Attraverso quella specie di miracolo che è l’archivio delle immagini Franco Franchi, nome d’arte di Francesco Benenato, continua a farci ridere con i suoi giochi di pupille e quell’inimitabile mimica facciale.
Quando ci lasciò, il 9 dicembre 1992, a soli 64 anni, l’Italia rimase orfana di uno dei suoi attori comici più rappresentativi. In coppia con Ciccio Ingrassia spopolò al cinema e nei varietà Rai. Per Massimo Benenato, classe 1965, suo figlio, fu un dolore atroce ma anche una catarsi spirituale, un viaggio per tentare di capire in quale dimensione fosse trasvolato l’amato papà di cui esperì, per alcuni mesi, quelle che ritiene essere sue epifanie soprannaturali. Ciò gli ha fatto ritrovare la serenità.
Massimo, hai fondato una piccola casa editrice, la Franco Franchi editore…
«Circa 15 anni fa ho cominciato ad avere il desiderio di scrivere. Essendo piaciuti in famiglia e agli amici dei miei racconti ho scritto un romanzo, un fantasy. Nel 2019 Spazio Cultura Edizioni mi ha pubblicato il romanzo Sotto le stelle di Roma. L’anno scorso è diventato un film, si trova su Prime. Un personaggio chiave è Ajna, donna indiana con una sensibilità diversa dagli altri. Riesce a vedere le aure delle persone e capirne lo stato emotivo».
Passione per la scrittura nata nella prima giovinezza?
«No, il fattore scatenante è stato la morte di mio padre che mi ha portato a una notevole introspezione interiore. Ho trovato risposte attraverso la meditazione, i contatti con lui che mi hanno cambiato la vita… A un certo punto scrivere è diventata una necessità. Anche il romanzo Ali d’angelo è molto autobiografico».
Scrivi a casa?
«Scrivo a casa, ma da tre anni c’è anche la passione per la regia e il teatro. Ho scritto due commedie: Battibecchi d’amore, che ho portato in teatro anche quest’anno, e poi Scusate il ritardo, della quale abbiamo fatto una prima con Manlio Dovì, Fabrizio Apolloni, Anna Lisa Amodio».
Tuo padre faceva ridere anche in famiglia?
«Sì, papà era un’anima allegra. La risata per lui era una forma di cura. Diceva che quando Dio l’aveva creato ci aveva messo un po’ più di tempo, per renderlo buffo e alleviare le sofferenze di questo Pianeta e far ridere un po’ la gente. Mia madre era un po’ credulona e le faceva degli scherzi».
Per esempio?
«Una volta – avrò avuto 23 anni – le disse che avevo messo incinta una ragazza. Lei ci aveva creduto ma non era vero».
Irene, tua mamma…
«C’è ancora, purtroppo da qualche anno ha problemi con la memoria, ha 93 anni. Vive, con la sua badante, vicino a mia sorella (Maria Letizia, classe 1961, ndr). Noi figli la trattiamo come una principessa».
Vivi a Roma?
«Sì, vivo a Roma con la mia famiglia, ho mia moglie e due figlie, Benedetta, 17 anni, e Beatrice, 24, Benedetta fa il liceo artistico e Beatrice si è laureata, si sta specializzando in lingue e ha iniziato a lavorare in un’azienda informatica».
Tuttavia, Massimo, sei nato a Palermo, come Franco?
«Certo, figurati se papà ci faceva nascere in un’altra città… Viveva già qui, con la famiglia, sono stato concepito a Roma e poi un paio di mesi prima portò mia mamma in Sicilia e sono nato lì. Poi ho sempre vissuto a Roma».
Anche Ciccio viveva a Roma…
«Sì, il fatto che non avessimo parenti a Roma portava le nostre famiglie a essere molto spesso insieme. Nella loro carriera hanno lavorato tantissimo, 132 film in 12 anni. Nelle occasioni importanti e nelle feste tornavano tutt’e due e ci radunavamo, a casa, al ristorante… Io, Giampiero Ingrassia e mia sorella è come fossimo fratelli».
Franco desiderava che tu e tua sorella lavoraste nello spettacolo?
«Sperava che sia io sia mia sorella facessimo qualcosa nel mondo dell’arte. A 15 anni ho iniziato a studiare chitarra classica, spesso andavo con lui e suonavo nelle serate, mia sorella cantava in accompagnamento e poi è diventata truccatrice professionale a Canale 5. Papà se n’è andato quando avevo 27 anni, avevamo aperto un bar a Roma che gestivo io, voleva inserirmi come suo agente per l’estero però è giunta la chiamata dal Cielo…».
Si ammalò?
«Gli venne una cirrosi da un’epatite non curata da giovane a causa della sua gioventù disagiata. Gli è venuta d’improvviso e se l’è portato via in pochissimo tempo».
Infanzia dura quella di Franco, nato a Palermo da una famiglia povera, moltissimi fratelli e sorelle…
«In realtà ne ho conosciuti sei. So dalle mie cugine più grandi e dai suoi racconti che ce ne sono stati altri tre, morti purtroppo piccoli per gli stenti».
Le sue doti comiche emersero sin da bambino?
«Una volta ne parlai con mia zia, una delle sue sorelle, che da piccola voleva fare la ballerina e insieme sognavano di fare spettacolo. Mi diceva che già a 7-8 anni si allenava con le smorfie, le diceva “gira le dita e io ti vengo appresso con le pupille” oppure si gonfiava come fosse un pesce palla, questa cosa è nata subito».
Si mise a fare il comico di strada…
«Quando ha capito che nelle piazzette di Palermo riusciva a fare più soldi che andando a lavorare come magazziniere, facchino, panettiere. Ebbe la fortuna di incontrare Salvatore Pollara che aveva un gruppo di artisti di strada e lo prese in simpatia, con la famosa “posteggia” napoletana. Riusciva anche a mantenere la famiglia»
Poi incontrò Ingrassia…
«Negli anni Cinquanta. Ciccio già aveva iniziato con il teatro e gli propose di lavorare insieme. Lo vide e lo trovò esilarante. In una serata a Roma furono adocchiati da Domenico Modugno che propose loro di fare Rinaldo in campo (1961, ndr.) e da lì è nata la storia».
Sulle capacità di Maradona con il pallone si è parlato di genio. La stessa cosa si può dire di tuo padre. Il numero della bilancia, con Ciccio, ad esempio, a Milleluci 1974.
«Straordinario, papà riusciva a comunicare anche quando stava zitto, faceva espressioni continue, sintomo, come dici tu, di genialità. Quando veniva al bar e si sedeva, se si avvicinava un bambino, ci giocava, faceva le smorfie».
Nei primi anni Settanta era l’idolo dei bambini, Ciccio un’altra comicità, insieme irresistibili…
«Due caratteri diversi, Ingrassia più riservato, più englishman, papà invece si sentiva uno del popolo fino al midollo, nei ristoranti andava subito a salutare il personale in cucina. Due grandi attori, insieme diventavano magici».
Nel 1967 Pier Paolo Pasolini li volle insieme in Che cosa sono le nuvole?.
«Lì papà realizzò il sogno, che aveva fin da ragazzo, di lavorare con Totò. Era perfetto per quel ruolo di marionetta, si sentiva un pupo siciliano».
Franco e Irene come si conobbero?
«Vivevano nello stesso quartiere di Palermo e andavano nello stesso panificio. A 17 anni mio padre la vide, mia madre ne aveva 13, e iniziò a corteggiarla. Subito lo guardava con sospetto, i miei nonni anche, mio nonno era un pasticciere, quando capirono che si dava da fare fu accettato da tutti».
Manteneva un rapporto viscerale con Palermo?
«Era un uomo generoso. Essendo il primo dei figli maschi, aiutò i familiari, a qualcuno ha aperto il bar, a qualcun altro il negozio, nominò uno dei suoi zii suo agente per la Sicilia. Qualche giorno prima di andarsene ci disse che voleva tornare giù».
In quale quartiere nacque?
«Il quartiere del Capo, una traversa di via Maqueda. Nella casa dove sono andati a vivere dopo che è nato, in vicolo delle Api, è stata apposta una targa, lui è nato in una traversa prima, vicolo dei Caldomai».
Riposa in un camposanto del capoluogo siciliano?
«Sì, per sua volontà, al cimitero di Santa Maria dei Rotoli. Mia sorella ha comprato casa a un chilometro dal cimitero e vicino abita mia madre…».
Franco era particolarmente devoto a Maria…
«Esatto, aveva sin da ragazzo questa devozione per la Madonna, la dipingeva in tutti i modi. A un’asta acquistò un busto di Maria, del Cinquecento, con un viso molto bello, che mise a casa in un baldacchino. Lui ci parlava. Lo trovavamo come parlasse a una persona vera. Non andava in chiesa anche perché dovunque andasse si creava un’atmosfera diversa. Alla Vucciria c’era la chiesa, ora chiusa, cui ha regalato una Madonna con il manto. Prima di andarsene si rivolgeva sempre alla Madonna».
Com’è ora il tuo rapporto con la spiritualità?
«Le esperienze attraverso papà e la meditazione mi hanno fatto capire che siamo anime che vestono un corpo. Vedo l’esperienza terrena come una tappa di un viaggio infinito. Do molta meno importanza al corpo rispetto a quello che ho dentro. Vivo in maniera semplice, non ho grandi desideri se non che la mia famiglia stia bene. La mia figura di riferimento è Gesù».
Tuo padre ti è apparso in sogno?
«Con papà ho avuto contatti che vanno al di là dei sogni, sue manifestazioni. Ne ho parlato anche da Caterina Balivo in Rai. In alcune occasioni ho avuto una visione reale di lui nella mia stanza, l’ho proprio visto davanti a me per qualche secondo. Mi indicava: “Hai visto? non me ne sono andato”. Esperienza fortissima che ha cambiato la mia vita».
Di giorno o di notte?
«Sempre di giorno, la prima volta stavo leggendo, la seconda appena rientrato a casa, sentivo il profumo fortissimo di lui che arrivava d’improvviso e poi svaniva. Sentivano il profumo anche i miei familiari. Oppure mi sentivo le sue mani con la testa, accarezzare da lui. Una volta la tv si è accesa da sola e c’era lui che recitava If di Rudyard Kipling, la poesia dedicata al figlio, era una puntata registrata di Mezzanotte e dintorni. Poi questa luce meravigliosa in cui era avvolto svaniva come si chiudesse la porta di un ascensore. Questo mi ha aiutato a superare il dolore per la sua scomparsa. Nelle mie presentazioni tantissimi mi hanno raccontato esperienze di questo tipo».
Poi che successe?
«Dopo un po’ mi è venuto in sogno dicendomi che non poteva più farlo, che avevo capito e aveva da fare. Da allora non l’ho mai più sognato né avvertito attorno a me».
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