L’Ungheria post Orbán rimuove il capo dello Stato con l’«assenso» dell’Ue
Il premier ungherese Peter Magyar (Ansa)

Una sensuale canzone di Mina recitava: «Sono come tu mi vuoi…». È quello che si vuole sentire dire Ursula von der Leyen; come gli ungheresi hanno dato un segnale concreto di seppellire ciò che resta della politica di Orbán, lei ha messo mano al portafoglio. A Bruxelles ormai non salvano più neppure le forme. Appena il Parlamento di Budapest, ieri pomeriggio, ha votato quello che è un colpo (al capo) di Stato, il presidente della Commissione ha staccato in favore del neo premier Peter Magyar un assegnino da 2 miliardi di euro.

Ma cosa hanno fatto di così rilevante i deputati ungheresi? Hanno mandato a casa con un blitz sulla Costituzione il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok. La procedura è così zoppicante che perfino Benjamin Ward, non un pericoloso reazionario ma il vicedirettore per Europa e Asia di Human Rights Watch, ha commentato: «Anche se il nuovo governo ungherese ha avuto dagli elettori il mandato di riparare i danni arrecati allo Stato di diritto durante l’era Fidesz (il partito di Orbán), dovrebbe farlo nel rispetto delle garanzie procedurali». Serve altro? Sta di fatto che ieri il Parlamento ungherese ha approvato l’emendamento costituzionale, proposto dal governo, che sancisce la cessazione dell’incarico dell’attuale presidente della Repubblica. Il sì arriva da due terzi del partito Tisza, che forte di 141 seggi su 199 fa come gli pare, obbedendo al premier Péter Magyar. I deputati dell’opposizione di Fidesz (sono 52), in segno di protesta contro «l’arbitrio perpetrato da Magyar» sono usciti dall’aula e non hanno partecipato al voto.

Sprezzanti i toni usati da Magyar nei confronti di Sulyok. «Quello è un fantoccio di Orbán: gli avevo offerto», ha scandito Magyar, «una resa onorevole dicendogli di dimettersi. Non lo ha fatto e ora ha cinque giorni di tempo per firmare l’entrata in vigore dell’emendamento che lo dichiara decaduto, se non lo fa avvieremo subito il procedimento di destituzione come prevede l’attuale Costituzione e le prossime leggi saranno promulgate dalla presidente dell’Assemblea nazionale Ágnes Forsthoffer». L’emendamento stabilisce anche che i deputati possono durare in carica al massimo per 12 anni, che «c’è un limite di età di 70 anni per i giudici della Corte costituzionale e si istituisce l’Ufficio di recupero e protezione del patrimonio pubblico per recuperare», sostiene Magyar, «i miliardi rubati dagli oligarchi del regime corrotto di Orbán».

Il vertice di Tisza, peraltro, ha già pronta una nuova Costituzione da approvare entro un anno. Tra gli «evviva» di Bruxelles, che però scopre il fianco a severissime critiche. La prima è che se Ursula von der Leyen spera, pagando Magyar, di superare il No ungherese all’ingresso dell’Ucraina in Ue si sbaglia. Magyar le ha già detto: «Possiamo cominciare a parlarne solo se c’è un accordo sulle minoranze ungheresi». Il presidente della Commissione deve maneggiare con molta cura gli Stati dell’Est perché anche la Polonia dell’euroentusiasta Donald Tusk non vede affatto di buon occhio il riarmo tedesco e soprattutto ha una ferocissima polemica contro Volodymyr Zelensky per certe ricordanze naziste. L’Ucraina fu uno dei capitoli del contendere con Orbán, ma è ben strano che la Von der Leyen voglia dare lezioni di democrazia e continui a finanziare senza colpo ferire Kiev (è già stata staccata la prima tranche del prestito da 90 miliardi), dove invece di elezioni non si parla, con Zelensky che continua a licenziare governi uno dopo l’altro. L’ultimo è il benservito dato al premier Yulia Svyrydenko dopo appena un anno dal suo insediamento.

Molti si ricordano anche della gazzarra che fu scatenata contro Giorgia Meloni quando disse che pensava a una Repubblica presidenziale. Si disse che era uno sgarbo a Sergio Mattarella, che semmai fosse stata approvata la riforma (che sarebbe valsa alla prossima elezione e dunque con nessuna imminente attualità) si sarebbe dovuto dimettere, al netto del fatto che Mattarella sta al Quirinale con un secondo mandato non vietato, ma neppure previsto dalla Costituzione. Bruxelles di queste prove ne ha date diverse. Ha inficiato le elezioni in Romania perché aveva vinto Calin Georgescu, che all’establishment europeo non piaceva, ed ecco l’accusa di brogli pilotati da Mosca. Ma lo stesso «disprezzo» per la democrazia lo ha mostrato Roberta Metsola che ha fatto approvare, forzando le procedure, il «chat control», un sistema che viola la privacy dei cittadini. E quando Ursula von der Leyen rivendica 66 miliardi di risorse proprie della Commissione da trovare tartassando i cittadini europei (dai biglietti aerei allo zucchero passando per l’Iva) di fatto chiede soldi senza dire che ne farà. Ma soldi e democrazia per la presidente della Commissione sono dipendenti.

Ieri il Pnrr ungherese, modificato dopo l’addio di Orbán, pareva ispirato a concetti divini. Pronti dieci miliardi. In fin dei conti basta un voto per dire alla Von der Leyen, che certo non ha il fascino di Mina, «sono come tu mi vuoi».

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