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L’Europa discute di Euro Digitale, autonomia strategica e riduzione dell’evasione fiscale. L’India, invece, ha già costruito uno dei più grandi sistemi di pagamenti digitali al mondo.

Si chiama Unified Payments Interface (UPI) ed è un’infrastruttura pubblica che ha rivoluzionato il modo in cui oltre un miliardo di persone trasferiscono denaro, pagano beni e servizi e interagiscono con il sistema bancario. Un modello che sta attirando l’attenzione di governi, banche centrali e operatori finanziari e che offre diversi spunti di riflessione anche per l’Italia e per l’Unione Europea.

Oggi l’India rappresenta quasi la metà di tutte le transazioni digitali istantanee effettuate nel mondo. UPI è diventata una delle più importanti infrastrutture digitali pubbliche mai realizzate. Ha cambiato non solo il modo in cui gli indiani effettuano pagamenti, ma anche il funzionamento delle piccole imprese, il rapporto tra cittadini e banche e il concetto stesso di inclusione finanziaria.

Lanciata nel 2016, UPI consente di trasferire denaro istantaneamente da un conto corrente all’altro attraverso un’applicazione mobile. Un cliente può pagare un venditore ambulante, inviare denaro a un familiare, saldare il conto di un ristorante o acquistare beni online senza dover inserire l’Iban o utilizzare una carta di debito o di credito.

A dieci anni dalla sua introduzione, UPI è diventato il principale sistema di pagamento dell’India.

I numeri spiegano meglio di qualsiasi definizione la portata del fenomeno. Nell’anno fiscale 2025-2026, le transazioni effettuate attraverso UPI hanno superato 314 lakh crore di rupie (circa 3,14 trilioni di euro). Nel solo giugno 2026 il sistema ha elaborato circa 22,7 miliardi di transazioni per un valore di 28,92 lakh crore di rupie (circa 289,2 miliardi di euro). Alla piattaforma sono collegate oltre 700 banche e istituzioni finanziarie.

UPI non è quindi più soltanto un caso di successo nel settore fintech. È diventata un’infrastruttura nazionale sulla quale si muove una parte significativa dell’economia indiana, con un ruolo paragonabile a quello delle grandi reti che sostengono la vita quotidiana di un Paese.

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Il funzionamento di UPI

Alla base del sistema c’è un principio semplice: l’interoperabilità. UPI è gestita dalla National Payments Corporation of India (NPCI), un’organizzazione senza scopo di lucro promossa dalle banche indiane e regolata dalla Reserve Bank of India.

Prima della sua nascita, banche e portafogli digitali operavano spesso come sistemi separati. Trasferire denaro tra utenti appartenenti a banche o applicazioni diverse non era sempre immediato. UPI ha creato invece un linguaggio comune capace di collegare istituti bancari, applicazioni di pagamento ed esercenti.

L’utente collega uno o più conti correnti a un’applicazione compatibile. Può utilizzare l’app governativa BHIM, quella della propria banca oppure piattaforme private come Google Pay, PhonePe o Paytm.

Quando parte un pagamento, l’applicazione invia la richiesta alla rete UPI. La banca verifica il conto, la disponibilità dei fondi e l’autenticazione dell’utente. Il sistema centrale della NPCI instrada quindi la transazione verso la banca del beneficiario, che accredita immediatamente il denaro sul conto del destinatario.

Il denaro non passa quindi attraverso le applicazioni utilizzate dai clienti. Google Pay, PhonePe o altre piattaforme rappresentano soltanto l’interfaccia attraverso cui viene effettuata l’operazione. Il trasferimento avviene direttamente tra conti bancari regolamentati.

Il sistema funziona ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, anche nei fine settimana e nei giorni festivi. L’autenticazione avviene generalmente tramite un codice PIN personale, mentre le versioni più recenti supportano anche strumenti come autenticazione biometrica, pagamenti offline, operazioni tramite telefoni non smartphone, pagamenti ricorrenti e strumenti di credito integrati nell’ecosistema UPI.

L’architettura è aperta: banche, società fintech e aziende tecnologiche competono per offrire servizi ai clienti, ma utilizzano tutte la stessa infrastruttura nazionale.

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Il modello senza commissioni

Uno degli elementi più sorprendenti di UPI riguarda i costi. Per i normali pagamenti tra conti correnti, né il cliente né l’esercente sostengono commissioni di transazione.

È una differenza significativa rispetto al modello tradizionale delle carte, dove l’esercente paga generalmente una Merchant Discount Rate (MDR), una commissione distribuita tra banche, circuiti di pagamento e altri intermediari.

L’India ha scelto una strada diversa introducendo la politica dello zero MDR. L’obiettivo era rendere il pagamento digitale più conveniente del contante, soprattutto per piccoli commercianti e fasce della popolazione a basso reddito.

Se milioni di venditori ambulanti avessero dovuto rinunciare all’1 o al 2 per cento del valore di ogni vendita, molti avrebbero continuato a utilizzare esclusivamente il contante. Eliminando questo ostacolo economico, il Governo ha favorito una diffusione capillare dei pagamenti digitali.

Oggi anche un piccolo negozio di quartiere, un tassista, un venditore di frutta o un chiosco di tè possono accettare pagamenti digitali semplicemente esponendo un codice QR stampato, il cui costo è praticamente nullo.

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Il prezzo nascosto della gratuità

Il fatto che un pagamento UPI sia gratuito per il consumatore non significa che il sistema non abbia un costo.

Dietro ogni transazione operano infrastrutture tecnologiche, reti di comunicazione, sistemi di sicurezza informatica, strumenti di prevenzione delle frodi, software, assistenza ai clienti e gestione delle controversie.

Le banche mantengono i conti correnti e gestiscono i regolamenti. I fornitori di servizi di pagamento sviluppano le applicazioni. Le banche che acquisiscono gli esercenti gestiscono i codici QR. La NPCI mantiene e aggiorna l’infrastruttura centrale, mentre le società tecnologiche investono in sicurezza, autenticazione e prevenzione delle frodi.

Per chi paga, l’operazione non ha alcun costo visibile. Dietro le quinte, però, esiste un ecosistema complesso che deve sostenere spese rilevanti.

Non esiste una stima ufficiale e certificata del costo complessivo annuale di UPI. Le spese sono distribuite tra centinaia di banche, società fintech, aziende tecnologiche, NPCI e Governo.

Secondo alcune stime del settore, il costo complessivo ammonterebbe a circa 10.000 crore di rupie (circa 1 miliardo di euro) all’anno. Si tratta tuttavia di valutazioni di mercato e non di dati ufficialmente certificati.

La stessa NPCI ha registrato ricavi per circa 3.270 crore di rupie (327 milioni di euro) e un utile netto di 1.552 crore di rupie (155,2 milioni di euro) nell’esercizio concluso a marzo 2025. Questi dati, però, non comprendono gli investimenti sostenuti separatamente dalle banche commerciali e dagli operatori fintech.

Il ruolo dello Stato

Una parte dei costi viene sostenuta anche attraverso programmi pubblici di incentivazione.

Per l’anno fiscale 2024-2025 il Governo indiano ha stanziato 1.500 crore di rupie (circa 150 milioni di euro) per incentivare i piccoli esercenti ad accettare pagamenti UPI.

Le operazioni fino a 2.000 rupie (circa 20 euro) beneficiano di un incentivo pari allo 0,15 per cento, distribuito tra banche, fornitori di servizi e operatori della piattaforma.

Il sostegno pubblico non copre quindi il costo di tutte le transazioni, ma si concentra soprattutto sui piccoli commercianti, considerati fondamentali per favorire l’inclusione finanziaria.

Secondo le stime, negli ultimi quattro anni sono stati distribuiti circa 8.000 crore di rupie (circa 800 milioni di euro) a sostegno di UPI e del circuito RuPay.

Chi sostiene davvero il costo

Il costo del sistema viene quindi distribuito tra diversi soggetti.

I contribuenti finanziano gli incentivi pubblici. Le banche investono in tecnologia, sicurezza, assistenza e infrastrutture. Le società fintech recuperano parte degli investimenti offrendo altri servizi finanziari, come prestiti, assicurazioni e investimenti.

Anche gli esercenti, pur non pagando commissioni sulle transazioni, possono sostenere costi per dispositivi, software gestionali o servizi aggiuntivi.

Per il consumatore il pagamento resta gratuito. Il costo, semplicemente, viene spalmato sull’intero ecosistema finanziario.

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Perché UPI interessa all’Europa

La scelta dell’India non nasce soltanto dal tentativo di rendere i pagamenti più semplici e veloci. Alla base c’è una precisa strategia economica.

Il contante ha un costo: stampare banconote, trasportarle, proteggerle, alimentare gli sportelli automatici e contrastare la contraffazione richiede risorse. Inoltre le transazioni in contanti lasciano meno tracce documentali, rendendo più difficile per le piccole imprese costruire uno storico finanziario utile per ottenere credito e favorendo fenomeni come economia sommersa ed evasione fiscale.

I pagamenti digitali producono invece una cronologia verificabile delle operazioni. Le imprese possono costruire uno storico finanziario, le banche dispongono di maggiori informazioni per concedere credito e lo Stato può gestire gli incentivi in modo più efficiente. Questo non elimina evasione fiscale, riciclaggio o anonimato delle transazioni, ma rende più difficile utilizzarli.

UPI rafforza inoltre il controllo tecnologico dell’India sui propri sistemi di pagamento. Invece di dipendere principalmente dai circuiti internazionali delle carte, il Paese ha creato un’infrastruttura nazionale gestita da istituzioni indiane e collegata direttamente alle banche del Paese, mantenendo il controllo sugli standard tecnologici, sulla governance dei dati e sull’evoluzione futura del sistema.

L’esperienza indiana interessa quindi anche l’Europa.

I governi europei stanno investendo nella digitalizzazione, nella riduzione dell’evasione fiscale e nell’autonomia strategica. L’Euro Digitale rappresenta un tassello di questo percorso, ma una moneta digitale non vive soltanto del suo strumento di emissione: ha bisogno anche di un’infrastruttura attraverso cui trasferire valore.

UPI mostra che un sistema aperto e interoperabile può favorire la diffusione dei pagamenti digitali, ridurre i costi per cittadini ed esercenti e lasciare spazio alla concorrenza tra operatori privati.

Per l’Italia il tema è particolarmente rilevante. Il contante continua ad avere un ruolo importante nell’economia, l’evasione fiscale resta un problema e molti piccoli commercianti considerano elevate le commissioni associate ai pagamenti elettronici.

India ed Europa hanno sistemi bancari, normativi e istituzionali profondamente diversi. Non si tratta quindi di replicare il modello UPI, ma di osservare alcuni principi alla base del suo funzionamento: interoperabilità, costi contenuti, regolamento istantaneo e infrastruttura aperta.

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La sfida della sostenibilità

Il successo di UPI non è più in discussione. La vera domanda riguarda il futuro: un sistema che gestisce centinaia di miliardi di transazioni può continuare a crescere mantenendo un modello economico sostenibile?

Banche e operatori dei pagamenti sostengono che l’assenza di commissioni limiti la capacità di investire in infrastrutture, sicurezza informatica e prevenzione delle frodi. Alcuni propongono quindi l’introduzione di una modesta commissione per i grandi esercenti, mantenendo la gratuità per consumatori e piccole imprese.

Il dibattito è destinato a continuare. Ma un elemento appare ormai evidente: l’India ha cambiato il modo di concepire i pagamenti digitali, trattandoli come un’infrastruttura pubblica e non soltanto come un servizio finanziario.

L’Europa non deve necessariamente seguire la stessa strada. I contesti economici e istituzionali sono diversi. Tuttavia UPI dimostra che il futuro dei pagamenti non dipenderà soltanto dalla moneta utilizzata, ma anche dall’architettura che permette al denaro di circolare in modo rapido, sicuro e a costi sostenibili.

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