Enzo Paolo Turchi
Enzo Paolo Turchi (Ansa)

Enzo Paolo Turchi, che classe. Basta osservare l’eleganza con cui, nella puntata di Canzonissima del 13 novembre 1971, balla il Tuca tuca con Raffaella Carrà. Primo ballerino al San Carlo di Napoli e poi anche in Rai, con Raffaella, di cui è stato maestro di ballo, ebbe un proficuo sodalizio. La sua carriera è stata ricca di gratificazioni. È sposato con la nota attrice, ballerina e showgirl Carmen Russo, che gli ha dato una figlia, Maria. Un matrimonio felice.

La danza da sempre appartiene alla civiltà umana. Qual è il suo profondo significato?

«Secondo il mio punto di vista, la danza ti dà la possibilità di esprimere realmente quello che sei perché nel momento in cui si danza, con la musica, viene fuori quello che sei, non si può fingere. Sempre se la ami realmente, se la fai come l’ho fatta io da ballerino classico, primo ballerino al San Carlo di Napoli e poi anche alla Fenice di Venezia con Carla Fracci. Quindi ti liberi proprio, ti liberi da questo mondo. Siamo tutti in un computer, in cui tutto è stato programmato».

Perché alle persone, se vivono un momento di gioia, viene l’istinto di ballare, anche da sole?

«Queste persone si stanno liberando, stanno tornando indietro agli inizi, quando gli esseri umani danzavano e ogni tribù aveva le sue danze. Quindi stiamo ritornando indietro, da questo punto di vista, riprendendo i valori belli di una volta».

Nato a Napoli nel 1949. L’incontro con la danza…

«Al San Carlo di Napoli c’era un bando per bambini di otto anni. Fu mia madre a iscrivermi ma più che altro per sopravvivenza perché non avevamo da mangiare, era da poco finita la guerra. Non avevo alcuna passione per la danza, non sapevo cos’era. Poi ho scoperto il Teatro San Carlo che mi ha dato innanzitutto una famiglia, la cosa più importante, e ringrazierò sempre i miei colleghi più grandi. Grazie alla mia insegnante Bianca Gallizia (1905-2000) ho capito la danza perché molti insegnanti la insegnano ma non insegnano ad amarla. In questo la nostra insegnante al San Carlo ci ha dato veramente tanto».

La tua famiglia?

«La mia è una storia un po’ particolare. Io avrò visto tre volte mio padre. A fine guerra, avevo due sorelline ma una a 18 mesi e un’altra a 11-12 anni, purtroppo, in un incidente, un carro armato le ha investite. E allora siamo nati io e mia sorella, diciamo per compensare, ma non siamo stati accettati. Io a quattro anni stavo da solo, mia madre è impazzita, ha perso il cervello, andava via per 15 giorni, girava e poi tornava, mio padre andò via e qui è stato il disastro della famiglia».

Infanzia difficile ma presto è emerso il tuo grande talento.

«Diventai primo ballerino al San Carlo di Napoli, vinsi la borsa di studio al Bolshoi ma a Mosca non ci andai perché erano altri tempi. Un mio amico è andato ma non lo fecero più tornare, sai com’era l’Unione Sovietica, poi andai a fare il ballerino a Rio de Janeiro, poi a San Paolo, poi nel 1968 feci la televisione a colori in Olanda: non mi son fatto mancare niente. Fui chiamato da Gino Landi, il grande coreografo, come primo ballerino con la Carrà e creammo questa coppia che ha girato mezzo mondo, non si sa come ma c’era questa incredibile unione tra di noi. Il Tuca tuca è nato una sera per gioco e ancor oggi la gente dice “la Carrà, il Tuca tuca”…».

Ci racconti di quella sera in cui nacque l’idea?

«Giocavamo a carte a casa di Raffaella, una serata di lavoro, e Gianni Boncompagni disse: “Dovete fare un ballo che possono fare tutti”. Doveva chiamarsi “tocca tocca” ma il maestro Franco Pisano, direttore d’orchestra, sardo, disse Tuca tuca ed è rimasto così».

Ombelico della Carrà in vista, danza allusiva. In Rai poteva essere un problema.

«Sì, facemmo delle prove e il direttore della Rai disse “No, non si può fare, perché vi toccate”, poi l’hanno convinto a farlo in una puntata ed ebbe un grande successo. Potrebbe sembrare una cosa assurda ma il direttore disse: “Non lo dovete fare più”. Però noi l’abbiamo fatto per un paio di puntate, credo. Ma cosa accadde? Invitarono Alberto Sordi come ospite».

Altra perla della storia della tv…

«Disse “Io vengo solo se mi fate fare il Tuca tuca al posto di Enzo Paolo”. E chi gli poteva dir di no? Così lui ci ha sdoganato e da lì il successo avuto anche all’estero, tutta Europa, Centro e Sud America, Canada, eccetera».

Alberto, imprevedibile, espresse il massimo di sé mettendo quasi in imbarazzo Raffaella.

«Sì sì, quando entrava in scena era veramente un cavallo pazzo».

Testo osé cantato da Raffa. «Si chiama tuca tuca / L’ho inventato io / Per poterti dire / Mi piaci, mi piaci, mi piaci / E quando ti guardo lo sai cosa voglio da te».

«Sì, Raffaella stava avanti, quando poteva mandava dei messaggi che avevano un senso soprattutto per le donne».

Poi il ballo si fece anche nei dancing italiani?

«Come no, addirittura avevano fatto i locali chiamati Tuca tuca. Ma anche oggi mia moglie, Carmen, d’estate fa uno show riproponendo alcune canzoni di Raffaella e anche il Tuca tuca e sul palco salgono i fan a ballarlo insieme con i ballerini».

Secondo te si può stabilire un paragone, tra la canzone Tuca Tuca sì e Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, del 1978, sempre con la mano di Boncompagni?

«Era la sigla di un programma che facemmo e un altro messaggio finalizzato a unire l’Italia, né Nord né Sud, l’importante era dire fai l’amore con chi hai voglia tu, questo è importante, può essere Trieste, può essere Milano, può essere Napoli oppure Palermo. In un certo senso eravamo molto avanti».

Raffaella era felice ma nascondeva nel suo intimo anche una malinconia per il fatto di non essere diventata madre?

«Lei è stata una donna felice perché ha avuto quello che desiderava artisticamente. Sulla questione del figlio, quando Carmen diede la notizia che era in stato interessante e poi partorì, Raffaella mi chiamò e mi disse: “Bravo, tu ce l’hai fatta in tempo”. Lei non fece in tempo perché era un po’ più grande di me. Ha sofferto molto per questa cosa. Avrebbe tanto voluto avere un figlio».

Gianni Boncompagni l’avrebbe sposato?

«Ti devo dire che Gianni Boncompagni è stato per lei un amore, ma un amore perché è stato quello che l’ha scoperta. Il vero amore è stato Sergio Japino, almeno secondo il mio punto di vista».

Enzo Paolo, sei sposato dal 1987, dunque da quasi 40 anni, con Carmen Russo e avete una figlia, Maria, nata nel 2013. Non sono così frequenti i matrimoni che durano. Qual è il segreto?

«Non esistono segreti».

Certo, ma qualche consiglio sì…

«La prima cosa è il rispetto. Poi Carmen era già famosa nel suo settore e io nel mio, quindi non è stato un rapporto d’interesse. Una cosa che uno deve mettere sulla bilancia è che quando si sposa è di perdere un 50%. Ma dove sta l’intelligenza? Puoi prendere il 50% dell’altro e allora compensi, arrivi al 100% e vivi bene. Certo, ci sono cose che a me non vanno bene di Carmen e viceversa ma, se ami la persona, la ami non proprio per i difetti ma perché ti dà delle cose che non sono sulla tua stessa linea, ti innamori di quello. Quando vedi una cosa che di solito non ti sta bene ma se la fa l’altro ti piace, allora sei innamorato».

Vi siete sposati in chiesa?

«Sì, certo, io credo molto nella Chiesa, sono molto cattolico e penso che un amore debba sfociare in una famiglia e che ci si debba sposare. Mai perdere i valori, mai».

Il matrimonio in quale chiesa?

«Ci siamo sposati a Cassano delle Murge, in Puglia, una chiesetta molto piccola e molto carina».

Chi, tra voi due, ha fatto il primo passo?

«È stata lei. Non perché Carmen non mi interessasse, ma perché all’epoca c’era un’etica professionale e non volevo mischiare il lavoro con i sentimenti. Lei mi chiamò come coreografo per fare una tournée. Poi quando abbiamo capito che c’era qualcosa di più dell’infatuazione… Io non credo nell’amore a prima vista, ti può piacere la persona, il corpo, il modo di fare ma l’amore vero nasce quando conosci la profondità della persona. Carmen è una delle donne più desiderate e anche a questo ti abitui. E allora, quando invecchi, non ami più la persona? No, perché tu ami il cervello della persona».

È la donna che decide su un’unione?

«Io credo che al mondo non esista un uomo che abbia scelto una donna. Perché a me può piacere una donna ma se non le piaccio è no. È la donna che sceglie l’uomo».

Sulla spiritualità qual è la tua posizione?

«Io credo in Dio. Non mi pongo il problema per scoprire che cosa è, non voglio sapere se la Madonna è apparsa veramente o non è apparsa. Siamo stati con Carmen e la bambina a Medugorje, andiamo lì a pregare. Non voglio questa certezza. La devo sentire dentro di me».

Hai fatto non solo tv ma anche grandi cose nei teatri…

«Ho lavorato con i grandi, da Frank Sinatra a Berry White a Tom Jones a Julio Iglesias, e per questo ringrazio Dio. Come si dice a Napoli, fattella cu’ chi è meglio ‘e te, “vai con chi è meglio di te e fagli anche dei regali”».

La danza mette a dura prova il fisico?

«Quando il ballerino arriva a una certa età è tutto rotto, schiena, gambe, ginocchia».

Quei celebri balletti con coreografia della Rai di un tempo…

«La televisione è cambiata e va rispettata. Prima era basata su programmi di rivista e spettacolo con una star – la Carrà, la Goggi, la Cuccarini, Carmen Russo, Heather Parisi – e quindi c’era bisogno di un coreografo, un corpo di ballo e un ballettone. Oggi si fanno le siglette, il contorno ai cantanti, che è un’altra cosa…».

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