Giallo sui raid in Iran. E Trump dà istruzioni: «Reazione mai vista nel caso mi uccidano»
Donald Trump (Ansa)

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran si arricchisce di un nuovo capitolo che conferma come il confronto tra Washington e la Repubblica islamica si giochi non soltanto sul piano militare, ma anche su quello dell’intelligence e delle operazioni clandestine. Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, Israele avrebbe trasmesso agli Stati Uniti nuove informazioni riservate relative a un presunto piano iraniano finalizzato ad assassinare Donald Trump. Gli elementi raccolti dal Mossad sarebbero stati ritenuti credibili da spingere Gerusalemme ad avvertire immediatamente Washington.

Le indiscrezioni riferiscono che un commando sarebbe entrato negli Stati Uniti attraverso il confine con il Messico nelle ultime settimane. Le successive verifiche dell’Fbi avrebbero confermato le informazioni ricevute dai servizi israeliani, anche se restano sconosciuti il livello di avanzamento del presunto complotto e le modalità con cui avrebbe dovuto essere eseguito. Per Teheran, Donald Trump rappresenta da anni uno dei principali obiettivi della vendetta promessa dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Guardiani della rivoluzione, eliminato il 3 gennaio 2020 in un raid americano all’aeroporto di Baghdad. Secondo le autorità americane e israeliane, negli ultimi anni l’Iran ha modificato profondamente le proprie modalità operative all’estero. Sempre più spesso le operazioni vengono affidate a organizzazioni criminali, narcotrafficanti e intermediari stranieri invece che a uomini direttamente collegati ai Pasdaran. Una strategia che consente a Teheran di mantenere una distanza formale dalle operazioni clandestine, rendendo più difficile attribuire allo Stato la responsabilità di omicidi e attentati. Tra le reti individuate dagli investigatori statunitensi figura quella riconducibile al narcotrafficante iraniano Naji Sharifi Zindashti, accusato dal dipartimento del Tesoro americano di collaborare con il ministero dell’Intelligence e della sicurezza (Mois) nell’organizzazione di rapimenti e omicidi contro oppositori del regime rifugiati all’estero. Gli esecutori riceverebbero gli incarichi attraverso una rete di intermediari incaricati della sorveglianza, della logistica, del reperimento delle armi, dei pagamenti e della successiva fuga.

Intervistato dal New York Post, Trump ha confermato di ritenersi da tempo nel mirino della Repubblica islamica. «Ho lasciato istruzioni nel caso in cui l’Iran riuscisse ad assassinarmi. Sono nella loro lista da molto tempo: è con questo che abbiamo a che fare. Ho dato disposizione che, se dovesse succedermi qualcosa, vengano bombardati con un’intensità che non hanno mai visto». Lo stesso presidente americano ha però smentito l’esistenza di un nuovo complotto, prendendo le distanze dall’articolo del Wall Street Journal. «Israele non c’entra nulla. Sono il numero uno nella lista degli obiettivi dell’Iran da molto tempo», ha dichiarato. L’allarme sulla crescente capacità operativa dell’Iran è stato rilanciato anche dall’ex governatore della Florida Jeb Bush che ha definito Teheran una minaccia permanente per gli interessi degli Stati Uniti e di Israele, richiamando inoltre le notizie sulla presunta presenza di circa 300 droni iraniani a Cuba e sui rapporti con il Venezuela.

Nel frattempo da Teheran continuano ad arrivare nuove minacce. Il comandante delle Guardie rivoluzionarie Ahmad Vahidi ha promesso vendetta per l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, sostenendo che Stati Uniti e Israele dovranno risponderne. Su Truth, Trump ha comunicato: «L’Iran ci ha chiesto di continuare i colloqui, Abbiamo accettato, ma gli Stati Uniti hanno dichiarato loro che il cessate il fuoco è terminato». Secondo la Cnn, la Casa Bianca vuole evitare il coinvolgimento diretto di Israele in eventuali nuove operazioni militari per limitare il rischio di un’ulteriore escalation, mentre il governo Netanyahu sarebbe favorevole a partecipare a possibili attacchi. Sul piano diplomatico, Qatar e altre monarchie del Golfo continuano a mantenere aperti i canali di dialogo tra Washington e Teheran per evitare una nuova escalation militare. Secondo Axios, Stati Uniti e Iran potrebbero tornare a negoziare già la prossima settimana, probabilmente in Svizzera. Nel frattempo emissari del Qatar, in coordinamento con Washington, hanno incontrato funzionari iraniani a Teheran per favorire una de-escalation. «Entrambe le parti vogliono tornare al memorandum d’intesa firmato a metà giugno», ha riferito una fonte diplomatica. Lo Stretto di Hormuz resta intanto il principale punto di osservazione della crisi. Dopo giorni di tensione, il traffico marittimo sta gradualmente tornando alla normalità. Secondo Kpler e Lseg, diverse metaniere hanno ripreso a transitare lungo la rotta strategica del Golfo Persico, mentre numerose navi commerciali hanno attraversato lo Stretto senza incidenti. Rimane invece senza risposta il mistero dei raid che hanno colpito il sud dell’Iran dopo l’annuncio della conclusione delle operazioni americane. Gli attacchi non sono stati rivendicati e Teheran non ha indicato responsabili, ma alcuni parlamentari iraniani hanno accusato gli Emirati Arabi Uniti. A conferma del clima di instabilità nella regione, la polizia israeliana ha fermato il Gran Mufti di Gerusalemme, Mohammad Hussein, al termine del sermone del venerdì nella moschea di Al-Aqsa. Secondo le autorità israeliane, il religioso è stato interrogato con l’accusa di aver pronunciato dichiarazioni di incitamento all’odio durante la predica. Al termine dell’interrogatorio è stato rilasciato, ma gli è stato notificato un divieto di accesso al complesso del Monte del Tempio per sette giorni.

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