Anna Paola Concia, già tenace deputata del Pd, ha abbandonato da tempo il partito.
«Ci sono rimasta per trent’anni. Non è stato un addio a cuor leggero».
Adesso aderisce a Spazio pubblico, fondato da Pina Picierno.
«È un movimento di idee. Condivido le posizioni di Pina: soprattutto su Ucraina, antipopulismo e coraggio riformatore».
Un mese fa ha lasciato anche la vicepresidente del Parlamento europeo.
«Come hanno fatto recentemente altre donne di carattere ed esperienza: da Marianna Madia a Elisabetta Gualmini».
Elly Schlein doveva essere la segretaria più femminista di sempre.
«Invece ha marginalizzato le meno allineate. È una realtà che salta agli occhi».
Il proposito era farlocco?
«Credo che abbia un’idea ben precisa della sinistra. Mi pare evidente: non c’è spazio per chi ha posizioni diverse dalle sue. E il fatto che siano tante donne ad andarsene dimostra che sono certamente le più coraggiose».
Si distinguono dai vari Don Abbondio?
«Ci sono molti uomini nel partito che fanno gnè gnè, ma poi rimangono».
La leader predilige le fedelissime?
«È una pratica diffusa».
Non esattamente delle acchiappavoti.
«Le ultime amministrative sono state uno spasso».
Perché?
«I due vituperati cacicchi hanno vinto a mani basse».
De Luca a Salerno e Crisafulli a Enna?
«Mirello l’ha persino detto: “Non ci danno il simbolo? Meglio”».
Tiriamo le somme.
«I cacicchi possono pure essere criticati, ma fanno ancora vincere».
Adesso il Pd esulta per l’emendamento sulle preferenze impallinato.
«C’è, però, una domanda alla quale nessuno sa rispondermi».
Ovvero?
«Le preferenze ci sono alle elezioni comunali, regionali ed europee. Perché allora non vanno bene alle politiche? Se sono brutte e cattive, l’ostilità dovrebbe valere sempre, no? A maggior ragione quando bisogna indicare sindaci o consiglieri, che magari possono sfruttare le rendite di potere».
Perché, quindi?
«Molti i voti se li devono andare a cercare. È meglio mettersi sotto l’ala protettiva delle segreterie dei partiti e farsi scegliere. Cosa sbagliatissima. Certo, l’emendamento presentato non era memorabile…».
Però.
«Però a me non mi pigliano per il culo. Nemmeno l’emendamento migliore del mondo sarebbe passato».
Hanno esultato come Tardelli ai mondiali del 1982.
«Quell’ovazione da stadio dimostra che sono sconnessi dalla realtà».
Schlein dice il contrario: produzione industriale in calo, energia carissima, stipendi bassi. Ma la priorità del governo, attacca, sarebbe la legge elettorale.
«Questo benaltrismo mi lascia sempre perplessa. È chiaro che i problemi di un Paese restano tanti, ma loro festeggiano perché hanno bocciato le preferenze. Complimenti. Andranno alle urne ancora meno cittadini. Pensano: meno siamo, meglio stiamo. Vanno a votare i radicalizzati e ci evitiamo sorprese».
Tifano astensionismo?
«C’è una gran quantità di persone che non si riconosce in questa polarizzazione, ma non si fa nulla per rimediare».
La maggioranza, comunque, non è in forma smagliante.
«La prima a saperlo è Giorgia Meloni, tanto che lo dice esplicitamente. L’emendamento respinto ai aggiunge alla sconfitta nel referendum sulla giustizia. Io sono stata tra quelli che, a sinistra, ha sostenuto il Sì».
«Ha vinto di nuovo la palude», dice la premier.
«In Italia è difficile rompere certi meccanismi. Tutti si lamentano, ma quando bisogna fare scelte coraggiose finiscono per tirarsi indietro».
Il campo largo si limita alle scene di giubilo?
«Non hanno ancora scelto il leader, a differenza del centrodestra. E aspettiamo ancora di capire cosa vogliono fare per il Paese».
Alle primarie meglio Conte o Schlein?
«Nessuno dei due».
La concorrenza spinge sempre più a sinistra?
«Ma certo! Anche nei partiti regna ormai un’egemonia culturale: il populismo sfacciato. Con mio grande rammarico e dolore, riguarda pure il Pd. Vedo tanta ambiguità, soprattutto in politica estera. Come Conte, che su Vladimir Putin dice: “La Russia non è una minaccia per l’Europa”».
Elly concorda?
«Lui è esplicito. Lei è sfuggente, si finge morta, lascia intendere. Per quanto mi riguarda, la difesa dell’Ucraina non permette reticenze».
Sul wokismo, però, sembra avere idee chiarissime.
«Siamo tutti woke. Ognuno è sveglio sui propri diritti. Io sono donna, lesbica e femminista. Ma l’estremismo abbracciato dai nostri progressisti lo trovo davvero pericoloso».
Per esempio?
«L’antioccidentalismo sfrenato. Il rifiuto dei nostri valori. Condividere le battaglie delle forze musulmane mi spaventa molto».
Sottovalutano sicurezza e immigrazione?
«La sinistra li considera da sempre temi di destra. È un errore madornale».
Sarà l’argomento decisivo della prossima campagna elettorale?
«In Italia, in Francia, in Germania: ovunque. Minimizzare è pericoloso perché la convivenza tra culture diverse riguarda in particolare i ceti bassi, non certo chi abita nel centro di Roma».
È buonismo oppure opportunismo?
«Opportunismo: a sinistra non vogliono scontentare potenziali elettori. Io, però, vivo nella città tedesca più multietnica: Francoforte. Il 53% della popolazione è straniera. Vedo i lati positivi, ma anche quelli negativi della mancata integrazione. Il mio modello è la Danimarca. C’è una premier socialdemocratica, Mette Frederiksen, che non teme di prendere una posizione decisa: non si può far finta di niente, chi non si integra e commette reati va espulso».
In Italia le darebbero della fascistona.
«La sinistra deve capire: non si può andare avanti così. Che la paura sia reale o percepita, è su questo che la gente andrà a votare».
Sui diritti civili, invece, Schlein prometteva meraviglie.
«Fanno parte pure questi della solita lottizzazione culturale. Si va avanti per inerzia».
Non manca un gay pride, però.
«Quello è il minimo sindacale».
Sta configgendo le più nefaste previsioni: regna al Nazareno da marzo 2023.
«È speculare alla premier. Finché c’è Meloni, c’è Schlein».
Sarà lei a sfidarla?
«Questo non lo so. Conte pensa di essere Napoleone. Reputa un usurpatore chiunque pensi di andare al governo. Farà di tutto per tornare a Palazzo Chigi».
Tra riformisti e cattolici, gli scettici nel partito aumentano.
«Direi che sovrabbondano. Lei è molto determinata. Persevera nella scelta di aver collocato il Pd in una certa area politica. Quindi, gli altri restano tutti zitti. Nel Pd non ci sono tanti cuor di leone. Manca il coraggio di contrastare la sua linea».
Sull’attentato a Ranucci, la segretaria aveva audacemente teorizzato: «La democrazia è a rischio quando l’estrema destra è al governo».
«Bisogna sempre essere un po’ cauti. Io non condivido il suo modo di fare giornalismo: penso sia negativo e pericoloso. Oggi stanno venendo fuori le contraddizioni, anche abbastanza imbarazzanti».
Dopo gli articoli della Verità e Il Domani, Report querela per rivelazione di segreti investigativi sulla presunta messinscena.
«Ridicolo. Ranucci è vittima delle sue stesse macchinazioni. E, soprattutto, il boomerang è tornato indietro. La gogna, del resto, è così: oggi tocca a te, domani a me. E lui quei linciaggi li ha fatti con il convinto sostegno di una parte politica: la più manettara d’Italia».
Il campo largo?
«A proposito della famosa egemonia culturale: il populismo e il giustizialismo dei 5 stelle sono i peggiori nemici della democrazia».
Schlein, però, si accoda.
«Convintamente».
Persino chi sosteneva la riforma della giustizia era considerato neofascista per osmosi.
«Ce ne hanno dette di tutti i colori. Una cosa agghiacciante. Ma quello che mi ha colpito di più è stata la violenza di quegli attacchi».
Da Francoforte, dove vive con sua moglie Ricarda, osserva lo spettacolo.
«E non mi piace per niente. Come quello tedesco, d’altronde. La crisi della democrazia non riguarda solo l’Italia. Io, per esempio, trovo che Roberto Vannacci sia pericoloso. E la sinistra che fa? Si sfrega le mani. Spera che il generale metta in difficoltà Meloni».
Lo sfascismo.
«S’è visto sia sulla giustizia che sulle preferenze».
La palude.
«Meloni ha azzeccato la metafora».
Concia si ributta in politica?
«E con chi? Detto tra noi, mi pare di essere un po’ troppo libera».
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