Andrew Spannaus, giornalista e analista politico americano, al vertice Nato di Ankara grande freddo tra Meloni e Trump. Perché il presidente americano insiste con le sue provocazioni?
«Questa è la personalità di Donald Trump. Quando ritiene di aver subito un’offesa personale – anche solo percepita – non pensa ad altro. Per lui l’offesa sovrasta sempre il contenuto politico. Ha chiesto a un Paese che considerava il più grande alleato in Europa di partecipare alla guerra, e si è sentito rispondere “no”. Per questo è andato su tutte le furie».
Ma non poteva che andare così.
«Certo, la sua era una richiesta ovviamente impossibile, e questo a Washington glielo avranno fatto notare. Ma Trump è fatto così, a un certo punto bisogna andare oltre le sue sparate, per capire cosa davvero sta succedendo alla Nato».
Succede che Giorgia Meloni ha dichiarato che gli investimenti per il riarmo devono rimanere in Italia.
«Questa è una dichiarazione che sicuramente introduce ambiguità agli occhi di Washington, ed è stata percepita come una frecciata. D’altronde Meloni asseconda alcune necessità politiche italiane, e visto che Trump oggi non è ben visto dalla vostra opinione pubblica, distanziarsi da lui non può che esserle utile».
Però?
«Però riarmarsi facendo leva sull’industria bellica nazionale non è così facile nei fatti, perché la metà degli investimenti nella difesa avviene rivolgendosi agli Usa. Quindi, per mantenere la promessa, è necessario un vero cambiamento di sistema».
Gli attriti Trump-Meloni stanno mettendo in pericolo i rapporti Italia-Usa, oppure le persone passano, e le relazioni storiche restano intatte?
«La frattura è ancora superficiale. Tra i due Paesi ci sono grandissimi rapporti economici che passano per aziende private o partecipate dallo Stato. Anche i rapporti tra alti livelli istituzionali sono buoni, ma bisogna evitare che questa spaccatura si approfondisca. L’importante è tenere a mente i propri obiettivi: se lo scopo è far contare di più l’Europa nella Nato, mantenendo una gestione comune, si vada avanti in quella direzione. Senza dare troppo peso agli scontri personali».
Qualcuno pensa che l’età anagrafica inizi a condizionare la lucidità di Trump. Un dubbio che era emerso anche con Joe Biden. È così?
«A Washington si discute, dietro le quinte, sul declino delle sue capacità di gestire le responsabilità della presidenza. Trump si addormenta in eventi pubblici, arriva tardi al lavoro, secondo alcuni calcoli lavorerebbe meno di Joe Biden. Insomma, c’è preoccupazione per la sua coerenza mentale, ma anche per il suo stato fisico, perché non è uno che bada molto alla salute. Quindi la questione è reale, se ne parla soprattutto dopo l’ultimo G7».
E i suoi consiglieri?
«Quando è in azione, Trump apre bocca continuamente e non ha freni, quindi non è facilmente gestibile. Lo ha spiegato lui stesso più volte, gli capita di prendere decisioni o rilasciare dichiarazioni senza consultare nessuno».
Qual è la previsione in vista delle elezioni di mid-term?
«Il vento generale va verso una vittoria netta per i democratici in termini di consensi. Però c’è qualche aspetto tecnico da considerare. Il primo è la diversa distribuzione dei collegi elettorali, un’operazione lanciata da Trump in modo un po’ improprio, che consentirà ai repubblicani di guadagnare una decina di seggi, in modo da limitare i danni».
Come finirà?
«I democratici sono ancora in vantaggio, probabilmente conquisteranno la maggioranza, ma in modo meno schiacciante di quanto ci si possa aspettare».
Cosa significa per Trump?
«Trump, in ogni caso, diventerà un’“anatra zoppa”. Se la Camera finisce in mano democratica, avrà le mani legate sulle leggi, e il Congresso farà partire raffiche di inchieste contro di lui, accenderà i fari sui conflitti di interesse e sulle accuse di corruzione».
Ma come reagirà il presidente?
«Questa è la grande domanda. Quando è alle strette, Trump cerca sempre di contrattaccare: dopo le polemiche sull’Ice, è arrivato il Venezuela e l’Iran. Potrebbe essere tentato da un’altra fuga in avanti. Molto dipende dal coraggio con cui il Partito repubblicano proverà a frenarlo».
Intanto la situazione in Iran è tornata drammatica, e non si vedono spiragli nei negoziati.
«Trump è stato spinto in questa trappola da Netanyahu e dai neoconservatori americani, che stanno cercando di rafforzare la cooperazione militare tra Usa e Israele, nonostante il disastro di questi mesi. La guerra resta una grande fonte di imbarazzo per l’amministrazione, anche perché l’Iran è più agguerrito di prima. I negoziati devono continuare, ma le tregue non reggeranno, perché oggi Teheran pensa di poter ottenere di più. Donald teme di fare la fine di Herbert Hoover, il presidente che provocò la Grande Depressione: lo stallo militare che porta a una profonda crisi finanziaria resta uno degli scenari più temuti».
Chi ci sarà nel dopo Trump?
«Marco Rubio non dispone della base popolare su cui può contare JD Vance, non interpreta bene il “mood” popolare, cioè il sentimento della base repubblicana».
E che forma potrebbe assumere la leadership di Vance?
«Una destra sociale, più populista. Che si opporrà a tutti gli interventi militari, spingerà per limitare i grandi colossi economico-finanziari, per stare più vicino alla working class. Del resto il Partito repubblicano non può continuare ad essere pro finanza, pro globalizzazione, pro guerra, quando la base va da un’altra parte».
Anche Vance ha le sue contraddizioni?
«Sì, visto che è vicino a Peter Thiel, figura prossima a quelle big tech che influenzano il potere pubblico e l’economia. Ma, a parte questo, Vance è certamente più in linea con la base repubblicana. E poi è portatore di una nuova visione culturale molto contestata: sostiene che i diritti vanno accordati solo ai cittadini, e che l’America non si fonda sui principi di libertà, ma sulle tradizioni comuni di alcuni gruppi».
Molti pensano che Vance sia ancor più imprevedibile di Trump.
«Diciamo che Vance è più profilato ideologicamente. In ogni caso, molto dipenderà dagli ultimi due anni di governo. Se Trump arrivasse in campagna elettorale con consensi fermi al 35%, sarà impossibile per Vance conquistare la Casa Bianca. Ma è giovane, potrà giocarsela tranquillamente al giro successivo».
Durante la cerimonia del 4 luglio, Trump ha paventato il ritorno del comunismo. A chi si riferiva?
«Trump cerca di rispolverare le critiche che hanno funzionato nel 2024: la battaglia campale contro i comunisti allora ha funzionato. All’epoca i democratici erano ancora legati alle questioni identitarie, ai discorsi gender, che in certo senso sono stati la loro condanna».
I democratici americani sono pronti per riprendersi la Casa Bianca?
«Pur nelle loro divisioni, che sono profonde, sono riusciti a convergere su due temi fondamentali: da una parte l’attenzione al costo della vita, che è il problema principale degli americani, e dall’altra la denuncia degli eccessi di Trump, da loro dipinto come un re che non rispetta la Costituzione. Su questi due punti possono trascinare la maggioranza degli elettori».
Su quali punti invece i dem rischiano di farsi male?
«Se toccano la questione polizia e immigrazione rischiano grosso. Non devono prestare ascolto alla loro ala più radicale, quella che vorrebbe eliminare l’Ice o lasciare porte aperte a tutti gli immigrati. E poi devono tenersi lontani dalle questioni ideologiche, come le battaglie di genere».
Insomma, per vincere i democratici americani non devono prendere spunto dalla sinistra italiana?
«Devono essere più pragmatici e non ideologici, concentrandosi sui problemi che toccano da vicino le persone. Da novembre, quando partiranno le primarie, dovranno pensare a un candidato che sia vicino alla gente sui temi economici, e più “moderato” su certe battaglie culturali».
Ma ci sono già dei nomi lanciati che qua non sono arrivati?
«Alla stampa italiana, e in generale agli osservatori esteri, piace rilanciare il nome del governatore della California Gavin Newsom o Alexandria Ocasio-Cortez, ma i loro profili non sono vincenti. Il futuro presidente non arriverà dagli Stati “liberal” e progressisti».
E dunque?
«Penso abbia più chances il governatore del Kentucky, Andy Beshear, o il senatore della Georgia, John Ossoff. Attaccano Trump, ma senza essere radical chic».
Dia un consiglio al presidente del consiglio italiano Meloni, sulla gestione del suo ex amico.
«Suggerirei di non piegarsi a Trump, ma mantenendo sempre una certa pacatezza, evitando i punti di attrito. E soprattutto consiglierei di sorvolare su certe provocazioni e concentrarsi sul “big picture”, lo scenario generale, vale a dire: dove va davvero l’Occidente?».
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