Otto passaggi obbligati tengono in movimento il commercio mondiale del petrolio. Oltre il 90% del greggio trasportato via mare attraversa infatti una rete di stretti e canali che rappresentano i veri snodi dell’energia globale. Dallo Stretto di Malacca a quello di Hormuz, ogni tensione militare o incidente lungo queste rotte può rallentare i flussi, far salire i costi del trasporto e alimentare nuovi rialzi del prezzo del petrolio. Dietro il pieno di benzina o la bolletta energetica ci sono anche questi pochi chilometri di mare.
Otto strette rotte da cui passa il mondo. È lungo questi corridoi marittimi che si gioca una partita decisiva per l’economia globale. Oltre il 90% del commercio mondiale di petrolio via mare attraversa infatti appena otto colli di bottiglia: dallo Stretto di Malacca a quello di Hormuz, passando per Bab el-Mandeb, il Canale di Suez e il Capo di Buona Speranza. Sono pochi chilometri di mare, ma da essi dipendono ogni giorno decine di milioni di barili di greggio destinati a raggiungere raffinerie e mercati di tutto il mondo. È anche per questo che ogni crisi geopolitica in queste aree viene osservata con attenzione: un’interruzione dei traffici o anche solo il timore di un blocco può avere effetti immediati sui prezzi dell’energia.
I numeri aiutano a capire quanto questi snodi siano strategici. Lo Stretto di Malacca, tra Malesia e Indonesia, è oggi il principale punto di passaggio del petrolio trasportato via mare, con oltre 23 milioni di barili al giorno, pari a circa il 29% del traffico mondiale. Subito dopo c’è lo Stretto di Hormuz, porta d’accesso al Golfo Persico, attraverso il quale transitano quasi 21 milioni di barili al giorno, oltre un quarto del totale. Seguono il Capo di Buona Speranza, il Canale di Suez, Bab el-Mandeb, gli stretti danesi, gli stretti turchi e il Canale di Panama. Insieme costituiscono l’ossatura della logistica energetica mondiale.

Se il trasporto del greggio dipende da pochi passaggi obbligati, anche la produzione resta concentrata nelle mani di un numero limitato di Paesi. Gli Stati Uniti sono oggi il primo produttore mondiale grazie allo sviluppo dello shale oil, favorito dall’impiego della fratturazione idraulica e dallo sfruttamento del Permian Basin, tra Texas e Nuovo Messico. La caratteristica del modello americano è la flessibilità: quando i prezzi rendono conveniente aumentare l’estrazione, i produttori riescono a reagire più rapidamente rispetto ad altri concorrenti.
Alle spalle degli Stati Uniti si collocano Arabia Saudita e Russia, che continuano a esercitare un’influenza determinante sull’offerta mondiale attraverso l’Opec+, l’alleanza che riunisce i Paesi dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e altri grandi produttori. Le decisioni sui livelli di produzione vengono seguite con attenzione dai mercati perché possono incidere direttamente sull’equilibrio tra domanda e offerta e, di conseguenza, sulle quotazioni del greggio.
Tra i maggiori produttori figurano anche Canada, Cina, Iraq, Brasile, Emirati Arabi Uniti, Iran e Kuwait. Ognuno presenta caratteristiche differenti. Il Canada basa gran parte della produzione sulle sabbie bituminose, che richiedono investimenti elevati e tempi lunghi; il Brasile continua a espandere l’estrazione offshore grazie ai giacimenti «pre-salt»; gli Emirati stanno aumentando la capacità produttiva per rafforzare il proprio peso all’interno dell’Opec. L’Iran, invece, continua a fare i conti con le conseguenze delle sanzioni internazionali e con le tensioni regionali che incidono sulle esportazioni.
Sul fronte della domanda, i protagonisti sono soprattutto Stati Uniti e Cina. Washington rimane un grande consumatore pur essendo diventata il primo produttore mondiale, mentre Pechino rappresenta il principale motore della crescita dei consumi energetici. La Cina produce una quota significativa del petrolio che utilizza, ma continua ad affidarsi alle importazioni per soddisfare il proprio fabbisogno interno, motivo per cui segue con particolare attenzione la sicurezza delle rotte marittime che collegano il Medio Oriente e l’Asia.
Quando si parla di petrolio, però, è importante distinguere tra produzione e riserve. I due concetti vengono spesso confusi, ma non coincidono. Produrre molto oggi non significa possedere le maggiori disponibilità per il futuro. Le riserve provate rappresentano il petrolio che può essere estratto con le tecnologie attuali e in condizioni economicamente sostenibili, ma trasformarle in produzione dipende anche da fattori politici, infrastrutturali e finanziari.
L’esempio più evidente è il Venezuela. Pur disponendo delle maggiori riserve provate al mondo, il Paese sudamericano non figura ai primi posti per produzione. A pesare sono la qualità del greggio, in larga parte pesante e più costoso da lavorare, oltre alle difficoltà economiche, alle carenze infrastrutturali e alle sanzioni che hanno limitato negli anni la capacità estrattiva. Arabia Saudita, Iran, Canada, Iraq ed Emirati Arabi Uniti possiedono anch’essi enormi riserve, mentre gli Stati Uniti, pur guidando la classifica della produzione, dispongono di riserve inferiori rispetto ad altri grandi esportatori.
A rendere ancora più delicato l’equilibrio del mercato è il fatto che produzione, trasporto e geopolitica sono strettamente intrecciati. Un taglio deciso dall’Opec+, un attacco alle infrastrutture energetiche, tensioni militari lungo lo Stretto di Hormuz o problemi nel Mar Rosso possono modificare rapidamente la disponibilità di greggio sui mercati e alimentare la volatilità dei prezzi. Per questo governi, imprese e operatori seguono con attenzione non solo i dati sulla produzione, ma anche ciò che accade lungo quei pochi passaggi marittimi da cui transita la gran parte del petrolio mondiale.
In fondo è proprio questa la particolarità del mercato del greggio. Dietro una materia prima estratta in decine di Paesi si nasconde una rete sorprendentemente concentrata: pochi grandi produttori, poche rotte strategiche e alcuni snodi decisivi dai quali continua a dipendere una parte rilevante dell’economia mondiale.