Unione europea, il 93% dei cittadini boccia il «fumo» di Ursula von der Leyen
Ursula von der Leyen (Ansa)

Ottantaduemila contributi. Basterebbe questo numero per capire che la revisione della Direttiva europea sui prodotti del tabacco non è una pratica burocratica qualsiasi. È diventata un banco di prova della credibilità delle istituzioni europee. Perché una consultazione pubblica serve a una cosa soltanto: ascoltare. E se, dopo aver chiesto un parere a decine di migliaia di cittadini, imprese, ricercatori e associazioni, si tira dritto come se nulla fosse, allora la domanda diventa inevitabile: a cosa servono davvero queste consultazioni?

Secondo l’analisi pubblicata da Path to Smoke-Free e We Are Innovation, oltre 82.000 osservazioni sono arrivate alla Commissione europea da 138 Paesi. Lo studio sostiene che più del 90% dei contributi abbia sollevato almeno un’obiezione sostanziale rispetto all’orientamento ipotizzato dalla Commissione, mentre appena il 2% si sarebbe espresso a favore di un ulteriore irrigidimento delle regole. Ancora più significativa, stando agli autori, è la convergenza registrata tra categorie molto diverse: il 96% dei contributi provenienti dal mondo accademico e della ricerca, il 94% di imprese, associazioni e organizzazioni e il 93% dei cittadini hanno espresso posizioni critiche verso una revisione che non distingua tra le diverse tipologie di prodotti. Se questi dati riflettono fedelmente quanto emerso dalla consultazione, Bruxelles andrà avanti per la sua strada o ascolterà i cosiddetti stakeholder che spesso nomina? Bruxelles ama ripetere che le proprie decisioni sono «evidence-based», fondate sulle evidenze. È arrivato il momento di dimostrarlo. Perché se le evidenze raccolte attraverso una consultazione così ampia non incidono sulle scelte finali, il rischio è che l’Europa venga percepita come un luogo dove si chiede ai cittadini di parlare, ma non si è davvero disposti ad ascoltarli.

Il punto, infatti, non è essere favorevoli o contrari ai prodotti contenenti nicotina. Il punto è decidere se le regole debbano seguire le evidenze scientifiche oppure precederle. Se ogni innovazione viene trattata come il problema che dovrebbe contribuire a risolvere, il messaggio che arriva agli investitori è devastante: in Europa puoi innovare, ma non aspettarti che il legislatore distingua tra ciò che riduce un rischio e ciò che lo genera. È proprio questo l’aspetto più interessante emerso dalla consultazione. Il tema non riguarda più soltanto il tabacco. Riguarda il rapporto dell’Europa con l’innovazione. Alcuni contributi provenienti dal mondo accademico richiamano un problema che la Ue guidata da Ursula von der Leyen sembra sottovalutare: la continua instabilità normativa aumenta il costo degli investimenti, scoraggia la ricerca e rende meno competitivo il sistema europeo rispetto ad altre aree del mondo. Se le regole cambiano continuamente, chi investe su tecnologie che richiedono anni di sviluppo preferisce guardare altrove.

L’Italia conosce bene questa dinamica. Negli ultimi anni il nostro Paese ha attirato investimenti rilevanti proprio nel settore dei prodotti senza combustione, con impianti industriali, ricerca e occupazione qualificata. Una revisione costruita senza distinguere tra prodotti tradizionali e alternative tecnologiche potrebbe avere effetti che vanno ben oltre il comparto della nicotina, trasmettendo un segnale di incertezza a tutto il sistema produttivo.

Naturalmente la salute pubblica resta il criterio prioritario. Nessuno mette in discussione il dovere delle istituzioni di ridurre il numero dei fumatori e di proteggere i più giovani. Ma proprio per questo sarebbe un errore affrontare una materia così complessa con strumenti regolatori indistinti. Regolare non significa proibire per principio; significa calibrare gli interventi sulla base delle prove disponibili, aggiornandoli quando le conoscenze evolvono.

C’è poi un’altra questione che merita attenzione. Ogni volta che la regolazione diventa eccessivamente restrittiva, il mercato illecito trova nuove opportunità. È una lezione già vista in molti settori: quando la domanda non scompare ma l’offerta legale viene compressa, qualcuno riempie quel vuoto. E quel qualcuno non rispetta né standard di sicurezza né controlli fiscali.

La vera sfida della Commissione europea, quindi, non è decidere se essere più severa o più permissiva. È dimostrare che una consultazione pubblica non è un esercizio di facciata. Se decine di migliaia di contributi vengono archiviati senza un confronto trasparente con le argomentazioni presentate, il danno va oltre la direttiva sul tabacco. Si incrina il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

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