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Gianfranco Rotondi (Imagoeconomica)

«Quando Carlo Donat Cattin andò a casa di Aldo Moro per proporgli il Quirinale, si sentì rispondere che al Colle non ci si candida, ma si viene candidati. E Donat Cattin ribattè: “Va bene Aldo, ma ricordati che per fare i figli, bisogna fottere”. Avevano ragione entrambi». Gianfranco Rotondi, ex ministro e presidente della Democrazia cristiana, profondo conoscitore dei bizantinismi politici della prima e della seconda Repubblica, ci apre la scatola nera delle elezioni quirinalizie, dopo l’uscita di Giorgia Meloni sul superamento del «tabù» di un presidente della Repubblica di centrodestra.

Sorpreso da questa agitazione intorno al Palazzo più alto?

«Penso sia sbagliato partire con la corsa al Quirinale con tutto questo anticipo. E attenzione: l’errore di comunicazione non è arrivato dal premier, che ha semplicemente risposto correttamente a una domanda che gli era stata posta».

E da chi, allora?

«A Montecitorio circola una battuta: il centrosinistra ha trovato la quadra sul programma. E il programma politico alla fine sta tutto qua: impedire alla Meloni di decidere sul Quirinale».

Cioè?

«La tirata sul Quirinale arriva da sinistra. Preoccupatissima per il futuro inquilino del Colle, non solo ha aperto la polemica, ma l’ha messa addirittura al primo punto dell’agenda».

Dicono che se Giorgia Meloni si sceglie il presidente, avrà pieni poteri, e dunque la Costituzione è in pericolo, e dunque sarà regime.

«Ed è una sciocchezza. Ci sono stati momenti in cui abbiamo avuto il capo dello Stato, il capo del governo, i due presidenti delle Camere, il presidente della Corte Costituzionale, e il vicepresidente del Csm, tutti con lo stesso colore politico. Ma nessuno si è mai sognato di dire che il Pd ha fatto un colpo di Stato».

Cosa ne deduciamo?

«Può salire al Colle anche un uomo di partito, perché poi l’evoluzione della sua presidenza non si può prevedere, dipende dal carattere del personaggio».

Facciamo qualche esempio?

«Leone viene considerato di centrodestra, perché è stato eletto anche con i voti dell’Msi, ma poi si è rivelato il presidente migliore nella storia della Repubblica, campione di terzietà. Cossiga arrivò come un notaio, e poi prese a picconate il sistema, perché pensava di diventare il De Gaulle italiano, mentre poi arrivò Berlusconi».

Tornando all’oggi: dunque lei accetterebbe un uomo di parte sul Colle? O una donna di parte…

«Ma certo. Del resto, anche Sergio Mattarella, che oggi è il garante di tutti, è stato un uomo di partito dal profilo acuto e puntuto. Io sono stato suo successore alla direzione del Popolo, organo della Dc. Ci fece vedere i sorci verdi ai tempi della scissione, quando con Buttiglione passammo con Berlusconi».

Come sarebbe?

«Conservo ancora nel mio ufficio l’agenzia di stampa in cui mi definisce “filosofo minore”, mentre il “maggiore” era Buttiglione».

Cosa ci vuole dire?

«Nella selva di elogi che abbondano, com’è giusto che sia, nei confronti del presidente Mattarella, aggiungo che è stato un politico di valore, e anche molto fazioso».

Più di Giorgio Napolitano?

«Assolutamente sì. Tuttavia, divenuto capo dello Stato, nessuno ha potuto dire che Mattarella sia stato di parte, o che abbia favorito la falange da cui proveniva, che era quella dei popolari, l’ala sinistra democristiana. Ci aspettavamo che nominasse senatori a vita Ciriaco De Mita e Gerardo Bianco, e invece ha scelto architetti e scienziati».

Ma perché il Quirinale è sempre stato sbarrato al centrodestra?

«Non esiste nessun tabù. Semmai c’è stata una cronologia sfavorevole, perché l’elezione del capo dello Stato è ricaduta sempre nelle legislature in cui ha vinto la sinistra».

Insomma, casualità?

«E mi fermerei qui. Altrimenti, da credente, dovrei parlare di volontà della Provvidenza».

Qualcuno ritiene, sotto sotto, che a sinistra ci siano personalità «istituzionali», mentre a destra no.

«Io posso dire che i candidati istituzionali del centrodestra alla carica di presidente della Repubblica, di cui ci si può immaginare il salto, sono il capo del governo e i presidenti delle due Camere. E faccio una perizia giurata preventiva: chiunque dei tre fosse eletto, sarebbe uno straordinario presidente della Repubblica».

Sta davvero parlando di Meloni, La Russa e Fontana?

«Il presidente Fontana è apprezzato da tutte le forze politiche, comprese quelle più laiciste, che diffidavano del suo profilo di cattolico a tutto tondo. Ignazio La Russa è divenuto presidente del Senato con i voti di una parte del centrosinistra. E se ne avesse chiesti di più, ne avrebbe avuti».

E Giorgia Meloni capo dello Stato?

«Da premier ha dimostrato una capacità di colloquio che a sinistra non hanno avuto. Nessun premier di sinistra ha avuto col sindacato il rapporto rispettoso che ha intessuto Meloni».

Ma stiamo parliamo del presidente del Consiglio, una figura che non è mai salita al quirinale direttamente da Palazzo Chigi.

«Lo so, ci hanno provato in tanti. Moro, Andreotti, Fanfani, da ultimo Draghi. Tutte vittime eccellenti».

Comunque Meloni ha già negato di avere queste ambizioni.

«Sì, e non si tratta di ritrosia pudibonda. Semplicemente Meloni è consapevole che quella carica non è nelle sue corde. La vivrebbe come sette anni di arresti domiciliari. Però…».

Però cosa?

«Se è vero che nessuno mai è diventato capo dello Stato da capo del governo, è anche vero che nessuna donna era mai andata a Palazzo Chigi, e nessun politico ha mai portato un partito dall’1 al 30%. Meloni è, per così dire, donna dalle straordinarie eccezioni. E se davvero lei teme un certo scenario, direi che deve cominciare un po’ a preoccuparsi…».

E quindi?

«Quindi, siccome per me sarebbe un eccellente presidente della Repubblica, per la sinistra sarebbe tattica astuta quella di votare Meloni per il Colle, al fine di toglierla dal mercato elettorale. Mi permetto di dare questo suggerimento a microfoni aperti, perché tanto loro non lo raccoglieranno».

Ma non sarebbe un presidenzialismo surrettizio, quello di un capo di partito al Colle?

«In Italia non si è mai instaurato il presidenzialismo, nemmeno quando il mio amico Cossiga chiamava “camorristi” i ministri del suo partito e mandava i carabinieri al Csm».

Sta dicendo che il sistema italiano è vaccinato contro certe avventure?

«Esattamente. Davvero vogliamo inseguire le fandonie del pericolo fascista? Siamo onesti, la nostra democrazia è solidissima e ha retto scosse che hanno tramortito altri Paesi. Stiamo sempre parlando di personalità nate nel Parlamento, dal confronto, dall’equilibrio, dalle compensazioni parlamentari. I rischi di cui ciancia la sinistra non esistono».

Nei suoi ragionamenti non vede l’eventualità di un capo dello Stato tecnico o comunque estraneo alla politica?

«Io credo nella toga della politica, fin troppo lesionata nella seconda Repubblica da tanti papi stranieri, donne e uomini della Provvidenza. Ce ne siamo sempre pentiti, poiché portatori di parecchie delusioni. La figura della Meloni ha riconsacrato la politica, e oggi l’Italia all’estero non è più l’Italietta».

Intanto per eleggere il capo dello Stato occorre avere i voti. E con Vannacci in ascesa tutto si complica, per voi.

«Il fenomeno Vannacci per ora è solo mediatico-sondaggistico, non c’è stato nessun bagno elettorale».

Il generale si presterà al compromesso?

«Io temo che si presti troppo, perché è un signore che è entrato nel partito più antico della storia della Repubblica, la Lega, senza un giorno di militanza. Ne è diventato vice segretario, e poi lo ha lasciato portandosene via metà. Altro che compromesso, siamo oltre».

Ma verrà comunque imbarcato nel centrodestra?

«È un tema che non ci poniamo, perché Vannacci vota contro il governo, e quindi sceglie di stare all’opposizione. Noi dobbiamo concentrarci sulla nostra offerta elettorale agli elettori del 2027, che non può essere una replica del 2022. Mi auguro che per allora il centrodestra sia molto più audace, più arioso e inclusivo».

Cosa intende?

«Giorgia Meloni ha personalmente un consenso più ampio rispetto a Fratelli d’Italia e alla somma dei partiti del centrodestra. Quindi dovrà avere il coraggio di assumere un’iniziativa politica che porti a una scelta unitaria per il suo elettorato».

Una scelta unitaria?

«Intorno a Fratelli d’Italia spero possa nascere uno schieramento unitario, che rappresenti la nazione, che racchiuda tutte le sensibilità, che sia aperto al centro e alla destra. Un progetto che sosterrei, in quanto rappresentante dell’unico partito erede legittimo della Dc. Non sarebbe ben più ambizioso parlare di questo disegno, anziché limitarsi alla trattativa con Vannacci?».

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