Khalil al-Hayya hamas
Il nuovo capo di Hamas, Khalil al-Hayya (Iranian Leader Press Office/Anadolu via Getty Images)

Khalil al-Hayya è un esponente di vertice di Hamas ed è da anni uno dei principali responsabili politici e strategici del movimento jihadista.

Mentre c’è chi lo descrive come un leader politico pragmatico, non è che un terrorista e uno dei dirigenti che hanno organizzato, sostenuto e giustificato il massacro del 7 ottobre 2023, nel quale furono uccise circa 1.200 persone e oltre 250 vennero prese in ostaggio.

Legato all’Iran e considerato uno degli esponenti più intransigenti dell’organizzazione, al-Hayya appartiene alla corrente che si oppone al disarmo di Hamas e sostiene il mantenimento della lotta armata come elemento centrale della strategia del movimento. Ricchissimo come gli altri membri del Politburo di Hamas, vive in Qatar da molti anni. Lo scorso 20 luglio è stato eletto nuovo capo del cosiddetto Ufficio politico. Al ballottaggio ha superato l’ex leader politico Khaled Meshaal, diventando il successore di Yahya al-Sinwar, la mente dell’attacco del 7 ottobre.

Dopo l’uccisione di Sinwar in un raid israeliano su Gaza City, la guida del movimento era stata affidata a un consiglio direttivo presieduto dal veterano Mohammed Darwish. Fino all’ottobre 2024 al-Hayya aveva ricoperto l’incarico di vicepresidente dell’Ufficio politico di Hamas. Nel corso degli anni ha fatto parte del comitato direttivo del movimento e del Consiglio legislativo palestinese come rappresentante di Gaza City, consolidando progressivamente il proprio peso politico.

Dopo la morte di Sinwar e dell’allora capo dell’Ufficio politico Ismail Haniyeh, è diventato una delle figure più influenti di Hamas, partecipando anche ai negoziati indiretti con Israele per il cessate il fuoco e lo scambio degli ostaggi.

Nato il 5 novembre 1960 nella Striscia di Gaza, durante l’amministrazione egiziana del territorio, è conosciuto con il nome di battaglia Abu Osama. Ha conseguito un dottorato in Scienze della Sunnah e degli Hadith presso l’Università del Sacro Corano e delle Scienze Islamiche del Sudan, oltre a lauree e master in studi islamici ottenuti tra la Giordania e Gaza.

All’inizio degli anni Novanta ha trascorso circa tre anni nelle carceri israeliane. Una volta rilasciato è rientrato in Hamas, dove nel corso di oltre trent’anni ha scalato i vertici dell’organizzazione. Nel corso della sua carriera è sopravvissuto a diversi tentativi di eliminazione da parte di Israele.

Nel 2007 un bombardamento mirato uccise sette membri della sua famiglia, mentre lui si salvò perché assente al momento dell’attacco. Durante il conflitto del 2014 un nuovo raid israeliano colpì la sua abitazione nel quartiere di Shujaiya, a Gaza City: morirono il figlio Osama, la moglie, altri figli e numerosi familiari.

Il 9 settembre dello scorso anno è sopravvissuto a un nuovo attentato israeliano contro un complesso residenziale di Doha, in Qatar, che aveva come obiettivo alcuni alti dirigenti di Hamas. Nell’attacco è rimasto ucciso suo figlio Hammam. Stretto collaboratore di Yahya al-Sinwar, secondo il New York Times avrebbe partecipato nel luglio 2023 a una riunione segreta durante la quale furono discussi i dettagli dell’attacco del 7 ottobre.

Dopo il massacro, al-Hayya rivendicò pubblicamente l’operazione sostenendo che si fosse «resa necessaria per cambiare l’intera equazione e non solo per cercare uno scontro», aggiungendo che l’obiettivo di Hamas non fosse amministrare Gaza, ma riportare al centro dell’attenzione internazionale la causa palestinese. Nel 2024 aveva inoltre dichiarato che Hamas avrebbe potuto accettare un cessate il fuoco e deporre le armi nel caso in cui fosse stato istituito uno Stato palestinese indipendente entro i confini precedenti al 1967 con Gerusalemme come capitale.

Tuttavia, la sua successiva affermazione ai vertici del movimento e la sua appartenenza alla corrente più vicina all’Iran sono considerate da molti osservatori il segnale della continuità della linea più rigida di Hamas, che non prevede il disarmo dell’organizzazione né un abbandono della strategia della lotta armata. Un criminale che succede ad un altro criminale, come nella tradizione di Hamas.

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