La diplomazia tra Washington e Teheran sembra ormai collassata. Donald Trump ha inviato una lettera al Congresso degli Stati Uniti per notificare ufficialmente che la guerra all’Iran è ricominciata.
In tutto questo, ieri mattina, Centcom ha sferrato nuovi attacchi contro il regime khomeinista, poco dopo che l’inquilino della Casa Bianca aveva annunciato la reimposizione del blocco navale ai porti della Repubblica islamica. Sempre ieri, secondo le autorità iraniane, gli Usa avrebbero effettuato dei bombardamenti sulla città di Bushehr: non è comunque al momento chiaro se la locale centrale nucleare sia stata colpita. Le Guardie della rivoluzione, dal canto loro, hanno messo nel mirino il Bahrain, la Giordania e due petroliere degli Emirati arabi uniti che attraversavano lo Stretto di Hormuz.
Il governo di Abu Dhabi non ha quindi escluso delle ritorsioni contro l’Iran. «Siamo preparati a ogni scenario», ha frattanto dichiarato Benjamin Netanyahu. «I giorni in cui qualcuno poteva attaccarci impunemente sono finiti», ha aggiunto, rivolgendosi esplicitamente alla leadership iraniana e promettendo, in caso di attacco da parte di Teheran, una «risposta diversa, molto più forte». «Volevo dare loro la possibilità di raggiungere un accordo. Hanno sparato per primi, ed è stato un grosso errore», ha affermato, per parte sua, Trump, riferendosi agli attacchi iraniani del 7 luglio contro navi mercantili a Hormuz. «Credo che ciò che abbiamo fatto all’Iran sia stato privarlo di quasi tutte le sue capacità militari», ha continuato, senza escludere che il nuovo pacchetto di sanzioni americane alla Russia possa includere anche l’Iran ed Hezbollah.
Insomma, la crisi è tornata esplodere. E verte principalmente attorno alla questione di Hormuz. Ieri, il parlamento di Teheran ha avviato i lavori su un disegno di legge relativo alla gestione dello Stretto. «Non perderemo lo Stretto di Hormuz in nessuna circostanza; anche se ci aspetta una guerra difficile, resisteremo lì», ha inoltre tuonato un membro della Commissione per la sicurezza nazionale iraniana. Dal canto suo, l’Oman ha dichiarato di voler «continuare la sua cooperazione trasparente e neutrale con tutte le parti per ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto nel pieno rispetto del diritto internazionale». «Ripristinare al più presto il normale e sicuro passaggio attraverso lo Stretto è un obiettivo condiviso dalla comunità internazionale», ha invece affermato il governo cinese.
Dall’altra parte, Trump, oltre a comunicare il ritiro delle forze americane dall’Iraq entro il 30 settembre, ha rinunciato, su input dei Paesi del Golfo, all’idea di imporre tariffe del 20% per il transito a Hormuz. «Sulla base di colloqui molto proficui con i leader mediorientali, ho deciso di sostituire la tassa di rimborso del 20% degli Stati Uniti con accordi commerciali e di investimento che i vari Stati del Golfo effettueranno negli Stati Uniti. Questi investimenti saranno enormi, ma allo stesso tempo straordinariamente vantaggiosi per loro e per il loro futuro», ha affermato ieri su Truth, confermando al contempo che Washington ha nuovamente imposto un blocco navale alla Repubblica islamica. «Attueremo un blocco totale, ma solo per le navi in arrivo e in partenza dai porti iraniani, o che trasportano merci di provenienza iraniana», ha affermato.
Ma non è tutto. Secondo Axios, il presidente americano avrebbe dato il via libera a un’azione militare dell’Arabia Saudita nello Yemen contro gli Huthi: organizzazione terroristica storicamente spalleggiata da Teheran. Ricordiamo che, lunedì, Riad ha bombardato l’aeroporto yemenita di Sana’a, per impedire l’atterraggio di un aereo con a bordo una delegazione degli stessi Huthi di ritorno dal funerale di Ali Khamenei (il Consiglio presidenziale yemenita, sostenuto dai sauditi, ritiene infatti che i voli da e per l’Iran rappresentino una violazione della sovranità nazionale). Gli Huthi, dal canto loro, hanno lanciato missili contro l’aeroporto saudita di Abha.
Ora, l’appoggio fornito da Trump a Mohammad bin Salman potrebbe avere un senso strategico più ampio delle sole tensioni in corso ormai da giorni tra Riad e gli Huthi. Probabilmente, la Casa Bianca teme che Teheran possa usare proprio gli Huthi per bloccare Bab el-Mandeb: lo stretto che congiunge il Mar Rosso con il golfo di Aden. È quindi possibile che Trump voglia spingere i sauditi ad aumentare la pressione militare sull’organizzazione terroristica yemenita per impedire all’Iran di utilizzarla con questo scopo. La rinnovata tensione tra sauditi e Huthi potrebbe creare indirettamente degli attriti tra Riad e Teheran: il che potrebbe a sua volta portare a degli scricchiolii nell’asse venutosi a creare tra l’Arabia Saudita e la Turchia.
Bisognerà infine capire se ci saranno ripercussioni sulla crisi libanese, visti gli storici legami tra l’Iran ed Hezbollah. Tra l’altro, proprio ieri, si è tenuta, a Roma, la sesta tornata di colloqui tra Beirut e Gerusalemme. Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più incandescente, mentre la linea dei pasdaran sembra ormai aver preso il sopravvento in seno al regime khomeinista. Solo il tempo ci dirà se la diplomazia sia irrimediabilmente tramontata.
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