Giorgia Meloni è appena diventata il leader europeo con più follower su Instagram: 7,3 milioni.
«Da qualche settimana abbiamo superato pure Macron. Credo sia merito delle dinamiche internazionali».
Tommaso Longobardi, 35 anni, è l’acclamato stratega dei social.
«Lei riesce sempre a coniugare la sua anima istituzionale con quella informale. Come è successo con la visita del primo ministro indiano, Modi».
Il video in cui le regalava famose caramelle asiatiche è diventato virale.
«Numeri pazzeschi: 286 milioni di visualizzazioni solo su Instagram. I rapporti genuini che Giorgia sa costruire ci permettono anche questa comunicazione pop».
Come il selfie in stile manga con la premier del Giappone, Takaichi?
«È servito a valorizzare quella cultura. È una nazione che ha fatto dell’arte visiva un linguaggio globale».
Merito di Meloni o Longobardi?
«Suo, certamente. Ma nasce tutto dalla nostra complicità».
La disputa a distanza con Trump dopo il G7 vi ha fatto guadagnare oltre un milione di seguaci?
«Non siamo stati lì a calcolare. E comunque non ci sarebbe da menar vanto, visto il contesto».
Effetto voluto, insinuano.
«Vogliono dare una connotazione ideologica a una scelta mediatica. Giorgia, semplicemente, ha preso una posizione decisa».
Il presidente americano continua a regolare i conti sul suo Truth.
«Ormai persino una virgola può essere intesa male all’estero e creare un danno al Paese. È il motivo per cui vivo il mio ruolo in modo sempre più responsabile».
È il trumpismo, bellezza.
«Anche noi abbiamo usato i social per scopi diplomatici. Il problema è se lo fai per ledere. Ma in America sono abituati. Noi invece abbiamo un approccio diverso alla comunicazione politica. Quel genere di contenuti ha un altro effetto».
È appena uscito il suo libro sull’ascesa social di Meloni: Senza maschera. «Tommaso è un perfezionista», scrive nella prefazione il presidente del Consiglio.
«Vivo un’ansia perenne. E questo lavoro l’ha ulteriormente amplificata. Pubblico il post migliore del mondo, ma penso che avrei potuto farlo meglio. Non ci dormo. Continuo a cercare il pelo nell’uovo».
Aggiunge: «Non è uno yes man».
«In politica, quando si è vicini a una persona di potere, molti tendono a darle una visione ottimistica. Distorcere la realtà, però, danneggia. Credo sia la cosa peggiore che si possa fare».
Dunque, è tra i pochissimi che osa eccepire?
«Mi sono sempre ripromesso: quando c’è da dire una cosa, va detta. Non solo per correttezza umana, ma anche professionale».
S’è fatto le ossa con il futuro nemico: la Casaleggio associati.
«Mentre studiavo psicologia, sperimentavo format virali sulla mia pagina. Uno di questi video, con alcune pillole sulle notizie del giorno, venne ripreso proprio dalla Casaleggio. Chiesero se volevo lavorare per loro. Mi trasferii da Roma a Milano, di punto in bianco».
Ha incontrato anche Gianroberto, il fondatore dei 5 stelle?
«Qualche volta. Non era un uomo espansivo, ma quando parlava di innovazioni e digitale si illuminava».
Il Movimento, racconta, riuscì a trasformare la rabbia in consenso.
«Grazie a una narrazione impermeabile e ossessiva: la costruzione dell’avversario, gli slogan martellanti, le comunità chiuse, la centralità del leader».
Incrociò pure Grillo?
«Una volta si presentò in ufficio pieno di bistecche, chiedendo di metterle in frigo. Casaleggio, che era un ultra vegetariano, sembrava un po’ schifato».
Poi però ha collaborato con Donzelli, allora consigliere regionale in Toscana e adesso responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia.
«Fu Giovanni a presentarmi Giorgia. A febbraio 2018 lei mi chiese di incontrarci a Montecitorio. Allora avevo già un’offerta pure da un partito di centrodestra, che alle elezioni avrebbe fatto il botto».
La Lega?
«Forse».
Doveva scegliere.
«E scelsi Giorgia».
Il futuro premier non amava i social.
«Mi spiegò che non era il suo mezzo. Temeva che banalizzasse il messaggio. “Voglio raccontare le cose così come stanno”, diceva».
E adesso?
«Non palpita nemmeno ora, difatti evita di usare i suoi profili personali. Ma capisce, ovviamente, quanto siano diventati decisivi».
Il suo successo, spiega nel libro, «è la conseguenza di una narrazione lineare, costante ma soprattutto credibile».
«Era molto chiaro già ai tempi in cui Fratelli d’Italia stava all’opposizione. Con il centrodestra al governo, abbiamo potuto rimarcare la nostra scelta. Questo ha influito molto sulla crescita di Giorgia».
La chiamavano «regina della Garbatella». Il partito sembrava inchiodato al 4%.
«Quel racconto identitario ha fatto la differenza. Mentre gli altri rinunciavano alla loro linearità, per noi la coerenza diventava un mantra».
Eravate divisivi.
«Polarizzanti».
A quei tempi risale l’inciampo sulle «zucchine di mare».
«Forzavo tantissimo Giorgia sulle dirette Facebook. Facevano dei numeri pazzeschi. La prendevo per sfinimento, magari dopo una giornata di campagna elettorale. E una volta, mentre attaccava l’Europa sulle sue regole inutili, scambiò le vongole con le zucchine».
Seguirono feroci meme.
«Due giorni dopo, mentre scendevamo da un aereo in Toscana, le domandai: “Giò, ma se la peschiamo davvero ‘sta zucchina di mare?”. Dopo aver rimediato una canna da pesca, girammo il video».
A Matera arrivò al comizio su un’Ape.
«Eravamo imbottigliati nel traffico, su una salitona immensa. Dal nulla spunta questa motoretta a tre ruote. “Grande Giorgia, sali che ti porto io”, le disse il tizio che guidava. Nonostante una connessione infame, feci partire la diretta».
I social hanno trasformato in un tormentone l’ormai celebre discorso: «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana».
«Sul palco di piazza San Giovanni a Roma, nel 2019, ritirò fuori questo slogan. Dopo alcune settimane, spuntarono video ironici e un remix. Io ero a cena con alcuni amici, in un ristorante del Tufello».
E cosa successe?
«Alle mie spalle c’era un gruppo di ragazzini, seduti in un altro tavolo, che gridava: “Io sono Giorgia”. Allora, capii. Era uscito dalla bolla. Era esploso».
Eterogenesi dei fini.
«Credo che sia stata la più grande operazione di propaganda politica inconsapevole della storia. I due dj milanesi che l’avevano lanciato dissero in un’intervista: “L’ultima cosa che volevamo era creare una sigla per lei”».
E la foto con i meloni in mano?
«Nacque durante la campagna elettorale del 2018. Eravamo in macchina. Mancavano pochi giorni al voto e vidi questo banchetto: “Giò, ma perché non facciamo un videetto carino da usare durante il silenzio elettorale?”».
In alcuni viaggi istituzionali è stata immortalata anche la figlia.
«Alcuni commentatori italiani avevano iniziato una polemica sterile e strumentale su Ginevra. Ma all’estero, come in Cina o in Giappone, l’hanno considerato un gesto autentico. È una madre che cerca di stare con la figlia più tempo possibile».
Quanto hanno contato i social per la sua ascesa?
«Non sono le piattaforme a generare consenso, ma i messaggi. Sicuramente però hanno abbattuto gerarchie e distanze che sembravano insuperabili. Arrivano subito a milioni di cittadini senza intermediazioni».
A differenza di giornali e televisioni?
«La stampa non può fare a meno di rilanciare le notizie dei post. E viceversa. Nessun media sostituisce l’altro».
Adesso impazzano i podcast.
«Molta gente vuole un’informazione approfondita. Su Instagram e Facebook l’attenzione per un video è di pochissimi secondi. I podcast invece non durano meno di venti minuti».
Chi sono i politici più bravi sui social?
«Non vorrei inimicarmi colleghi che stimo, sia a destra che a sinistra».
Conte o Schlein?
«Conte ha meno problemi interni. Riesce a essere più efficace».
Calenda o Renzi?
«Stare all’opposizione li facilita, ma di certo sono abili».
Vannacci avanza rapidamente.
«Per lui i social sono essenziali».
Dimostra che non è più necessario andare in tv?
«Va comunque presidiato ogni spazio».
Quale sarà il media decisivo nella prossima campagna elettorale?
«Tutti. E i podcast avranno un ruolo importante».
Longobardi ha in serbo diverse ideuzze?
«Qualcosa in testa c’ho sempre».
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