Confindustria tifa per l’industria italiana o per quella cinese? Viene da domandarselo dopo aver letto un articolo apparso ieri sul Sole 24 Ore dal titolo «Iperammortamento: bene i macchinari, al palo le spese green».
La transizione green avanza a due velocità
Il testo evidenzia che il piano Transizione 5.0 (che ha sostituito i crediti d’imposta con l’iperammortamento) sta procedendo bene sul fronte dei macchinari tradizionali, ma è quasi fermo sulla componente «green»: solo il 2% degli investimenti presentati al Gse riguarda beni immateriali (software) ed energia da rinnovabili per autoconsumo, contro il 98% destinato ai beni strumentali materiali. A frenare questa spinta verde sarebbe il nodo dei pannelli fotovoltaici «made in Eu».
Il vincolo europeo limita la scelta dei pannelli
Spieghiamo bene: il governo ha eliminato la clausola «made in Europe» per tutti i beni agevolabili, tranne che per i pannelli fotovoltaici, dove è rimasto un vincolo di sovranismo tecnologico. In sostanza, per accedere all’agevolazione sul fotovoltaico le imprese possono acquistare solo moduli che rientrano nelle sezioni b) e c) del registro Enea (celle prodotte in Ue con efficienza minima 23,5-24%).
Secondo il quotidiano di Confindustria, l’offerta di prodotti conformi è così ristrettissima. Nel registro, di fatto, sono disponibili solo i prodotti realizzati da 3Sun (gruppo Enel) nella gigafactory di Catania, più alcune produzioni della tedesca Meyer Burger, che però nel 2025 ha presentato istanza di insolvenza.
La questione, sottolinea ancora il giornale controllato da viale dell’Astronomia, è che i prezzi dei pannelli realizzati in Italia, per ovvie ragioni di concorrenza sleale, sono superiori a quelli cinesi. Mediamente di un 30-40 per cento in più. Una differenza che ha spinto una decina di imprese europee, escluse da questa tecnologia, a scrivere alla Commissione Ue lamentando una distorsione delle regole sugli aiuti di Stato.
La follia anti-Italia di Confindustria
Sì, avete capito bene: in Confindustria c’è chi è contro la clausola «made in Eu» pensata per sostenere la produzione europea, perché bloccherebbe gli investimenti green delle imprese, che non trovano fornitori a prezzi accessibili. Ci rendiamo conto?
Secondo queste aziende che si sono rivolte a Bruxelles servono maxi sgravi fiscali per acquistare prodotti cinesi. Cioè, secondo loro, l’Italia dovrebbe fare debito pubblico per incentivare l’acquisto di pannelli di Pechino a basso costo sovvenzionati quasi per intero dall’amministrazione comunista utilizzando per giunta il carbone.
L’iperammortamento favorirebbe il mercato estero
Ma sapete quanto vale l’iperammortamento? È presto detto: se io azienda compro un impianto solare con pannelli fotovoltaici cinesi, ho già diritto per legge a una deduzione del 100% in 11 anni sulla componente Ires+Irap che vale il 27%. Se l’iperammortamento venisse applicato sull’acquisto di prodotti asiatici, la deduzione sarebbe del 180% in più, portandola complessivamente al 280% sempre in 11 anni, solo sulla quota Ires.
Sarebbe giusto che un imprenditore beneficiasse di uno sgravio del 280% per tirare la volata all’invasione orchestrata da Xi Jinping? E tutti i discorsi sull’autonomia energetica? Cosa resterebbe, inoltre, della nostra industria? Allora, tanto vale chiudere tutti e chiamare subito i cinesi qua, faremmo prima.
Gli incentivi proteggono la produzione e i posti italiani
La gigafactory Enel a Catania, giudicata cara, dà lavoro a 1.200 persone direttamente e indirettamente in una Regione che non brilla per insediamenti produttivi. È l’unica fabbrica di pannelli europea. E, giustamente, il governo cerca di farla crescere, provando a favorirla attraverso incentivi sostanziosi.
Basta fare due conti: se io investo 1,2 milioni in pannelli cinesi senza usare Transizione 5.0 pagherò in 11 anni meno tasse aziendali per 350.000 euro, se io investo invece 1,5 milioni (perché costano di più) in pannelli prodotti a Catania otterrò in 11 anni con l’iperammortamento ben un milione di deduzioni fiscali sull’Ires.
È ovvio che un’azienda può anche fregarsene di tutelare una produzione italiana come quella di 3Sun e acquistare tutti i pannelli cinesi che vuole. Però non con una sorta di Superbonus 180% che paghiamo noi. Perché allora è facile fare impresa se i soldi li mette lo Stato, no? Ma soprattutto: come si fa a chiedere ogni giorno al governo o alla Ue di fare qualcosa per fermare l’avanzata cinese, che cannibalizza il mercato, e poi lamentarsi se non ci sono i maxi aiuti per comprare i pannelli di Pechino? Sostenere un polo energetico unico in Europa non è questione di sovranismo, è solo legittima difesa.
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