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Sergio Corbello (Imagoeconomica)

L’idea è semplice: iniziare a costruire una cultura previdenziale fin dalla nascita, con uno strumento leggero, a basso costo e capace di sfruttare il fattore tempo.

Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza, concorda circa la proposta di Mario Pepe, Presidente Covip, di istituire un «salvadanaio previdenziale» per i nuovi nati, distinto dai fondi pensione tradizionali e alimentabile anche dalle famiglie. Un meccanismo che, nelle sue simulazioni, potrebbe arrivare, nel lunghissimo periodo, anche a somme ingenti e che avrebbe anche una forte funzione educativa.

Presidente, come valuta l’idea di creare uno strumento previdenziale per i nuovi nati?

«La considero positiva, ma eviterei di chiamarlo “fondo”. L’idea è diversa: parlerei piuttosto di un vero e proprio salvadanaio previdenziale. Alla nascita lo Stato identifica il bambino, come già avviene con codice fiscale e tessera sanitaria, e potrebbe attribuirgli una piccola somma con cui avviare un percorso di risparmio di lunghissimo periodo. Parliamo di importi contenuti: in Germania, per esempio, si ragiona su 10 euro al mese a partire dai 6 anni».

Chi dovrebbe gestire questo strumento? L’Inps?

«L’Inps dovrebbe avere un ruolo di infrastruttura sociale, non di gestore finanziario. Il suo mestiere è un altro: amministra la previdenza pubblica con il metodo della ripartizione e non nasce per fare capitalizzazione. Potrebbe individuare il nuovo nato, informare la famiglia e calcolare l’eventuale contributo pubblico. La gestione, invece, dovrebbe essere semplicissima».

In che modo?

«Immagino un conto dedicato, presso Poste o banche, senza spese e con una remunerazione prefissata, per esempio agganciata all’Euribor con un piccolo margine. Lo Stato potrebbe prevedere anche una deducibilità minima per le somme versate, nell’ordine di 1.000-1.200 euro l’anno. Il conto potrebbe essere alimentato nel tempo da genitori, nonni, zii, anche con piccole somme o con le tradizionali “mancette”».

Qual è il vantaggio economico?

«Il fattore decisivo è il tempo. Se si parte dalla nascita, o comunque molto presto, anche importi modesti possono beneficiare per decenni della capitalizzazione. Quando il giovane inizierà a lavorare, magari a 26, 27 o 28 anni, potrà trasferire quanto accumulato nel fondo pensione di riferimento e quindi non partire da zero. Oppure potrà mantenerlo fino alla pensione. Su un orizzonte di 60 o 70 anni, anche somme inizialmente piccole possono diventare economicamente significative».

Avete provato a quantificare quanto potrebbe valere questo salvadanaio nel lunghissimo periodo?

«Naturalmente dipende dai versamenti e soprattutto dal rendimento, quindi siamo nel campo delle simulazioni. Abbiamo ragionato su un contributo nell’ordine di 1.200 euro l’anno e su un rendimento ipotetico del 4%, lungo un arco temporale di 70 anni. Nella simulazioni fatte, il montante finale può arrivare indicativamente a circa 450.000 euro. È un calcolo molto teorico, ma serve a rendere l’idea della forza della capitalizzazione nel lunghissimo periodo. Al versamento del primo anno si aggiunge quello del secondo, poi quello del terzo e così via, e ciascuna somma ha davanti a sé molti anni per produrre rendimento. È la logica della piccola palla di neve che, scendendo a valle, cresce: prima si comincia, maggiore è la possibilità che anche somme modeste acquistino un peso significativo.

Perché insiste tanto sulla definizione di «salvadanaio» e non di fondo pensione?

«Perché sono due strumenti diversi. Un fondo pensione è una struttura articolata, con investimenti obbligazionari, azionari e altri strumenti finanziari, e ha costi e regole più complesse. Qui invece servono semplicità, costi nulli o minimi e lunghissima durata. Se costruiamo un meccanismo troppo sofisticato per somme di circa 1.000 euro l’anno, rischiamo di comprometterne l’efficacia».

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