Una nazione che, come l’Ucraina, lotta per sopravvivere, gioca tutte le carte che ha in mano. È comprensibile.
Ma se, nel combattere, compromette gli interessi dei suoi alleati, è quantomeno bizzarro che costoro non solo rinuncino a protestare, ma finiscano pure per pagarla affinché continui a danneggiarli.
Sia con il maxi prestito Ue da 90 miliardi, ultima erogazione di una lunga serie di aiuti finanziari; sia con quella che somiglia a una vera e propria tassa Zelensky, proposta ieri dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz. È il quadro desolante dell’eurotafazzismo.
Cominciamo dalle sorpresine che ci riservano gli ucraini. Come se non bastasse la guerra a puntate di Donald Trump in Iran a sconquassare il mercato dell’energia, facendo schizzare i prezzi di carburanti e bollette energetiche, Kiev, ieri, ha pensato bene di aggiungere il suo contributo, bombardando con i droni una stazione di compressione del gasdotto Blue Stream, che porta il metano russo verso la Turchia.
Il combinato disposto delle tensioni in Medio Oriente e degli attacchi alle infrastrutture dell’oro azzurro di Mosca ha subito provocato un rialzo del costo del gas, salito di quasi il 6% al Ttf, sfiorando quota 50 euro al megawattora. Tanto più che, stando ai resoconti, a Hormuz le petroliere passano con cautela, mentre il Gnl è pressoché fermo.
L’Ucraina, ad ogni buon conto, ha colpito anche tre raffinerie e due tanker russi, per aggravare la crisi di approvvigionamenti che adesso preoccupa pure Vladimir Putin e che, auspicabilmente, dovrebbe convincerlo a negoziare.
Gazprom ha avviato immediatamente i lavori di riparazione della pipeline, situata nel territorio di Krasnodar, l’area geografica che è collegata alla Crimea occupata dall’ormai famoso ponte di Kerch. Secondo la società, le forniture ad Ankara non si sono interrotte nonostante il raid.
La nazione di Volodymyr Zelensky non sembra farsi grossi scrupoli, se le conseguenze dei suoi attacchi si riverberano sull’Occidente che la sovvenziona. Ciò era stato motivo di attrito già con l’amministrazione americana di Joe Biden: l’ex presidente, più volte, aveva intimato a Kiev di astenersi dal bersagliare gli impianti di greggio, per scongiurare ripercussioni sui mercati. Verso l’Europa, l’Ucraina non mostra altrettante accortezze.
Restiamo in tema di gas: il sabotaggio del Nord Stream del settembre 2022 rimane, finora, l’unico vero atto bellico nei confronti di un membro della Nato. A compierlo era stato il cittadino ucraino Serhii Kuznietsov, al quale la Procura tedesca ha da poco contestato vari reati, compresa la complicità in crimini di guerra. I magistrati, peraltro, hanno messo nero su bianco che quell’incursione fu portata avanti «per conto di organi statali ucraini».
Zelensky poteva non sapere? Il suo fidato consigliere, Mychailo Podolyak, all’indomani degli attentati, parlò di «attacco terroristico pianificato da Mosca per destabilizzare l’economia Ue». Che odorino di depistaggio…
Più di recente, le faide contro gli oligarchi disertori, evidentemente gestite dai servizi segreti del Paese invaso dalle truppe dello zar, hanno turbato il Principato di Monaco, scosso dallo scoppio della bomba che avrebbe dovuto uccidere Vadym Ermolaev e la sua famiglia. La donna responsabile dell’agguato, Anastasiia Berezovksa, è stata assassinata a Kiev, con dei colpi di pistola alla testa, da uno 007 reo confesso. Il quale, nondimeno, si è affrettato a scagionare gli apparati di sicurezza, giurando di aver agito all’insaputa dei suoi superiori. Ancora una volta, quello stinco di santo di Zelensky non era al corrente di nulla.
A fronte di tutto questo e alla faccia del trattamento che è stato riservato alla Germania, principale vittima della distruzione del Nord Stream, Merz si è abbandonato a un afflato di liberalità. E all’arrivo al vertice Nato di Ankara, ha annunciato che Berlino «ha lanciato un’iniziativa europea congiunta per il 2026 e il 2027, per fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro all’anno».
Capito? Abbiamo appena iniziato a versare le tranche del credito faticosamente negoziato al Consiglio Ue dello scorso dicembre, dopo una lunga querelle sull’impiego come garanzia degli asset russi – una follia schivata grazie all’opposizione di Belgio, Italia e Francia – e dopo il tira e molla con Viktor Orbán, i cui veti sono stati rimossi dal successore, Péter Magyar; non contenti, gli alleati in trincea «per i nostri valori» (tipo far saltare per aria la gente?) hanno ricominciato a chiederci soldi e contraeree; e noi, in men che non si dica, ci siamo impegnati a versare loro altri 140 miliardi, di cui 70 già quest’anno e 70 l’anno prossimo.
Abbiamo anche smesso di definire questi finanziamenti «prestiti». Si suppone che un prestito vada restituito, benché sia il segreto di Pulcinella che Zelensky non ci ridarà mai le somme anticipate. Alla fine, ogni Stato dell’Unione dovrà sobbarcarsi la sua quota a copertura del buco, che per Roma ammonta a circa 25 miliardi. Ma a quanto pare, con i 70 miliardi di Merz siamo definitivamente passati dal prestito al regalo.
Volevamo strangolare Putin con il cappio delle sanzioni; siamo ancora sicuri che non finiremo prima per strangolarci da soli?
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