La ricercatrice Anna Mahjar-Berducci: «Una crisi anche nel Mar Rosso sarebbe come una bomba atomica»
Mar Rosso (iStock)

Anna Mahjar-Barducci è direttrice di progetto presso il Middle East media research institute (Memri)

Perché l’accesso al mare è diventato una necessità strategica per l’Etiopia?

«L’Etiopia è il Paese più popoloso del Corno d’Africa e aspira ad avere un ruolo maggiore negli equilibri regionali. Senza accesso diretto al mare, però, rimane esclusa dai principali meccanismi di governance e sicurezza del Mar Rosso. Ottenere un accesso stabile ai porti significherebbe non solo facilitare il commercio, ma anche rafforzare il proprio peso politico nella regione. La questione ha anche una dimensione strategica e di sicurezza. Il Mar Rosso è una delle principali rotte marittime mondiali, collegando Europa, Asia e Africa, ed è diventato uno spazio di competizione tra potenze regionali e internazionali. L’Etiopia considera la possibilità di avere un proprio accesso marittimo come un modo per aumentare la propria autonomia e partecipare alle dinamiche di sicurezza regionale. Il think tank etiope Horn Review sottolinea che Addis Abeba collega sempre più la questione del Mar Rosso alla propria dottrina di sicurezza, insieme alla questione del Nilo e della Grande diga etiope della rinascita (Gerd)».

Quali conseguenze avrebbe una crisi simultanea negli stretti di Hormuz e Bab El Mandeb?

«Avrebbe conseguenze disastrose. Questi due stretti rappresentano, infatti, i nodi principali che collegano le risorse energetiche del Medio Oriente ai mercati globali e le rotte commerciali tra Asia, Europa e Africa. Questa vulnerabilità è stata sottolineata anche dal vice presidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, che ha descritto lo Stretto di Hormuz come un’arma strategica per l’Iran paragonabile, per capacità di pressione, a un’arma nucleare. Secondo Medvedev, Bab El Mandeb rappresenterebbe una sorta di “un’arma termonucleare di riserva”. La chiusura o l’instabilità delle rotte costringerebbe le navi a utilizzare percorsi alternativi più lunghi, aumentando tempi e costi delle spedizioni. Ciò avrebbe conseguenze sulle catene globali di approvvigionamento, sull’inflazione e sulla sicurezza energetica dei Paesi importatori. Una crisi simultanea mostrerebbe quanto il sistema internazionale dipenda dalla stabilità del Medio Oriente e del Corno d’Africa».

In che modo l’Iran potrebbe condizionare la navigazione nel Mar Rosso attraverso gli Huthi?

«Un elemento della strategia iraniana riguarda la capacità degli Huthi di minacciare la navigazione commerciale nel Mar Rosso, nello stesso modo in cui l’Iran esercita pressione nello Stretto di Hormuz. Gli Huthi dispongono di capacità missilistiche e droni che possono essere impiegati contro navi mercantili e infrastrutture marittime, costringendo le compagnie di navigazione a modificare le proprie rotte. Tuttavia, l’obiettivo iraniano potrebbe non limitarsi alla sola sponda yemenita del Mar Rosso. Teheran considera, infatti, il Mar Rosso come un corridoio strategico che collega il Medio Oriente al Corno d’Africa e potrebbe cercare di costruire una rete di influenza su entrambe le coste del bacino. L’Iran ha interesse ad ampliare la propria profondità strategica attraverso alleanze con l’Eritrea e i Fratelli musulmani in Sudan. Bab El Mandeb non è soltanto una vulnerabilità marittima, ma parte di una competizione più ampia per il controllo politico e strategico del Mar Rosso da entrambe le sponde».

Quali opportunità e rischi presentano per Addis Abeba i porti di Gibuti, Berbera, Assab e Massaua?

«Gibuti garantisce oggi oltre il 90% del commercio estero etiope, ma questa dipendenza da rappresenta una vulnerabilità strategica. Il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha definito l’accesso al Mar Rosso una questione «esistenziale» per l’Etiopia. Berbera, in Somaliland, costituisce la principale alternativa: il Memorandum of understanding (Mou) firmato nel gennaio 2024 prevede l’accesso etiope al porto e lo sviluppo di infrastrutture marittime, in cambio dell’impegno etiope a valutare il riconoscimento del Somaliland, accordo contestato dalla Somalia. Assab e Massaua, in Eritrea, avrebbero un importante valore strategico. Addis Abeba ha più volte cercato un’intesa con Asmara per ottenere un accesso commerciale ai porti eritrei e, nel dibattito politico regionale, sono state avanzate anche ipotesi di uno scambio negoziato di benefici territoriali o economici, senza però che sia stato raggiunto alcun accordo ufficiale. La storica rivalità tra Etiopia ed Eritrea rende questa opzione politicamente impraticabile».

Perché l’Etiopia sta assumendo un’importanza crescente nella strategia degli Stati Uniti nel Corno d’Africa?

«Pur essendo uno Stato senza sbocco sul mare, Addis Abeba è la principale potenza politica, economica e militare del Corno d’Africa. L’Etiopia rappresenta un partner strategico dell’Occidente nella lotta contro Al Shabaab in Somalia e nel contenimento dell’influenza di Iran, Fratelli musulmani e dei loro alleati. Addis Abeba avrebbe contribuito a individuare anche reti di traffico di armi dirette agli Huthi attraverso il Sudan. L’Etiopia, anche grazie alla partnership con Somaliland e al Memorandum of understanding per l’accesso al porto di Berbera, viene vista come un attore capace di contribuire alla sicurezza di Bab El Mandeb e di offrire un contrappeso all’espansione dell’influenza iraniana. L’Etiopia non è più soltanto un partner regionale, ma una necessità strategica per gli Stati Uniti: la sua stabilità e il suo ruolo nel Corno d’Africa sono considerati decisivi per preservare gli equilibri geopolitici tra Africa, Medio Oriente e Occidente e proteggere di conseguenza le rotte commerciali del Mar Rosso».

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