La crisi nello Stretto di Hormuz e le crescenti tensioni intorno a Bab El Mandeb stanno riportando al centro dell’attenzione la sicurezza delle grandi rotte marittime.

In questo scenario, il tentativo dell’Etiopia di ottenere un accesso stabile al mare assume un valore che supera la dimensione commerciale. Per Addis Abeba non si tratta soltanto di diminuire i costi delle importazioni, ma di proteggere le forniture energetiche, diversificare i collegamenti con l’estero e conquistare una maggiore autonomia strategica. L’Etiopia è priva di coste dal 1993, quando l’Eritrea ottenne l’indipendenza. Da allora uno dei Paesi più popolosi dell’Africa, con oltre 120 milioni di abitanti, deve utilizzare le infrastrutture degli Stati confinanti per raggiungere i mercati internazionali. È una condizione penalizzante per una nazione che ospita la sede dell’Unione africana, dispone di uno dei maggiori eserciti del continente e ambisce a diventare un importante centro produttivo dell’Africa orientale.

Quasi tutto il commercio etiope passa dal porto di Gibuti e lungo il corridoio ferroviario e stradale diretto ad Addis Abeba. Questo sistema ha assicurato una relativa continuità negli scambi, ma ha anche creato una pericolosa dipendenza. Un conflitto, una crisi diplomatica o il danneggiamento delle infrastrutture potrebbero rallentare l’arrivo di carburanti, fertilizzanti, alimenti e prodotti industriali. Affidare quasi tutto il traffico a una sola direttrice costituisce quindi un rischio strategico. La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran rende questa debolezza ancora più evidente. Hormuz è attraversato da una quota rilevante delle esportazioni petrolifere e di gas del Golfo Persico. Gli attacchi contro le navi, le operazioni militari lungo le coste iraniane e la diminuzione del traffico delle petroliere hanno mostrato quanto rapidamente uno scontro regionale possa produrre conseguenze sull’economia mondiale.

A Sud del Mar Rosso si trova un secondo passaggio altrettanto delicato. Bab El Mandeb collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e permette alle imbarcazioni provenienti dall’Oceano Indiano di raggiungere il Canale di Suez. Una sua interruzione obbligherebbe molte compagnie a circumnavigare l’Africa, aumentando tempi di navigazione, consumi, assicurazioni e prezzo delle merci. Gli Huthi hanno già dimostrato che non è necessario chiudere fisicamente lo stretto: la minaccia di missili e droni può bastare per allontanare gli armatori. Un collegamento tra la crisi di Hormuz e quella di Bab El Mandeb consentirebbe all’Iran di esercitare pressione su due nodi della stessa rete commerciale.

Teheran può intervenire direttamente nel primo e sfruttare nel secondo le capacità militari degli Huthi nello Yemen. Una minaccia simultanea avrebbe effetti immediati sulle forniture energetiche e sui collegamenti tra Asia ed Europa. Proprio per questo l’Etiopia sta acquistando crescente importanza agli occhi di Washington. Nonostante l’assenza di coste, Addis Abeba rimane la principale potenza politica, economica e militare del Corno d’Africa. La sua posizione, la consistenza delle forze armate e l’influenza esercitata sui Paesi vicini ne fanno un interlocutore essenziale per la stabilità regionale. Secondo gli ambienti strategici etiopi, il Paese costituisce inoltre un argine all’espansione dell’Iran, della Fratellanza musulmana e delle organizzazioni jihadiste.

In Somalia, l’esercito etiope è impegnato da anni contro Al Shabaab, gruppo affiliato ad Al Qaeda che continua a controllare diverse zone rurali e a colpire obiettivi governativi, militari e civili. La sua espansione verso le coste potrebbe creare ulteriori pericoli per il Golfo di Aden. Una collaborazione tra jihadisti, pirati, trafficanti e fornitori di armi offrirebbe nuove risorse a chi intende minacciare il traffico navale. Anche la guerra in Sudan è ormai legata alla sicurezza del Mar Rosso. Lo scontro tra le forze armate sudanesi e le Rapid support forces si è trasformato in una contesa internazionale nella quale convergono gli interessi di Egitto, Iran e monarchie del Golfo. Teheran ha fornito droni e materiale militare all’esercito regolare sudanese, cercando nello stesso tempo di ampliare la propria presenza lungo la costa africana. Fonti vicine ad Addis Abeba sostengono che l’Etiopia abbia contribuito a individuare una rete impiegata per trasferire armamenti dal Sudan agli Huthi. Le informazioni non sono verificabili in ogni dettaglio, ma mostrano come il conflitto sudanese possa inserirsi in un sistema più vasto. Porti, aeroporti e rotte clandestine potrebbero formare una catena logistica destinata ad accrescere la capacità iraniana di condizionare Bab El Mandeb.

In questo quadro assume particolare importanza l’Eritrea. I porti di Assab e Massaua costituirebbero per l’Etiopia il collegamento più naturale con il Mar Rosso, ma rappresentano anche l’opzione politicamente più rischiosa. I due Paesi combatterono una guerra tra il 1998 e il 2000. La riconciliazione avviata nel 2018 e la collaborazione durante il conflitto del Tigray non hanno cancellato le rivalità. Ogni riferimento etiope alla necessità di raggiungere la costa viene interpretato ad Asmara come una possibile minaccia. L’Eritrea interessa anche all’Iran. La sua lunga costa potrebbe offrire strutture logistiche, punti di appoggio e postazioni utili a osservare il traffico nel Mar Rosso. Un’eventuale presenza iraniana sul versante africano, sommata all’arsenale degli Huthi sulla sponda yemenita, rischierebbe di creare una pressione convergente intorno a Bab El Mandeb. Dal territorio eritreo sarebbe inoltre possibile seguire le attività delle basi militari straniere presenti nella vicina Gibuti.

La seconda strada esplorata da Addis Abeba conduce al Somaliland e al porto di Berbera. Nel gennaio 2024 l’Etiopia firmò con le autorità di Hargeisa un memorandum che prevedeva una forma di accesso alla costa e la possibile concessione di un’area per attività commerciali e navali. In cambio, il Somaliland sperava di ottenere il riconoscimento della propria indipendenza, proclamata nel 1991 ma non accettata dalla maggior parte della comunità internazionale.

La partita per il mare coinvolge dunque Gibuti, Eritrea e Somaliland, ma anche Stati Uniti, Iran, Egitto e monarchie del Golfo. Addis Abeba deve conciliare le proprie ambizioni con le fragilità interne lasciate dalla guerra del Tigray e dalle tensioni in Amhara e Oromia. La soluzione più realistica resta una rete di porti e corridoi alternativi, capace di evitare una dipendenza esclusiva da un solo vicino. Nell’epoca della crisi degli stretti, l’accesso al mare è diventato per l’Etiopia una necessità economica e di sicurezza. Per Washington, il Paese può essere un partner decisivo nel contenimento degli Huthi, delle reti jihadiste e dell’influenza iraniana, contribuendo a mantenere aperta una delle arterie fondamentali del commercio mondiale. Un equilibrio dal quale dipenderà anche il futuro del Corno d’Africa.

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