alice weidel afd
Alice Weidel, leader di AfD (Ansa)

La settimana scorsa il Parlamento europeo ha votato con 414 si, 224 no e 18 astensioni, l’avvio di una procedura per verificare se il partito europeo Europa delle nazioni sovrane (Esn) rispetti i valori fondamentali dell’Unione. Se al termine dell’iter dovessero emergere violazioni dei principi sanciti dall’articolo 2 del Trattato Ue, l’Autorità per i partiti politici potrebbe arrivare a cancellare Esn dal registro dei partiti europei, con la conseguente perdita dei finanziamenti comunitari: solo nel 2026 il partito ne ha incassati oltre 2 milioni. Esn è il gruppo più a destra dell’arco parlamentare europeo, ed è ormai quasi interamente egemonizzato dalla tedesca Afd.

Questo voto riporta a galla un dilemma che l’Europa non ha mai saputo sciogliere davvero: di fronte all’ascesa di movimenti come Afd conviene coinvolgerli, affidando loro responsabilità di governo con la speranza che le contraddizioni del potere li logorino agli occhi dell’elettorarato, oppure isolarli, costruendo attorno a loro un cordone sanitario, usando ogni norma disponibile per metterli fuori gioco? L’impressione, osservando i fatti, è che nessuna delle due strade stia davvero arrestando la loro crescita. Anzi.

Uscita dal recente congresso di Erfurt compatta, quasi monolotica, Alternative für Deutschland naviga col vento in poppa. Accreditata di circa il 29% delle intenzioni di voto a livello nazionale, contro il 21% di Cdu-Csu e un misero 12% della Spd, è ormai, sulla carta, il primo partito tedesco. Si prepara a coronare il suo annus mirabilis con le elezioni amministrative statali di settembre in Sassonia-Anhalt e in Pomerania-Mecklenburgo, i due Länder dell’Est, dove è data in grado di stravincere, forse fino alla maggioranza assoluta dei seggi.

Sarebbe, nella storia tedesca postbellica, la prima volta che un partito di estrema destra governa un Land, nonostante il Brandmauer, il «cordone di sicurezza» che impedisce formalmente ogni collaborazione degli altri partiti con Afd. Solidi anche i due leader confermati nel congresso, Alice Weidel e Tino Chrupalla, con un numero maggiore di preferenze andate alla prima. Dietro a questa facciata monolitica, si intravedono comunque in filigrana crepe non secondarie, radicate in una storia di partito tutt’altro che lineare. Afd è infatti passata attraverso trasformazioni cicliche di pelle politica e di classe dirigente. Nasce nel 2013 da un gruppo di euroscettici che già dal 2010 tentava di costruire una nuova formazione, sullo sfondo della crisi europea del debito pubblico e della moneta unica, innescata dai mercati finanziari internazionali. I fondatori consideravano la gestione europea di quella crisi, a partire dal caso greco, profondamente sbagliata e dannosa per la Germania. In quella fase iniziale Afd, si presenta come partito «eurocritico», in senso liberal-conservatore; non è ancora un movimento populista di destra, ma un’organizzazione alto borghese euroscettica, di stampo accademico ed economico.

Il vero cambio di pelle e il riorientamento avvengono di fronte a tre nodi irrisolti della società tedesca: la mancata soluzione dei problemi nella Germania orientale dopo la riunificazione, la crisi economica e industriale che ha falcidiato posti di lavoro, e il tema dell’immigrazione percepito con effetti destabilizzanti, anche psicologici, da larghe fasce di popolazione.

Il vero difetto della politica europea, e di quella tedesca in particolare, resta un’analisi mancata. Ci si ostina a chiedersi come arginare questi movimenti senza mai affrontarne le cause reali. Il motivo è semplice: analizzare le cause significherebbe ammettere anni di politiche sbagliate e mettere a nudo una classe dirigente, nazionale ed europea, non all’altezza delle sfide. È molto più comodo tentare, con ogni strumento a disposizione, di mettere fuori gioco la realtà anziché correggerla. Da anni pesa su Afd il sospetto di una adesione solo formale ai valori costituzionali, e la sua legittimità come forza politica è stata più volte messa in discussione, un tema tornato ora a riproporsi anche a livello europeo. Ma è difficile credere che l’ascesa del partito possa essere arginata con strumenti di questo tipo, quasi fossero «un contravveleno nei confronti dell’idra dalle cento teste» che, per quanto mozzate, ricrescono incessantemente. Finché Afd avrà la capacità di raccogliere il malcontento generato da precarietà, disoccupazione, e dal vuoto di rappresentanza lasciato da politiche suicide, sarà molto difficile liberarsene. E le conseguenze politiche di questo fallimento saranno profondissime non solo per la Germania ma per l’Europa intera.

L’ex ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, in una recente intervista al Corriere della Sera, ha osservato che una vittoria di Afd in Germania priverebbe l’Unione europea di ogni futuro. Non si può dargli torto. Ma è altrettanto facile obiettare che di un’Unione europea ridotta com’è oggi, incapace di affrontare le cause profonde del proprio malessere e limitata a rincorrerne gli effetti con procedure e cordoni sanitari, c’è da dubitare che qualcuno ne posso sentire davvero l’assenza. La verità è che un interrogativo si fa sempre più strada nel cuore dell’Europa: sarà la destra a guidare il nuovo processo di transizione?

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