European palestinians conference, per lui si è subito speso l’imam di Firenze, Izzedin Elzir: «Lo conoscevo, e conoscendo la nostra realtà, per me è una bolla di sapone». In tre invece sono accusati di «concorso esterno in associazione terroristica»: Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh, per aver fornito supporto finanziario continuativo; Abu Deiah Khalil, indicato come promotore della nascita di nuove associazioni (tra cui La Cupola d’Oro) per proseguire la raccolta fondi nonostante i blocchi bancari; Abdu Saleh Mohammed Ismail, per il contributo fornito al sistema di finanziamento dell’organizzazione.
Le tre associazioni sono finite sotto sequestro, con un provvedimento che colpisce anche i patrimoni per un ammontare di 8 milioni di euro. Al quale vanno a sommarsi i contanti, per circa 1 milione, sequestrati ieri durante le perquisizioni e repertati dagli investigatori delle Fiamme gialle. Nell’inchiesta sono finite le analisi delle Sos, le Segnalazioni di operazioni sospette inviate dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia ed elaborate dalla Direzione nazionale Antimafia. Salameh, in particolare, era stato segnalato «per l’acquisto all’asta, in un lasso temporale ristretto, di oltre 40 immobili senza accedere ad alcuna linea di finanziamento». È lui, ricostruiscono gli investigatori, a consegnare, al casello autostradale di Lodi, una somma particolarmente consistente. L’operazione viene svelata dalle intercettazioni: «Ti devo portare 250.000, non li posso tenere tutti da me». E dopo essersi accordato, ha ringraziato: «Che Dio ti protegga… sono 250 e nel Pos 56 e bonifico 22 e diciamo che grazie a Dio abbiamo superato la somma dei 340 circa».
L’inchiesta si è poi sviluppata grazie alla cooperazione internazionale, soprattutto con le autorità olandesi, per ricostruire i contatti tra le associazioni di beneficenza italiane e il Movimento della resistenza islamica, che l’Unione europea indica come organizzazione terroristica. Il punto chiave sono i flussi di denaro. «In particolare», spiegano gli investigatori, sono finite al centro dell’indagine «operazioni di finanziamento, che si ritiene abbiano rilevantemente contribuito alle attività delittuose dell’organizzazione terroristica». I passaggi sarebbero stati costruiti grazie a «triangolazioni bancarie o con altre modalità per il tramite di associazioni con sede all’estero». Destinazioni precise: associazioni con sede «a Gaza, nei territori palestinesi o in Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas». E anche trasferimenti «direttamente a favore di suoi esponenti», come Osama Alisawi.
Il nome di Alisawi ricorre più volte negli atti. Oltre a essere indicato come «già ministro del governo di fatto a Gaza», secondo gli inquirenti, «in varie circostanze sollecitava il supporto finanziario». Non un beneficiario occasionale, ma un interlocutore stabile. Cofondatore, nel 1994, di una delle associazioni e delegato ad operare, dal 2001 al 2009, sui conti correnti. È sulla destinazione dei fondi che insiste l’ordinanza del gip di Genova Silvia Carpanini: le associazioni coinvolte, si legge, «operavano nella raccolta a fini umanitari di fondi per la popolazione palestinese destinati in realtà in parte rilevante (più del 71 per cento) al finanziamento diretto di Hamas o di associazioni a essa collegate o da essa controllate e di tutte le articolazioni dell’organizzazione terroristica». L’ordinanza chiarisce che quei fondi non servivano soltanto a sostenere strutture civili, ma contribuivano «al sostentamento dei familiari di persone coinvolte in attentati terroristici o di detenuti per reati terroristici», rafforzando così «l’intento di un numero indeterminato di componenti di Hamas di aderire alla strategia terroristica e al programma criminoso del gruppo».
Dopo il 7 ottobre, però, la strategia cambia. «In conseguenza alle limitazioni imposte dal sistema finanziario è stato attuato il trasferimento diretto per contanti attraverso cash couriers». È il cambio di passo: quando i canali bancari si chiudono, entrano in scena gli spalloni. Con episodi concreti, quelli scoperti in dogana. Il 9 ottobre 2024, per esempio, Dawoud, al momento dell’imbarco, dichiarava di trasportare 170.000 euro «per conto dell’Abspp, diretto in Turchia». Solo un mese dopo, all’imbarco per l’Egitto, «dichiarava di trasportare 100.000 euro» per la stessa associazione. C’è anche la consegna materiale del contante prima del viaggio. È sempre Dawoud a consegnare ad Hannoun uno zaino con 150.000 euro in pezzi da 50 euro. Lo stesso Hannoun si occupa delle consegne in più occasioni, sempre in Turchia. Il quadro che emerge è quello di una struttura stabile. E frutto di iniziative non individuali: «La costituzione di una cellula estera del movimento, sulla base degli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini, non può ritenersi il risultato di una iniziativa personale di coloro che hanno dato vita all’associazione solidaristica italiana nei primi anni Novanta ma, piuttosto, la realizzazione di un progetto strategico di Hamas». Da inserire in un contesto più ampio. Quella italiana, infatti, secondo chi indaga, «può essere considerata un’articolazione estera di Hamas», partecipe, «con altre simili associazioni, di un network che opera coordinandosi con la struttura decisionale dell’organizzazione madre». Alcune donazioni sarebbero finite addirittura a strutture «accusate di operare sotto il controllo diretto dell’ala militare». Gli indagati, secondo l’accusa, «si sono resi consapevolmente responsabili di aver sottratto capitali alle finalità assistenzialistiche», per destinarli «a un finanziamento diretto dell’organizzazione terroristica e delle sue attività criminose». Ed è a questo punto che entra in scena la «Da’Wa»: attività che hanno lo scopo di creare saldi legami con la popolazione palestinese e «svolte dall’organizzazione con la finalità», stando all’accusa, «di conquistare il cuore e convertire le persone, ottenere sostegno e reclutare nuovi attivisti del movimento». E oltre alle attività educative c’erano quelle «strettamente legate al settore militare». Da quelle di «formazione di giovani per i futuri ruoli di leadership dentro Hamas a quelle svolte per il settore studentesco nel Campo militare degli studenti (Command training institute), dall’educazione sullo status di martiri e prigionieri al simposio su jihad e santi guerrieri dell’organizzazione».
E sul sito Internet Infopal, organo di informazione finanziato da una delle associazioni finite sotto inchiesta (è emerso che Abspp avrebbe bonificato dal 2010 al 2024 oltre 300.000 euro, mentre dalle intercettazioni è emerso che mensilmente sarebbero stati elargiti 2.800 euro, oltre al denaro contante consegnato dopo la chiusura dei conti correnti), gestito da Angela Lano, finivano proprio le posizioni dell’ala militare. Un’intervista, in particolare, ha attirato l’attenzione di chi indaga: Mousa Abu Marzook, uno dei leader di Hamas, pontificava sull’ipotesi, «impercorribile», di una forza internazionale di pace per gestire la fragile tregua. Negli stessi giorni è finito online un articolo che riportava «una presa di posizione ascritta genericamente all’ala militare dell’associazione terroristica» che si dichiarava «non disponibile ad alcuna resa». D’altra parte, il leader di Hamas Khaled Mesh’Al aveva appena affermato che «con la consegna delle armi Hamas avrebbe perso anche la propria anima». Angela Lano ribadisce il concetto sulla pagina Facebook, condividendo un post del sociologo Alessandro Orsini: «È Israele che sta compiendo un genocidio a Gaza, mica Hamas». L’indagato Abu Rawwa, annotano gli inquirenti, «condivide le medesime posizioni dell’organizzazione, addirittura in anticipo sulle dichiarazioni ufficiali». L’8 ottobre 2024, infatti, a bordo della propria auto proclama «che Hamas non accetterà mai un governo esterno né la consegna delle armi». E mentre Hannoun, che ormai sentiva il fiato sul collo (tant’è che a telefono con la Lano premette: «Informiamo anche i nostri gentili intercettori che ormai sanno tutto di noi»), preparava la sua fuga in Turchia, nell’associazione i suoi adepti distruggevano o formattavano i computer. Tutti passaggi intercettati. Compreso quello con la moglie Fatema che gli ricorda: «Sei in pericolo».
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Il 71% dei fondi usato per scopi non umanitari. Dalle intercettazioni emerge un piano chiaro: «Noi ci sacrifichiamo con i soldi, loro col sangue». Ieri sequestrato 1 milione in contanti in case e sedi delle associazioni islamiste.Sette milioni di euro. È questa la cifra che, camuffata da beneficenza per il popolo palestinese, sarebbe partita dall’Italia per Hamas, l’organizzazione terroristica responsabile della strage del 7 ottobre. Un flusso di denaro che, per gli investigatori della Digos di Genova, del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza e del Nucleo speciale di polizia valutaria (coordinati dalla Procura di Genova e dalla Direzione nazionale Antimafia), avrebbe alimentato direttamente un sistema criminale con finalità di terrorismo internazionale. Tramite tre sigle: l’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese, fondata a Genova nel 1994 (dal 2007 avrebbe movimentato 800.000 euro solo per il suo funzionamento); l’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese-Organizzazione di volontariato, costituita nel 2003; e la più recente «Associazione benefica La Cupola d’Oro», aperta a Milano, in via Venini, nel dicembre 2023 con l’obiettivo di sostituire le associazioni genovesi, ormai troppo attenzionate.Per gli inquirenti erano tutte riconducibili alla stessa regia, quella di Mohammad Hannoun, indicato come «membro del comparto estero di Hamas» e «vertice della cellula italiana dell’organizzazione», legale rappresentante o amministratore di fatto delle associazioni che facevano da bancomat per il movimento della resistenza islamica a Gaza. Con lui sono state arrestate altre otto persone: Osama Alisawi, «membro di Hamas», «già ministro dei Trasporti del governo di fatto di Hamas a Gaza», cofondatore della Abspp; Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, operativo nella raccolta e nel trasferimento dei fondi, anche tramite trasporto di contante; Elasaly Yaser, parte della struttura operativa della cellula; Albustanjy Riyad Abdelrahim Jaber, coinvolto nella gestione e nel trasferimento dei fondi; Al Salahat Raed, coinvolto nelle attività di finanziamento attraverso le associazioni. Da maggio 2023 era componente del board of directors della European palestinians conference, per lui si è subito speso l’imam di Firenze, Izzedin Elzir: «Lo conoscevo, e conoscendo la nostra realtà, per me è una bolla di sapone». In tre invece sono accusati di «concorso esterno in associazione terroristica»: Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh, per aver fornito supporto finanziario continuativo; Abu Deiah Khalil, indicato come promotore della nascita di nuove associazioni (tra cui La Cupola d’Oro) per proseguire la raccolta fondi nonostante i blocchi bancari; Abdu Saleh Mohammed Ismail, per il contributo fornito al sistema di finanziamento dell’organizzazione. Le tre associazioni sono finite sotto sequestro, con un provvedimento che colpisce anche i patrimoni per un ammontare di 8 milioni di euro. Al quale vanno a sommarsi i contanti, per circa 1 milione, sequestrati ieri durante le perquisizioni e repertati dagli investigatori delle Fiamme gialle. Nell’inchiesta sono finite le analisi delle Sos, le Segnalazioni di operazioni sospette inviate dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia ed elaborate dalla Direzione nazionale Antimafia. Salameh, in particolare, era stato segnalato «per l’acquisto all’asta, in un lasso temporale ristretto, di oltre 40 immobili senza accedere ad alcuna linea di finanziamento». È lui, ricostruiscono gli investigatori, a consegnare, al casello autostradale di Lodi, una somma particolarmente consistente. L’operazione viene svelata dalle intercettazioni: «Ti devo portare 250.000, non li posso tenere tutti da me». E dopo essersi accordato, ha ringraziato: «Che Dio ti protegga… sono 250 e nel Pos 56 e bonifico 22 e diciamo che grazie a Dio abbiamo superato la somma dei 340 circa». L’inchiesta si è poi sviluppata grazie alla cooperazione internazionale, soprattutto con le autorità olandesi, per ricostruire i contatti tra le associazioni di beneficenza italiane e il Movimento della resistenza islamica, che l’Unione europea indica come organizzazione terroristica. Il punto chiave sono i flussi di denaro. «In particolare», spiegano gli investigatori, sono finite al centro dell’indagine «operazioni di finanziamento, che si ritiene abbiano rilevantemente contribuito alle attività delittuose dell’organizzazione terroristica». I passaggi sarebbero stati costruiti grazie a «triangolazioni bancarie o con altre modalità per il tramite di associazioni con sede all’estero». Destinazioni precise: associazioni con sede «a Gaza, nei territori palestinesi o in Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas». E anche trasferimenti «direttamente a favore di suoi esponenti», come Osama Alisawi. Il nome di Alisawi ricorre più volte negli atti. Oltre a essere indicato come «già ministro del governo di fatto a Gaza», secondo gli inquirenti, «in varie circostanze sollecitava il supporto finanziario». Non un beneficiario occasionale, ma un interlocutore stabile. Cofondatore, nel 1994, di una delle associazioni e delegato ad operare, dal 2001 al 2009, sui conti correnti. È sulla destinazione dei fondi che insiste l’ordinanza del gip di Genova Silvia Carpanini: le associazioni coinvolte, si legge, «operavano nella raccolta a fini umanitari di fondi per la popolazione palestinese destinati in realtà in parte rilevante (più del 71 per cento) al finanziamento diretto di Hamas o di associazioni a essa collegate o da essa controllate e di tutte le articolazioni dell’organizzazione terroristica». L’ordinanza chiarisce che quei fondi non servivano soltanto a sostenere strutture civili, ma contribuivano «al sostentamento dei familiari di persone coinvolte in attentati terroristici o di detenuti per reati terroristici», rafforzando così «l’intento di un numero indeterminato di componenti di Hamas di aderire alla strategia terroristica e al programma criminoso del gruppo». Dopo il 7 ottobre, però, la strategia cambia. «In conseguenza alle limitazioni imposte dal sistema finanziario è stato attuato il trasferimento diretto per contanti attraverso cash couriers». È il cambio di passo: quando i canali bancari si chiudono, entrano in scena gli spalloni. Con episodi concreti, quelli scoperti in dogana. Il 9 ottobre 2024, per esempio, Dawoud, al momento dell’imbarco, dichiarava di trasportare 170.000 euro «per conto dell’Abspp, diretto in Turchia». Solo un mese dopo, all’imbarco per l’Egitto, «dichiarava di trasportare 100.000 euro» per la stessa associazione. C’è anche la consegna materiale del contante prima del viaggio. È sempre Dawoud a consegnare ad Hannoun uno zaino con 150.000 euro in pezzi da 50 euro. Lo stesso Hannoun si occupa delle consegne in più occasioni, sempre in Turchia. Il quadro che emerge è quello di una struttura stabile. E frutto di iniziative non individuali: «La costituzione di una cellula estera del movimento, sulla base degli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini, non può ritenersi il risultato di una iniziativa personale di coloro che hanno dato vita all’associazione solidaristica italiana nei primi anni Novanta ma, piuttosto, la realizzazione di un progetto strategico di Hamas». Da inserire in un contesto più ampio. Quella italiana, infatti, secondo chi indaga, «può essere considerata un’articolazione estera di Hamas», partecipe, «con altre simili associazioni, di un network che opera coordinandosi con la struttura decisionale dell’organizzazione madre». Alcune donazioni sarebbero finite addirittura a strutture «accusate di operare sotto il controllo diretto dell’ala militare». Gli indagati, secondo l’accusa, «si sono resi consapevolmente responsabili di aver sottratto capitali alle finalità assistenzialistiche», per destinarli «a un finanziamento diretto dell’organizzazione terroristica e delle sue attività criminose». Ed è a questo punto che entra in scena la «Da’Wa»: attività che hanno lo scopo di creare saldi legami con la popolazione palestinese e «svolte dall’organizzazione con la finalità», stando all’accusa, «di conquistare il cuore e convertire le persone, ottenere sostegno e reclutare nuovi attivisti del movimento». E oltre alle attività educative c’erano quelle «strettamente legate al settore militare». Da quelle di «formazione di giovani per i futuri ruoli di leadership dentro Hamas a quelle svolte per il settore studentesco nel Campo militare degli studenti (Command training institute), dall’educazione sullo status di martiri e prigionieri al simposio su jihad e santi guerrieri dell’organizzazione». E sul sito Internet Infopal, organo di informazione finanziato da una delle associazioni finite sotto inchiesta (è emerso che Abspp avrebbe bonificato dal 2010 al 2024 oltre 300.000 euro, mentre dalle intercettazioni è emerso che mensilmente sarebbero stati elargiti 2.800 euro, oltre al denaro contante consegnato dopo la chiusura dei conti correnti), gestito da Angela Lano, finivano proprio le posizioni dell’ala militare. Un’intervista, in particolare, ha attirato l’attenzione di chi indaga: Mousa Abu Marzook, uno dei leader di Hamas, pontificava sull’ipotesi, «impercorribile», di una forza internazionale di pace per gestire la fragile tregua. Negli stessi giorni è finito online un articolo che riportava «una presa di posizione ascritta genericamente all’ala militare dell’associazione terroristica» che si dichiarava «non disponibile ad alcuna resa». D’altra parte, il leader di Hamas Khaled Mesh’Al aveva appena affermato che «con la consegna delle armi Hamas avrebbe perso anche la propria anima». Angela Lano ribadisce il concetto sulla pagina Facebook, condividendo un post del sociologo Alessandro Orsini: «È Israele che sta compiendo un genocidio a Gaza, mica Hamas». L’indagato Abu Rawwa, annotano gli inquirenti, «condivide le medesime posizioni dell’organizzazione, addirittura in anticipo sulle dichiarazioni ufficiali». L’8 ottobre 2024, infatti, a bordo della propria auto proclama «che Hamas non accetterà mai un governo esterno né la consegna delle armi». E mentre Hannoun, che ormai sentiva il fiato sul collo (tant’è che a telefono con la Lano premette: «Informiamo anche i nostri gentili intercettori che ormai sanno tutto di noi»), preparava la sua fuga in Turchia, nell’associazione i suoi adepti distruggevano o formattavano i computer. Tutti passaggi intercettati. Compreso quello con la moglie Fatema che gli ricorda: «Sei in pericolo».
(Ansa)
Ferrovie nel mirino degli antagonisti. Un fronte di rabbia contro lo Stato con gli anarchici che, dopo aver rivendicato i sabotaggi alle linee dei treni degli scorsi giorni, ora minacciano di farne altri.
I numeri rivelati dal ministero dell’Interno sono preoccupanti. Solo nel 2025 i sabotaggi alle linee ferroviarie sono stati 49. Contro i 9 del 2024 e nessun caso registratosi invece nel 2023. Un’escalation che dà la misura di una strategia. Di un disegno preciso. Quello di colpire lo Stato e i cittadini, prendendo di mira i treni. Addirittura invocando la costituzione delle «Brigate ferroviarie» e inneggiando al 1977, quando l’estremismo di sinistra abbandonò le forme tradizionali di lotta per passare alla violenza diretta contro l’ordine pubblico.
È questo il quadro che emerge sul numero di attentati alla sicurezza dei trasporti come previsto dall’art. 432 del codice penale. Una ricerca fatta ad hoc dopo i sabotaggi di sabato scorso quando sulla linea Pesaro-Bologna sono stati piazzati ordigni incendiari che hanno mandato in tilt i treni causando pesanti ritardi e cancellazioni con conseguenti disagi per migliaia di viaggiatori e lavoratori. Il tutto «orgogliosamente» rivendicato dagli anarchici per esprimere la propria rabbia sociale che questa volta prende di mira le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, simbolo a loro dire, dell’asservimento degli Stati alle logiche del capitalismo e delle grandi industrie.
«Quest’azione mira a rendere visibili le contraddizioni che si porta con sé lo “spettacolo” delle Olimpiadi», nel caso specifico quelle invernali, come si legge sul blog anarchico La nemesi, che ha rivendicato la firma dell’incendio alla cabina per la movimentazione all’altezza di Pesaro. Nel mirino vi sarebbero grandi aziende come Leonardo, Eni, Gruppo Fs, partner ufficiali dei Giochi, «colpevoli» di collaborare e speculare «su guerre e devastazione della terra, in nome del feroce progresso capitalista».
Poco importa se colpendo i treni si colpiscono migliaia di lavoratori, le presunte vittime del capitalismo che gli anarchici dichiarano di voler combattere. Rigorosamente a danno dei contribuenti. «Libertà per tutt* * ribelli in gabbia», ribadiscono sui blog con tanto di asterischi woke che ben poco sanno di proletariato.
Non si è fatta attendere la reazione del ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, che al Tg1 ha accusato la sinistra di «sottostimare questi danni gravissimi»: «I dati del Viminale sui sabotaggi alle linee ferroviarie sono inquietanti e confermano le preoccupazioni già manifestate nei mesi scorsi. I 49 casi del 2025 rispetto ai 9 dell’anno precedente sono un attacco all’Italia che non resterà impunito», così il vicepremier, che ha promesso che lo Stato non starà fermo a subire ma agirà chiedendo il conto. «Oltre al carcere chiederemo risarcimenti milionari, a tutela dei passeggeri danneggiati», ha dichiarato il leader della Lega.
Dichiarazioni cui fanno eco quelle di Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento Ue e dell’eurodeputata della Lega, Anna Maria Cisint. Entrambi membri della commissione Trasporti all’Eurocamera in nota congiunta chiedono si proceda per reati di terrorismo, oltre che per interruzione di servizio pubblico. «Il nostro Paese, attraverso l’utilizzo di fondi del Pnrr, negli ultimi anni ha messo in cantiere e realizzato numerose opere per il completamento e l’ammodernamento della rete infrastrutturale dei Trasporti. Con il pretesto delle Olimpiadi, questi signori attaccano le ferrovie per il piacere di creare caos e insicurezza. Ormai non ci sono più dubbi, l’Italia è sotto attacco da parte di collettivi di anarchici, coordinati e organizzati». Una risposta ferma sembra quanto mai necessaria a fronte di uno scontro sociale che pare del tutto intenzionato ad alzare il livello.
Proprio nella notte di ieri si è registrato un altro sabotaggio. Questa volta sulla linea ferroviaria Lecco-Tirano che porta in Valtellina e permette di proseguire con collegamenti su gomma verso Bormio e Livigno, le sedi di gara delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Sette cavi di una centralina di scambio sono andati a fuoco mentre 64 centimetri sono stati danneggiati. Dai primi accertamenti effettuati dagli agenti della polizia ferroviaria e della questura di Lecco, si tratterebbe di un episodio doloso, anche se non ci sono stati feriti e conseguenze per il traffico ferroviario.
Fascicoli aperti per associazione con finalità di terrorismo, oltre che per attentato alla sicurezza dei trasporti, sono oggi anche sui tavoli delle Procure di Ancona e Bologna. Mentre, dopo gli episodi di sabato, proseguono le indagini sull’ordigno trovato inesploso a Castel Maggiore, sulla direttrice ferroviaria che da Bologna conduce fino a Venezia. Una bottiglia di plastica riempita di liquido infiammabile e collegata a un timer. Al vaglio possibili tracce biologiche sulle impronte papillari e sui materiali utilizzati. Anche tramite il confronto con altri episodi precedenti sebbene al momento sarebbero da escludersi similarità con altri casi rilevati avvenuti nel Bolognese negli anni recenti. La speranza è di poter rintracciare elementi utili per poter risalire agli autori. E consegnarli alla giustizia. Si spera.
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