mara morini russia
Mara Morini (Imagoeconomica)

Mara Morini è appena rientrata dalla Russia. Professoressa associata di Scienza politica all’Università di Genova, da osservatrice elettorale dell’Osce in Russia, Uzbekistan, Nord Macedonia e Moldova, è stata  visiting professor all’Accademia diplomatica del ministero degli Esteri della Federazione russa e alla High School of Economics  di Mosca, ma dal 2021 non aveva più potuto vedere la piazza Rossa del Cremlino. Ora è riuscita a tornare.

Professoressa Morini, è appena ritornata dalla Russia. Che Paese ha trovato?

«Dopo tre anni in cui non mi è stato più consentito entrare in Russia senza una specifica motivazione, ho riprovato casualmente a chiedere il visto lo scorso aprile e appena ricevuta la conferma dal consolato russo sono partita con grande curiosità per capire quali cambiamenti significativi si fossero verificati in questi anni. Devo dire che il primo impatto è stata la difficoltà, superata facilmente dalla conoscenza della lingua russa, a prenotare un albergo, a gestire l’oscuramento da Internet nelle prime 24 ore dall’arrivo all’aeroporto e le app necessarie per usare i trasporti russi.  Oltre a questi problemi logistici e di sopravvivenza il primo dato che ho notato è il ripristino di un’eredità sovietica della categoria “stranieri” per comprare, ad esempio, i biglietti di musei, teatri, ecc… A sottolineare la supremazia dell’etnia russa e la difesa del proprio territorio anche da un punto di vista culturale e antropologico.  Ricevevo anche messaggi su potenziali attacchi di droni durante la notte, ma ho constatato che i russi si sono abituati alla “guerra in casa” e hanno opinioni diverse sull’andamento, ma non sulle origini, che non imputano necessariamente alla mera volontà del presidente Putin». 

Lo storytelling in Europa parla di una nazione ormai indebolita e di una popolazione con un forte malcontento pronto a sfociare non è ben chiaro dove. Lei è d’accordo con questa narrazione?

«Parlando con le persone della società civile ho certamente riscontrato una stanchezza verso la gestione della guerra che non ha ancora prodotto un risultato significativo, e  di cui il cittadino russo paga gli effetti di natura prevalentemente economica. Tuttavia, è errato ritenere che questa insoddisfazione possa tradursi in qualche forma strutturata di protesta o rivoluzione che possa portare al crollo del putinismo. Se crollo ci sarà, sarà prevalentemente di natura interna all’élite al potere, ma non si vedono ancora segnali concreti nel breve periodo».

La situazione economica ha una crescita molto legata al settore della difesa e sta rapidamente perdendo slancio.  Ma è vero che per esempio ai bancomat non è più disponibile il contante? I russi temono il deposito dei propri soldi nelle banche perché le ritengono instabili?

«Sino al 20 luglio scorso non ho notato alcun problema a prelevare rubli; ho, invece, notato una tendenza, presente anche da noi, a preferire l’utilizzo del bancomat anche per il tracciamento dei pagamenti in chiave “anti agente straniero”. Da decenni i russi si svegliano per controllare il cambio rublo/dollaro/euro e sono consapevoli che i risparmi non  fanno reddito; dapprima imputavano la colpa al Covid, ora sanno che dipende dalla guerra. Ma non si può, anche in questo caso, generalizzare, perché ci sono categorie che si sono arricchite, altre rimaste stabili e altre in estrema difficoltà». 

La riduzione dell’export del grano, la crisi dei carburanti, la borsa di Mosca a picco da mesi, la fuga dei capitali, cioè dei miliardari russi… Questi non sono segnali da sottovalutare in una crisi economica, non trova?

«Da quando è iniziata la guerra sostengo che le sanzioni non producono effetti immediati ed era errato aspettarsi un immediato tracollo economico. Questo non vuol dire che l’economia russa non sia in difficoltà. Ne è ben consapevole la Banca centrale russa, che si sta interrogando su come intervenire nell’anno in corso, ritenuto il più critico dall’inizio del conflitto. Sui casi citati, è bene precisare che il trend del prezzo del petrolio e del gas presenta alti e bassi, ma le entrate a luglio aumenteranno del 60% per la situazione in Medio Oriente».

Dopo 25 anni al potere Putin è indebolito sia militarmente sia economicamente?

«Come tutti i leader longevi è fisiologicamente naturale che sia indebolito (più economicamente), ma non ancora al punto di essere sostituito. Rimane sempre la domanda, anche per il popolo russo: “Chi dopo Putin?”».

L’uso dei droni in questa guerra sta facendo la differenza, le sofisticate tecnologie ucraine hanno permesso a Zelensky di portare avanti il conflitto con un continuo cambio di tecnologie per sfuggire alle difese russe. La guerra dei droni ha preso Putin in contropiede?

«Sin dal 24 febbraio 2022, Putin ha subìto diverse sconfitte strategiche, ma è sempre riuscito ad aggiustare il tiro con l’aiuto dei suoi alleati e ad adattarsi al cambiamento della guerra, da attrito a prevalentemente per via aerea. Da un paio di anni la Russia produce autonomamente droni in ingenti quantità oltre ad avere sofisticate armi convenzionali, al netto di quelle nucleari».

Lei è una delle poche persone europee ad aver messo piede in Russia in queste ore: che impressione si porta «a casa»?

«L’impressione è che la Russia resisterà più a lungo di quelle che possono essere le aspettative o le analisi occidentali di questi anni. E sono soddisfatta del mio lavoro che con il “metodo dell’osservazione partecipante in loco”, mi consente di verificare diverse ipotesi di studio e una maggiore comprensione dell’anima russa, di cui molti parlano, ma solo pochi hanno gli strumenti adeguati a conoscerla».

L’esercito russo resta in vantaggio sul campo di battaglia. Ma il costo delle vite umane è e resta altissimo. Nel suo viaggio ha percepito il malcontento dei russi per la guerra?

«Si tratta di un malcontento che si traduce con un termine che alcuni russi mi hanno indicato: “inutile”, ovvero, molti cittadini sono consapevoli che è in corso una guerra inutile, non soltanto per l’elevato numero di vite umane perse in questa guerra ma per gli effetti futuri che il conflitto è destinato a causare. Un’Ucraina divisa, prima di tutto, e non necessariamente pronta a tornare a far parte nella sua interezza della Federazione russa. In gioco poi c’è soprattutto il futuro dei rapporti tra russi e ucraini e forse non basteranno le generazioni future a colmare la distanza che questa guerra ha creato tra le due nazioni. La paura è che non si riuscirà più a riprendere in mano un rapporto tra due popoli, che da sempre si considerano reciprocamente come fratelli, in quanto molti russi hanno una componente familiare di origine ucraina e viceversa. I russi pensano che sia necessario mettere fine al prolungamento di questa guerra, sia con una soluzione estrema come l’utilizzo delle armi nucleari, sia con la destituzione di Zelensky».

Si può tradurre questo malcontento in un malcontento nei confronti dello zar?

«Ci affidiamo solitamente a un indicatore per il gradimento del leader Vladimir Putin che emerge dai risultati dei sondaggi del centro di ricerca Levada e che queste settimane ha registrato un nuovo calo per il leader russo, intorno ai 60 punti percentuali, il che non vuole dire però che sia pronta una protesta nelle piazze o ci sia voglia di una sostituzione. Sicuramente il malcontento c’è, sia tra i putinisti, sia tra gli anti-putinisti. Ricordiamoci che a settembre ci saranno le elezioni parlamentari per la Duma, ma per esempio l’oppositore Boris Nadezhdin è stato estromesso e decretato non candidabile; quindi, difficilmente questo malcontento riuscirà ad assumere una rilevanza parlamentare che possa incidere sul futuro politico della Russia dopo 26 anni al potere di Putin».

Mentre Zelensky incontra gli inviati americani a Kiev e si prepara a volare alla Casa Bianca, il segretario di Stato Rubio incontra il ministro degli Esteri russo Lavrov. Che evoluzione della guerra prevede?

«Si prevede che per l’estate del 2027 la Russia possa concludere la conquista dell’intero Donbass e quindi ritenersi pronta ad avviare un vero e proprio negoziato di pace. Rimane però la necessità per il Cremlino che in Ucraina si tengano nuove elezioni presidenziali: se così fosse potrebbe diventare più concreta l’ipotesi di una pace. Anche se vanno tenute presenti le due variabili Usa-Cina, lo scenario potrebbe diventare più reale. C’è però chi è, invece, convinto che Putin voglia privilegiare la tecnica del logoramento, senza una scadenza temporale ben precisa, e ritiene che il leader russo abbia ancora bisogno della guerra, di un rally ’round the flag, ovvero di tenere uniti tutti sotto la stessa bandiera della Federazione russa in previsione di una sua candidatura alle elezioni del 2030, nonostante le sue precarie condizioni di salute, come considerato in Occidente».

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