Il presidente di Assofondipensione: «L’Inps no, il privato entri nella gestione del fondo per i neonati»
Giovanni Maggi (Imagoeconomica)

Il presidente di Assofondipensione, Giovanni Maggi, promuove l’idea di avviare una posizione previdenziale fin dalla nascita, ma mette in guardia dal rischio di affidarne la gestione all’Inps.

Presidente Maggi, come giudica la proposta di creare un fondo previdenziale per i nuovi nati?

«L’idea è positiva. Significa mettere finalmente al centro i giovani e ragionare sul loro futuro previdenziale con un orizzonte molto lungo. Ci sono anche altri Paesi che si sono mossi in questa direzione. Il punto, però, è distinguere una buona intuizione dalla sua concreta realizzazione».

Dove stanno le difficoltà?

«Non basta versare 1.000 euro alla nascita per costruire una pensione complementare. Quello può essere il punto di partenza, ma ciò che crea davvero lo “zainetto previdenziale” sono i flussi contributivi successivi, mese dopo mese e anno dopo anno. Senza continuità, il capitale iniziale resta limitato».

Lei però è contrario all’ipotesi che questo strumento venga gestito dall’Inps. Perché?

«Perché l’Inps rappresenta il primo pilastro pubblico e sarebbe sbagliato affidargli anche la previdenza complementare. Abbiamo un sistema nel quale la pensione obbligatoria è già pubblica. Il secondo pilastro deve mantenere una natura privata. Abbiamo alle spalle oltre 30 anni di esperienza nei fondi pensione negoziali e i risultati dimostrano che il modello funziona».

Quali numeri lo dimostrano?

«Oggi parliamo di 32 fondi pensione negoziali, circa 4,5 milioni di iscritti e un patrimonio complessivo vicino agli 85 miliardi di euro. Sono fondi che hanno dimostrato nel tempo solidità, trasparenza nella gestione e capacità di crescere. Per questo credo che qualsiasi iniziativa diretta a rafforzare la previdenza complementare debba essere collegata e integrata con il sistema che già esiste, anziché creare sovrapposizioni con il primo pilastro».

C’è anche una questione di costi?

«Certamente. I fondi pensione negoziali hanno costi più bassi rispetto ai Pip e ai fondi pensione aperti. Ma la mia obiezione alla gestione pubblica non riguarda solo i costi. È soprattutto una questione di architettura del sistema: il primo pilastro è pubblico, mentre il secondo deve essere complementare e privato. Sono due funzioni diverse che devono restare riconoscibili».

Quanto è importante, allora, rafforzare il secondo pilastro?

«È fondamentale, soprattutto considerando le criticità prospettiche del primo legate alla demografia, all’allungamento della vita e alla sostenibilità del welfare. Il nostro tasso di adesione alla previdenza complementare è ancora intorno al 35-38% ed è troppo basso. Dobbiamo aumentarlo in maniera significativa, e fare del secondo pilastro un vero sostegno alla pensione pubblica. Non siamo in competizione con l’Inps: la previdenza complementare serve proprio a integrare quella obbligatoria».

Come si può aumentare la partecipazione?

«Innanzitutto, attraverso informazione e cultura previdenziale. Dobbiamo parlare molto di più ai giovani e alle donne, che sono tra le categorie sulle quali esistono ancora margini importanti di crescita. Come associazione abbiamo già realizzato un progetto di comunicazione che ha coinvolto 25 fondi. Ma sarebbe utile anche un impegno diretto delle istituzioni, con campagne promosse dal governo e dai ministeri competenti per spiegare perché il secondo pilastro è importante».

Gli incentivi fiscali possono aiutare?

«Sì. C’è un tema di deducibilità fiscale dei contributi che potrebbe essere affrontato per rendere ancora più conveniente l’adesione. Ma gli incentivi, da soli, non bastano. Serve far capire alle persone quale sarà il loro futuro previdenziale. Il primo pilastro pubblico funziona a ripartizione, mentre la previdenza complementare è a capitalizzazione: due strumenti che devono lavorare insieme».

Il rischio, senza pensione complementare, qual è?

«Molte persone che andranno in pensione tra dieci, 15 o 20 anni potrebbero ritrovarsi con un assegno pari soltanto al 50-55% dell’ultimo stipendio. È evidente che, in uno scenario del genere, poter contare su un secondo pilastro forte diventa decisivo per mantenere un livello di reddito adeguato. Per questo bisogna iniziare presto, creare consapevolezza finanziaria e previdenziale e rendere la previdenza complementare parte normale della pianificazione del futuro».

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