La Ue è una tassa: nel mirino voli e zucchero
Ursula von der Leyen (Ansa)

Per i 250 anni d’indipendenza degli Stati Uniti, tutti a dire che Donald Trump non è proprio la massima espressione dei padri fondatori. La democrazia? Risiede solo in Europa. Le colonie d’oltre Atlantico si ribellarono a Londra su un principio: no taxation without representation, ovvero «niente tasse se non si è rappresentati». In obbedienza a questo principio i cittadini europei saranno travolti da una valanga di tasse e avranno i telefoni e i computer sotto controllo.

La Commissione, in vista del bilancio 2028-2034 dell’Ue, sta pensando di alzare le voci di entrata: risorse proprie. Vogliono trovare almeno 66 miliardi che vanno nelle tasche di Ursula, che li spende senza passare dal via, cioè senza alcun mandato. A cui si aggiunge una manovra ben più articolata per aumentare le entrate. La prima è alzare l’Iva che nei paesi dell’Ue va dal 17 al 27%. Un pezzo neanche tanto esiguo dell’Iva viene prelevato proprio dall’Ue. Viene peraltro il sospetto che la baronessa Von der Leyen abbia il diabete: ultimamente se la prende sempre con lo zucchero. Nel 2004 l’Ue vietò la vendita dello sfuso e impose le bustine, l’anno scorso in ossequio al Green deal ha vietato le bustine e siamo tornati alle zuccheriere. Solo che a ogni passaggio ci sono nuovi obblighi, nuove multe e nuovi balzelli.

È così che la baronessa assume anche le sembianze del conte Vlad III di Valachia, perché vuole succhiare quanti più quattrini possibile ai cittadini. Ha un problema di bilancio grosso come Palazzo Berlaymont (vogliono spendere un miliardo per la sede del Consiglio europeo e aumentare del 5% le spese per la burocrazia facendo in più altre 2.500 assunzioni) e vuole portare le entrate dell’Ue a 2.000 miliardi. Per farlo inventa nuove tasse. La prima è quella sullo zucchero. L’idea è di per sé ottima e nasce da quell’inflessione verso lo Stato dietetico che faceva passare come prevenzione l’etichetta a semaforo (l’extravergine fa male, le patatine fritte sono manna dal cielo) inventata per fare un piacere alle multinazionali della nutrizione, ma l’intenzione non è di salvaguardare la salute: è fare cassa.

Così rispolverano una tassa che c’era fino al 2017 e che serviva a finanziare la politica agricola comune: la pagavano i produttori che, volendo, potevano scaricarla sul prezzo finale stando però attenti alle «compatibilità di mercato». Quella sullo zucchero che stanno studiando è invece pagata dal consumatore finale e di fatto è una super Iva.

Ma non è il solo balzello che la Commissione sta architettando. Ce n’è una nutrita serie: dazi su tabacco, rifiuti elettronici, emissioni di carbonio e gas serra, un’imposta sulle società per contribuire al finanziamento del periodo successivo al 2027 e al rimborso dei fondi per la ripresa legati al Covid. Ursula intanto vuole mettere un nuovo balzello sui biglietti degli aerei e una tassa di soggiorno a carico dei visitatori provenienti da Paesi extra-Ue. Il prelievo sui biglietti è concepito come applicazione dell’Iva sui ticket, visto che oggi sui biglietti aerei l’Iva non c’è anche se Austria, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Svezia hanno comunque una tassa sui voli che incassano a livello nazionale e che invece la Von der Leyen vuole per sé.

Come sostiene Jessica Rosencrantz, ministro svedese per gli Affari Ue, si tratta però «di fondi trasferiti dai bilanci nazionali oppure prelevati da imprese o famiglie, inutile chiamarli risorse proprie». Su questi nuovi balzelli la discussione è aperta. Per esempio diversi Paesi, tra cui l’Italia, sostengono che prima di pensare a nuove imposte è il caso di abolire i «rebates» (correzioni o rimborsi), un meccanismo controverso che consente a Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Germania di ridurre i loro contributi al bilancio dell’Ue. Quando si dice l’Europa unita che oggi rischia una spaccatura clamorosa su un provvedimento tra i più controversi.

Torna all’esame del plenum dell’Eurocamera il cosiddetto chat control. Ci tiene particolarmente il presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola, che nonostante le due clamorose bocciature di un paio di mesi fa lo ha riproposto. Ieri ha ottenuto una prima vittoria. Con 331 voti a favore, 304 contrari e 11 astenuti è stata approvata la procedura d’urgenza della deroga che consente alle piattaforme online di effettuare controlli volontari sulle comunicazioni private per individuare materiale pedopornografico e casi di adescamento di minori. In pratica, Gmail e Messenger, ma anche altri, possono scansionare in modo indiscriminato le comunicazioni di chiunque. Oggi ci sarà il voto decisivo in plenaria. Moltissimi ricercatori informatici hanno messo sull’avviso il Parlamento sostenendo che le tecnologie di rilevamento hanno tassi di errore troppo alti col rischio di segnalare alle autorità contenuti legittimi. Per capirci: se andate al mare con vostra figlia e le fate una foto con la ciambella mentre sguazza e la mandate al nonno quella foto può essere segnalata. È una evidente violazione della privacy che trasforma i cittadini in sudditi. Ma che volete farci: è già successo con le tasse.

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