C’è un pianista che improvvisa, a luglio inoltrato, nel tepore di un cardigan a maglia grossa. Un sassofonista che beve e fuma sigarette durante i soli dei colleghi. Ma soprattutto c’è la diretta Rai, in prima serata, per un concerto di Umbria Jazz. 4
No, non è il sonno dell’Intelligenza artificiale che genera deepfake. Basta Youtube (o Notti Jazz, su Raiplay) per dare una sbirciata a un’epoca irripetibile, quando «le pizzerie chiudevano alle 4 di notte e la gente tirava le 9 del mattino per ascoltare musica» (così parlò Carlo Pagnotta, patriarca del Festival). Il sax tenore di questa chicca parcheggiata in Rete – correva l’anno 1989 – ha il suono unico di Stan Getz (da riascoltare But beautiful, I love you e Yesterdays), che se ne andrà solo due anni dopo, portato via da un tumore al fegato. Mentre allo Steinway nero domina il suo grande amico Kenny Barron (al basso Yasuhito Mori, Ben Riley alla batteria). Il gigante buono degli 88 tasti, classe 1943, è atteso oggi a Perugia. A lui l’onere di chiudere l’edizione numero 53 della kermesse nata nel 1973 (già annunciato il record d’incassi), in quel Teatro Morlacchi dove, esattamente 40 anni fa, vide la luce l’album live Two as one (con Buster Williams al contrabbasso). Tempus fugit, direbbe Bud Powell. Il pubblico cambia, forse sarà più circadiano e meno incendiario di un tempo, ma a Umbria Jazz non sembrano ancora pronti a reinventarsi pompieri.
Mister Barron, con che spirito sta arrivando?
«Quando si parla dell’Italia, l’album dei ricordi è sempre meraviglioso. A Perugia ho suonato moltissimo ed è sempre stato speciale. Mi viene in mente il mio amico Dado Moroni, con cui ho duettato spesso. Una volta, per celebrare Thelonious Monk, sul palco ci siamo addirittura ritrovati in cinque (da aggiungere all’appello dei pianisti: Cyrus Chestnut, Benny Green ed Eric Reed, ndr). E poi ho vissuto dei momenti indimenticabili con Stan».
Come si incrociarono le vostre strade?
«In modo apparentemente casuale. Negli anni Settanta lui aveva una band con Chick Corea, Stanley Clarke e Tony Williams, con i quali incise Captain Marvel. Per qualche ragione Chick li mollò e Stan Getz mi chiamò. Durante i tour avevamo preso l’abitudine di chiudere i set rimanendo sul palco da soli. Qualcuno buttò lì: “Perché non create un duo stabile?”. E tutto ebbe inizio. Forse la prima volta che accadde fu al Charles Hotel di Boston. Non servirono prove, fu molto spontaneo e sfidante…».
In che senso?
«Avevo già collaborato con un buon numero di contrabbassisti, ma dialogare con un sassofonista è totalmente differente. Tocca a te occuparti di tutto, dal tempo all’armonia».
Il pianoforte che si trasforma in un’orchestra.
«E deve saper cambiare volto. Se il tuo socio attacca un pezzo brasiliano, serve un altro approccio ritmico. A volte devi proprio ragionare come un batterista. L’esperienza comunque è stata fantastica. E penso che in qualche modo abbia funzionato…».
Altroché, People time è un trattato di intesa e di eleganza, ma anche il testamento discografico di un sassofonista che tutti, non a caso, chiamavano «The Sound». Durante quelle quattro serate live al Café Montmartre di Copenhagen, del marzo 1991, lei aveva capito che Getz stava per morire?
«No, sapevo che lottava con il tumore. E soffriva visibilmente. L’ultima sera non riuscì nemmeno a suonare, ma la diagnosi in quell’occasione fu “ulcera sanguinante”».
«Un’incisione bellissima», sono le sue parole nelle note di copertina, «nonostante il dolore o forse grazie a esso».
«Spesso toccava a me finire i suoi soli… Una volta rientrati negli States, lui in California e io a New York, lo chiamai – credo fosse maggio – per chiedergli come si sentiva. Beh, era fiducioso e stava già progettando un tour in luglio. Purtroppo però a giugno se ne andò per sempre».
Vi univa un gusto unico per la melodia.
«Eravamo anime affini. Non sono in grado di descrivere il suo suono a parole, ma lo riconoscerei con la stessa sicurezza con cui potrei distinguere la sua voce. Anche mia moglie, quando in qualunque posto qualcuno trasmette la sua musica, si ferma e mi dice: “Questo è Stan!”. Mi viene da citare John Coltrane: “Suoneremmo tutti come Stan Getz, se solo potessimo”. E poi c’è il suo lirismo straripante. È ascoltando il pianoforte di Tommy Flanagan che ho capito realmente a cosa serve la melodia».
E cioè?
«A raccontare una storia. Prendiamo per esempio il suo solo in You don’t know what love is, al fianco di Sonny Rollins (con Doug Watkins e Max Roach, ndr). Oppure un brano che cito spesso come In your own sweet way con Miles Davis (Sonny Rollins, Paul Chambers e Art Taylor, ndr), illuminante anche per il suo tocco. Sono capolavori che indicano una via».
Quale?
«Improvvisare non significa dimostrare tutto ciò di cui si è capaci. Quello che conta davvero è il racconto. E dev’essere il tuo, non quello degli altri. Paragonarsi continuamente ai propri eroi è una perdita di tempo. Nella musica io cerco una connessione emotiva, non intellettuale. Si suona con l’anima, non con le mani. Si prova un’emozione per poi trasmetterla al pubblico. Sa cosa mi confidò un giorno il batterista Ben Riley, riferendosi ai giovani musicisti?».
Me lo dica lei.
«Generalmente sono tecnicamente e teoricamente molto più preparati di quanto non lo fossimo noi alla loro età. Però alcuni di loro si esprimono in modo cerebrale. “Sembra quasi”, diceva Ben, “che nessuno gli abbia ancora spezzato il cuore”. Non a caso il complimento migliore che io possa ricevere è quando qualcuno viene a dirmi che durante il concerto si è commosso. È molto più importante di sentirsi lodare per qualche particolare abilità».
Per le nuove leve del jazz lei è un mentore. È fiducioso quando guarda al futuro?
«Totalmente. Questa musica è in buone mani. Mi vengono subito in mente Gerald Clayton e Sullivan Fortner».
Fa i nomi di due pianisti che sono passati da Umbria Jazz 2026. Il primo al fianco di una cantante che da queste parti si è potuta ascoltare ancora prima che diventasse una stella, Cécile McLorin Salvant. Mentre Clayton ha brillato nel gruppo di un grande saggio come Charles Lloyd.
«Per me sono entrambi un’immensa fonte d’ispirazione. Gerald è stato mio alunno per circa un anno. Fu il padre (il contrabbassista John Clayton, ndr) a spedirmelo alla Manhattan school of music. All’inizio seguiva le orme di Oscar Peterson, poi ha imboccato una strada tutta sua. E ha un sacco d’immaginazione».
Che direzione sta prendendo il jazz? Ma soprattutto, le piace?
«Non tutto ciò che ascolto mi convince, ma va bene così. La musica deve cambiare. Vedo che i giovani utilizzano le incredibili possibilità che ti offrono le tecnologie di oggi, ma lo fanno con gusto. E questo è positivo».
Per lei, che viene considerato un riferimento imprescindibile della tradizione (o, per usare un termine orrendo, del jazz mainstream) più che un esponente delle avanguardie, creare qualcosa di nuovo è un impegno costante?
«Può capitare, ma le note sono solo 12. E magari alla fine il risultato si rivela inedito solo per me…» (ride). «Scherzi a parte, la musica è un viaggio, non si sta mai fermi, ma allo stesso tempo non si vuole davvero arrivare. E più dell’innovazione, a me interessa che ciò che viene fuori sia reale».
L’umiltà si può insegnare?
«No» (ride). «Pensi che io da bambino ho imparato a rispettare il blues perché l’“uomo del ghiaccio” – all’epoca non avevamo il frigorifero – si sedeva al pianoforte, dopo la consegna. E il blues era la sua unica lingua. Ma la lezione che non dimenticherò mai me la diede un pianista di Filadelfia, Hassan Ibn Ali: “La musica”, mi disse, “non viene da noi, ma ci passa attraverso”. L’importante è tenere bene a mente che non siamo i suoi creatori…».
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