Ginevra Cerrina Feroni ha da poco pubblicato Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del politicamente corretto (Rubbettino), un saggio che indaga le radici del fenomeno woke, cioè il tema su cui la sinistra intellettuale italiana – sulla scia di quella statunitense – sta discutendo da giorni tramite Repubblica.
Professoressa, ha seguito il dibattito condotto a sinistra sul woke? Che ne pensa?
«Un dibattito? Vedo, per adesso, solo qualche fumoso gioco di poche e piccole parole cui aggrapparsi per non morire di insostenibile. L’America progressista gioca al cambio – Ocasio-Cortez parla addirittura di follia woke – e fioriscono prontamente anche da noi le strumentali prese di distanza. Mi pare evidente che si colga che chi si aspetta davvero qualcosa dalla politica ne ha piena la pazienza del politically correct. Mi chiedo se non sia tardi per risultare credibili».
Pensa dunque che la riflessione critica che hanno avviato sia sincera? O si tratta di rinnegare il woke perché ormai troppo svalutato?
«Un po’ ardito ritenere che sia in atto un processo oggettivo e ragionato di revisione critica e di reale presa di distanza dalle derive da tirannica egemonia che hanno contrassegnato questi anni. Non mancano, peraltro, alcuni distinguo del tipo “salviamo il woke buono”. Mi stupirei del contrario. Da anni, ormai, la sinistra – salvo una sua esigua minoranza – incarna il politicamente corretto. È entrato nel suo patrimonio genetico. Ci hanno costruito molte ambiguità per abbandonare al loro destino gli sfavoriti di oggi e rendersi accetti alle élite. Come farà Elly Schlein a scendere dal carro del Pride senza che sembri che sia salita su quello sbagliato? E Giuseppe Conte, che è giurista, dovrebbe criticare il woke non genericamente, ma da giurista, come ho fatto io, perché quella è la prova del nove della realtà. Non bastano le statuette».
La mia sensazione è che si dicano tante generiche parole di condanna sugli eccessi del woke, ma poi quando ci sono casi concreti su cui si dovrebbe intervenire, i più si tirino indietro.
«Natalino Irti, nella prefazione al mio volume sul Pensiero conforme, riprende la servitù volontaria di Étienne de la Boétie come fondamento di ogni tipo di conformismo che risponde, nelle diverse epoche storiche, a una varietà di esigenze o stati d’animo dell’individuo: pigrizia, mancanza di coraggio, rassegnata o disincantata adesione a ciò che fa la maggioranza, convenienza ed altro ancora. Ecco, io credo – e concordo con lei – che la libertà di espressione sia più facile da declamare teoricamente che praticarla effettivamente. Nel nuovo ordine morale si procede per epurazioni etiche e chi non tiene la linea si trasforma in nemico, ridicolizzato, ostracizzato, le sue idee squalificate come prive di valore, anzi nocive e contaminanti. Come successo a Mario Giordano, la cui presentazione del libro sulle banche ha subito un tentativo di censura perché è stato giudicato un non gradito no vax. A questo punto meglio rinunciare in partenza ad esprimere le idee, specie se scomode».
Ha seguito il caso di Jason Arday, il primo professore nero di Cambridge? Era entrato in accademia sostanzialmente grazie alle quote etnico. Poi lo hanno accusato di plagio e di avere inventato parte del curriculum. È finita tragicamente con il suo suicidio.
«Questa storia mi ha lasciato una profonda malinconia e davanti a un così tragico epilogo ogni giudizio deve lasciare spazio al rispetto per la vicenda umana. Senza però rinunciare alla domanda sulle responsabilità delle istituzioni. E la questione è: quanto può pesare l’identità simbolica di una persona nella valutazione dei suoi meriti e delle sue credenziali? Nel caso Arday la narrazione è stata duplice: il superamento di una disabilità iniziale e il fatto che fosse uno dei più giovani docenti neri di Cambridge. Ma se un’università decide di trasformare una persona in emblema di successo e di inclusione non può sottrarsi alla verifica attenta dei fatti, cioè nel caso di specie dei titoli e del curriculum. Se, al contrario, i criteri vengono attenuati per proteggere il simbolo, è l’istituzione tutta che si indebolisce, peraltro con palese violazione del principio di uguaglianza che si voleva proteggere».
Pensa che il woke sia in fase di remissione oppure no?
«Non penso affatto che il woke sia in fase recessiva. È un pericoloso e pervasivo modo di ragionare, che ha messo radici profonde e che ha trovato nella giurisprudenza creativa di alcuni giudici un efficace strumento di espansione. Ovvio che ci sono spazi nelle norme dove la legge stessa lascia margini interpretativi al giudice. Ma ciò che sta succedendo da noi in Italia – ovvero provvedimenti giudiziari che disattendono la legge, creativi essi stessi di nuove norme – supera ogni fisiologia di sistema e mette a rischio le basi dello Stato costituzionale. Altro che giudice bocca della legge come insegnava Montesquieu! Penso, in proposito, ad alcune decisioni in tema di immigrazione sul caso Paesi sicuri, che hanno sistematicamente smantellato le azioni del governo nella lotta alla immigrazione clandestina, ma anche alcune decisioni sulla genitorialità, che si muovono nella direzione dello svilimento della famiglia naturale (art. 29 della Costituzione) con l’utilizzo del superiore interesse del minore come chiave ideologica e strumentale per legittimare i desideri degli adulti. Non resta fuori la categoria del cosiddetto giornalismo di inchiesta».
Cioè?
«Il metodo Report per intenderci. Non esiste una sua definizione legislativa, ma solo sentenze creative di giudici che hanno sostanzialmente legittimato l’emersione di un monstrum autoreferenziale che agisce senza regole – cioè quelle che valgono per tutti gli altri giornalisti ma non per sé stesso – e in un regime di impunità e di assenza di controlli. Non è arrivata l’ora, dopo ciò che sta succedendo, che la legge, quella vera, normi quest’anomia? Qui è la verità e qui si misura la sfida. Ecco il dove: i neofiti dell’antiwoke esattamente qui vanno portati perché sia chiaro cosa intendono e se hanno intenzioni serie. Ecco perché è cruciale la dimensione giuridica del politicamente corretto».
Quali sono i danni a lungo termine che ha fatto il woke secondo lei?
«Avere negato, mediante la condanna a priori, il metodo del confronto e della dialettica tra pari che sono l’essenza della democrazia liberale. Avere compresso la libertà di espressione, che era pilastro del costituzionalismo, attraverso schemi di interdizione semantica e di inveramento di ortodossie tematiche. Avere fatto introiettare un senso di colpa dell’Occidente per il suo passato. Avere sdoganato un tipo di islam che non si può integrare nelle nostre società e non avere difeso i diritti delle donne di quelle comunità. Avere lacerato in modo irreparabile il tessuto sociale della nostra società durante il Covid con gravi violazioni dei diritti e delle libertà costituzionali dei non vaccinati. Avere creato le condizioni per la riproposizione del politicamente corretto dal mondo analogico a quello digitale. Non è poco: l’IA che per noi e su di noi ragiona in quel modo è davvero la fine del pensiero libero, pensiamo alle censure automatiche nei social».
Un possibile antidoto?
«Non c’è un siero miracoloso, perché è un veleno ormai diffuso da tempo e a dosi crescenti. Ma credo nella capacità della formazione e nella informazione. Sulla formazione scolastica e universitaria si gioca una partita decisiva perché i giovani sono spugne e in quegli anni si trasmettono i codici etici e culturali dei futuri cives. La cultura non può essere di parte e va rifiutata l’idea del docente militante. Occorre equilibrio: si all’acquisizione degli strumenti del ragionamento critico, cioè il metodo; no ad inculcare Verità, che poi stanno sempre da una sola parte. Quanto all’informazione, essa assume, in questo contesto, una funzione essenziale. Non consacrare una verità ufficiale, ma rendere possibile il confronto tra ricostruzioni diverse. Distinguendo con rigore i fatti – da verificare con scrupolo – dalle opinioni».
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