Cognome e nome: Di Pietro Antonio. Per un biennio, 1992-1994, il nome più invocato d’Italia. Oggetto di «un’esplosione di popolarità turbo personalizzata» per Filippo Ceccarelli in Invano, Feltrinelli 2018. Il demiurgo di Mani Pulite, l’icona della sinistra antiberlusconiana, pur dando lui l’impressione di essere animato da pulsioni in verità destroidi: «legge e ordine», e una concezione superomistica del suo ruolo di magistrato e della sua persona, «l’eroe solo contro tutti».
Per i cronisti giudiziari: Belva, Zanza, Padrepio, la Madonna, Dio, l’Onnipotente etc, una specie di Zorro ma con la legge dalla sua parte.
Il pm che in udienza, nel processo Enimont, «la madre di tutte le tangenti», duettò con Bettino Craxi -aveva già ottenuto il suo scalpo: aveva portato il Cinghialone in tribunale – ma incalzò Arnaldo Forlani, facendogli venire la bavetta.
Ritrovarlo arruolato nel fronte del Sì al referendum sulla giustizia ha spiazzato non pochi.
Ma come?
Il feroce Inquisitore – quello delle urla memorabili quando interrogò Romano Prodi, con i finti orologi fatti comprare per romperli sbattendo il pugno sul tavolo e terrorizzare gli indagati – a favore della separazione delle carriere?
Sì, proprio lui.
Appena candidato a sindaco di Milano da Daniela Santanchè, ministra dimissionata – per il suo coinvolgimento nelle note vicende – dalla premier Giorgia Meloni, dopo la tranvata rimediata al referendum.
DP. Il frontman di Tangentopoli, il domatore del circo mediatico-giudiziario cui si sono ispirati i suoi tanti epigoni togati.
Da cui oggi DP prende le distanze: «Dopo Tangentopoli, l’impressione è che abbia preso il sopravvento un filone di magistrati che invertono l’ordine dei fattori: invece che cercare l’autore dopo che il reato è avvenuto, vanno alla ricerca di soggetti mediaticamente esposti per verificare se hanno commesso un reato».
Tradotto: «Ci sono pm che s’ interrogano su chi ci sia di ricco e famoso da poter perseguire, per ricavarne pubblicità».
E sulle inchieste «edilizie» della (ex?) «capitale morale»: «I magistrati inquirenti non hanno cercato i colpevoli di un reato, ma dei colpevoli cui attribuire un reato».
Comunque: se qualcuno proponesse a DP di correre per la poltrona di primo cittadino, o gli offrisse anche «solo» un posto da assessore all’urbanistica a Milano, «d’istinto, risponderei: no, grazie. Ogni cosa a suo tempo e, per quanto mi riguarda, il tempo mi pare sia passato da un pezzo» (così a Enrico Paoli di Libero, giovedì 2 luglio).
Eggià. Il settantacinquenne DP assomiglia poco o nulla al Terminator che fu, anche se oggi ribadisce: «Non rinnego nulla di quello che ho fatto».
Salvo l’errore riconosciuto con L’Adige del 29 agosto 2002: «Non essere stato più duro con Raul Gardini».
Ma se si è ammazzato!
Appunto: «Se non avessimo raggiunto un gentlemen’s agreement con i suoi avvocati – niente “cattura”, si consegna lui spontaneamente domani – lo avrei fatto arrestare dalla polizia appostata sotto casa sua in via Belgioioso».
Invece quel rinvio di 12 ore diede all’imprenditore il tempo di maturare la decisione di farla finita.
DP. Molisano di Montenero di Bisaccia, «è il Roberto Baggio della politica, ha dribblato tanti ostacoli e, molto spesso, la coerenza» (Enzo Biagi).
Quando l’Italia scoprì Di Pietro, si ubriacò – e si ammalò – di dipietrismo.
Giulio Anselmi, allora condirettore del Corriere della Sera: «Un tifo da stadio circonda l’inchiesta giudiziaria. E DP viene trasformato dall’immaginario collettivo in torero, goleador, solo in campo contro i cattivi».
Corrado Augias sull’Unità lo paragonò nientepopodimeno che a Oskar Schindler, il salvatore di ebrei: «Come Schindler, anche DP sale ad altezze mai raggiunte da un magistrato in servizio».
Perfino Beppe Grillo, un altro arruffapopolo finito nel dimenticatoio, nella prefazione alla autobiografia dipietresca, Ad ogni costo (Ponte alle Grazie, 2010), sbarellò: «DP è la kriptonite della politica italiana, trasforma i seguaci di Silvio Berlusconi in zombie preda di attacchi epilettici. È come l’aglio per i vampiri, come un test di intelligenza per Maurizio Gasparri. Indistruttibile e rompicog….., DP va contro tutti perché si è schierato dalla parte dell’onestà».
L’Espresso gli dedicò la cover del 27 dicembre 1992, «numero speciale per l’anno della grande svolta»: il suo faccione sorridente in primo piano e la scritta «Grazie».
In tv, Gianfranco Funari mandava ogni giorno una specie di spot pro Tonino «DP facci sognare!».
La poetessa Alda Merini gli dedicò versi ispirati: «Conosce benissimo Di Pietro / le cose vinte dalla nostra Italia» (cioè le emergenze terrorismo-criminalità-corruzione).
La psicologa Alessandra Graziottin spiegò il fascino da macho che esercitava sull’altra metà del cielo: «Incarna a pennello quella figura maschile di cui le donne hanno oggi nostalgia».
Il suo eloquio, talvolta affaticato e sudaticcio, veniva ripetuto a pappagallo: «Che c’azzecca?», «Benedettiddio», «Né a chiacchiere né a parole», «Come si dice? Scondizolare? Scondinzolare?», no: scodinzolare (quando si dimise dalla magistratura, nel 1994, la battuta migliore, che forse non voleva essere tale, fu del suo collega Gerardo D’Ambrosio: «Peccato. Negli ultimi tempi stava persino migliorando il suo italiano»).
Gli fu perfino offerto di fare il ministro dell’Interno nel primo governo del Cavaliere.
Con cui andò a parlare, ma visto che gli aveva dato appuntamento nello studio di Cesare Previti, sospettando un trabocchetto, dichiarò ai giornalisti che avevano saputo del meeting: «Sono venuto qua a dire che non accetto».
Nota a margine: il 25 novembre 1994, racconterà il procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli, «non solo DP era disponibile a interrogare Berlusconi, ma voleva occuparsene in dibattimento, affermando testualmente: a quello lo sfascio».
Solo che il 26 Silvio non si presenta.
Domenica 27 DP dà la notizia, ancora segreta, a Borrelli: «Lascio il pool, appena finita la requisitoria del processo Enimont».
Borrelli tenta di fermarlo: «Se te ne vai ora, poco prima dell’interrogatorio di Berlusconi, la tua sarà una vera e propria defezione».
Tonino è irremovibile: «Preferisco scendere da cavallo prima di essere disarcionato».
Il 6 dicembre si dimette.
Filippo Facci, dipietrologo che su Dp ha scritto due «biografie non autorizzate» (Mondadori 1997 e 2009), ha ricordato sul Giornale del 2 novembre 2012 «l’uomo dei piccoli favori avuti da inquisiti, ritenuti privi di valenza penale sebbene accertati da varie sentenze giudiziarie» (i 100 milioni avuti in prestito, la Mercedes etc).
DP, oggi: «Sono stato più volte indagato, ma sempre assolto, anzi prosciolto ancora prima del processo».
Facci: «Ricorre questa strana coincidenza: Tonino ha restituito i soldi ricevuti da personaggi inquisiti alla vigilia del grande gesto di togliersi la toga in aula. Perché lasciò la magistratura? Anche questa risposta è stata messa per iscritto in alcune sentenze».
Dove si legge che «l’ex pm sarebbe incorso in sanzioni disciplinari se non avesse lasciato l’ordine giudiziario».
E che «il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità non poteva non essere funzionale e strumentale a un successivo sfruttamento di tale popolarità».
Di Pietro non lasciò la toga per difendersi, del resto i fascicoli a suo carico furono aperti successivamente, ma per fare politica.
Diventerà ministro ai Lavori pubblici nel primo governo Prodi e un autorevole esponente del centro-sinistra.
Fondando l’Idv, l’Italia dei valori, «l’unico partito al mondo con un solo socio che convoca l’assemblea, cioè sé stesso, e davanti allo specchio decide di approvare il bilancio fatto da soldi pubblici, mentre magari cambia lo statuto», così il suo ex amico Elio Veltri.
Idv che nel 2014 girò le spalle al suo fondatore.
Pagò per gli errori fatti nella scelta di taluni soggetti, passati tutti con Silvio: Sergio De Gregorio, l’agopunturista Domenico Scilipoti, il filo coreano Antonio Razzi, quello che «te lo dico da amico, fatte i cazzi tuoi».
«Ma come facevo a conoscerli prima? Anche Gesù ne “cannò” uno su 12».
Ma soprattutto ad azzopparlo, lui che pure nel 2011 era insieme a Nichi Vendola e Pierluigi Bersani, tutti ridanciani, nella foto di Vasto (all’aria aperta, oggi abbiamo il selfie di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni nella Bat-caverna), fu un’inchiesta del Report di Milena Gabanelli.
Con «il DP più farfugliante ed evasivo che si sia mai visto in tv», annotò Guido Vitiello sul Foglio del 30 ottobre 2012, in imbarazzo su alcune faccende «di quel partito patrimoniale a conduzione familiare, moralizzatori con il debole del mattone», e per le quali – intendendo chiarire il ruolo autonomo della consorte Susanna Mazzoleni – se ne uscì con un surreale e magrittiano: «Mia moglie non è mia moglie».
Il meme più gettonato fu: l’Italia dei valori immobiliari.
Ceccarelli: «DP fu promettente poliziotto, ottimo pm, ministro così così, mediocre parlamentare, pessimo leader di partito».
In breve: è avanzato rinculando.
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