Franco Cardini
Franco Cardini (Getty Images)

«Il wokismo è effimero e condannato al tramonto. Ma attenti a non finire in un’altra santa inquisizione ideologica. Finiamola di ragionare per parole d’ordine e spauracchi di mali assoluti». Franco Cardini, storico e saggista, ci risponde da Parigi, dove rimbalza la diatriba tutta interna alla sinistra italiana sulla cultura woke. «Vogliono rinnegarla? D’accordo. Ma siccome questo dogma l’hanno incoraggiato loro, hanno anche il dovere di trovare delle alternative».

Che idea si è fatto della rumorosa intervista a Repubblica di Giuseppe Conte? Il leader 5 stelle ha fatto fibrillare il campo largo, dichiarando che «la cultura woke non può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista». Prima di lui, l’ultradem americana Alexandria Ocasio-Cortez aveva definito «folle» la prima fase wokista.

«Per quello che ho potuto capire, mi sembra uno dei tanti modi per iniziare il giro della raccolta elettorale. Ci sarà o meno questo Campo largo, quello di Conte è il primo atto delle primarie. Detto questo: ormai la cultura woke ha esaurito il suo ciclo biologico: forse ha già detto ciò che doveva dire, e francamente aveva così poco da dire che l’ha detto in pochissimo tempo».

Lei crede? Eppure il woke sembra ancora vivo e vegeto, nei suoi condizionamenti quotidiani.

«È una moda che è già stata metabolizzata, e quindi non stupisce che i due poli della sinistra discutano anche su questo. In attesa di marciare uniti loro sono abituati a dividersi, in vista della contesa per i voti. Non ci vedo grandi novità».

Ma questi ripensamenti sul woke le appaiono sinceri, oppure sanno di opportunismo, forse perché il politicamente corretto non è un grande affare sul piano elettorale, e forse non lo è mai stato?

«Sì, come quando qualcuno diceva “qualcuno era comunista”, forse si potrà dire “qualcuno era wokista”. Ma alla fine non credo si possa parlare di malafede. È la politica. Piuttosto mi chiedo quali nuove strade tenteranno di percorrere, che a livello superiore potrebbero costituire nuove vie politico-intellettuali. In ogni caso, la strada della cultura woke non mi è mai sembrato potesse portare lontano».

Perché non ci ha mai creduto? Qual è il punto debole dell’ideologia woke?

«Non ci ho mai creduto perché sono invecchiato, e ho notato che molte novità provenienti dal mondo a cavallo tra politica e cultura – un mondo degnissimo di essere coltivato – sono spesso molto pretestuose. I grandi temi della cultura woke ricalcano parole d’ordine alla moda e niente più. Una grande abbondanza di slogan a fronte di una grande penuria di ragionamenti e concetti».

Insomma, la cultura woke è una scatola vuota?

«Una volta si cantava «Cosa resterà degli anni Ottanta?», quando era ancora in auge la cultura della sinistra degli anni Sessanta-Settanta, quella del libretto rosso di Mao. Ci dicevamo: beh si, alla fine gli anni Ottanta sono stati un altro modo per interpretare il progresso e lo sviluppo, qualcosa resterà».

E cosa resterà dei «wokisti»?

«Ben poco, essendo una cultura legata all’effimero, che non ha messo radici nello ieri e non ha prospettiva del domani. In pratica, è una cultura delle 24 ore. Ha abbattuto i monumenti di Cristoforo Colombo, ma poi cosa ha costruito?».

Oltre alla colpevolizzazione dell’Occidente, insomma, non rimane molto?

«Io non sono mai stato marxista, ma il marxismo classico, demolendo la storia occidentale, ha sempre proposto delle alternative di società. Invece questo modello fondato sulla distruzione degli idoli del passato ha questo di diverso: in cambio della distruzione, non propone nulla. Abbattono il colonialismo, ma non portano avanti un discorso su cosa avrebbe potuto fare di diverso Colombo, o su quali realtà alternative avrebbero potuto svilupparsi».

Lei sta parlando di una storia alternativa?

«Lo so, si tratta di discorsi “ucronici”, ma legittimi: se gli europei non fossero sbarcati di là dell’Atlantico, cosa sarebbe successo? Avremmo potuto avere una modernità “diversa”? Quando i gesuiti sono arrivati in America latina, tra il Cinquecento e il Seicento, e si sono accorti che la società schiavista non avrebbe retto, e hanno istruito militarmente gli indios, per farli combattere contro i negrieri. Questo significa avere una visione alternativa della storia. Invece i sacerdoti woke cos’hanno fatto, oltre che lordare la statua di Indro Montanelli?».

Eppure qualche effetto concreto il politicamente corretto l’ha avuto: soprattutto sul linguaggio pubblico, sul conformismo, sull’autocensura, sul terrore di offendere le minoranze, vere o presunte. Oppure no?

«Certo, di danni questa dottrina ne ha fatti tanti. Ma il punto adesso è un altro. I pentiti del woke, che oggi cominciano ad ammettere “abbiamo sbagliato, abbiamo esagerato” dove vogliono andare? Vogliono ripensare seriamente gli sviluppi della cultura occidentale? Se così fosse, mi conforterebbe. Se invece questo ripensamento prelude ad altre forme di Santa Inquisizione, ad altre chiusure mentali, allora poveri noi».

Sta parlando già di un neo-wokismo. Un woke trepuntozero?

«Va bene demolire la cultura woke, a patto però di non continuare a ragionare per parole d’ordine insindacabili e “mali assoluti” – ieri il fascismo, oggi il cosiddetto neocomunismo putiniano. Quando leggo in giro che Putin sarebbe sempre stato aggressivo con l’Europa, mi faccio delle domande: nessuno si ricorda il Putin amico dell’Occidente, che voleva addirittura entrare nella Nato? Si può dire che abbia cambiato politica, che sono cambiati i tempi, ma non si può dire che sia sempre stato un elemento aggressivo nei confronti del mondo europeo».

Dunque il politicamente corretto non tramonterà davvero, ma potrebbe assumere nuove vesti? Spetta alla sinistra superare il credo woke con qualcosa di più concreto e vicino ai cittadini?

«Sì, perché sono loro che il woke l’hanno sempre incoraggiato. La destra pesca tra gli insoddisfatti e cerca l’uomo carismatico, che ora si chiama Vannacci, contenti loro. Ma la sinistra si è sempre definita come forza costruttiva: si faccia avanti. Cosa propone? Su cosa dovremmo orientarci? Ci dobbiamo accontentare di aver paura di Putin, della dottrina del riarmo? Mi sembra davvero poco».

Insomma, il wokismo è stato forse uno stratagemma per non affrontare i temi veri, molto più complicati di una «schwa»?

«Ma sì, il woke è un modo per aggirare la realtà. Per esempio, dire “teniamoci tutti gli immigrati” oppure “rimandiamoli tutti indietro” è un modo per lasciare intoccato il problema. E parlo del tema delle disuguaglianze di fondo che hanno innescato il fenomeno migratorio. E questo è uno dei grandi problemi mondiali, perché come dicono gli ultimi due Papi, la nostra globalizzazione e la nostra cultura di libertà non vanno avanti se continuano ad accompagnarsi con questa enorme iniquità che pervade il mondo».

Tornando a Giuseppe Conte ed Elly Schlein?

«Gli andrebbe detto questo: visto che abbiamo fatto questa rivoluzione woke, e ce l’avete proposta voi, adesso quale tipo di proposta ci date? Quali contenuti la signora Schlein e il signor Conte vogliono sostituire al vuoto della cultura woke, visto che per anni è stato un dogma intoccabile, al punto che non ci sono più gli strumenti per ricominciare un discorso, perché la gente si è dimenticata del punto di partenza?».

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