Se i trader avessero il senso della letteratura, sui muri degli uffici non appenderebbero i grafici del Pil, ma i quadri di Francisco Goya. Quelli della serie I disastri della guerra o, meglio ancora, Il sonno della ragione genera mostri.
I mercati dei titoli di Stato globali sembrano un lazzaretto. L’autunno finanziario comincia negli Usa. Il gigante viaggia a fari spenti nella notte con un debito pubblico che sfiora la cifra fantascientifica di 40.000 miliardi di dollari. Finanziare questa montagna di carta è diventato un esercizio di puro equilibrismo: gli interessi costano la bellezza di 1.200 miliardi di dollari.
Non è un caso che i Treasuries a 30 anni siano volati al 5,33%, vette che non si vedevano dal lontano 2002.
A suonare l’allarme è Jamie Dimon, il grande capo di JP Morgan. Ha lanciato una profezia da brivido: se gli Usa perdono la leadership economica, industriale e militare, incartandosi nelle tensioni geopolitiche, il dollaro perderà il suo status di moneta di riserva globale. La sua quota nelle riserve mondiali è già scivolata dal 70% del 2000 al 57%.
Mentre gli Stati Uniti bruciano cassa, l’Europa si scopre stretta nella tenaglia dell’inflazione e delle pesanti incertezze economiche.
La Gran Bretagna si trova stretta nella morsa di un debito pubblico pesante e di rendimenti sui Gilt che continuano a salire a doppia cifra, riflettendo lo scetticismo degli investitori sulla capacità del Regno Unito di domare l’inflazione e rilanciare una crescita economica che sembra ormai un ricordo.
A Parigi la situazione sta assumendo contorni storici. Il rendimento del decennale francese è volato al 4,11%. Per trovare un livello di sfiducia così alto bisogna riavvolgere il nastro dei mercati fino al 2008, l’anno del grande crack di Lehman Brothers.
La locomotiva tedesca arranca come un vecchio treno a carbone. Berlino ha dovuto pagare il rendimento più alto dal 2011 per piazzare quattro miliardi di Bund trentennali al 3,783%. Tra la necessità di finanziare piani di spesa imponenti a partire dal riarmo militare e le pressioni energetiche, la Germania ha scoperto che il blasone non basta più a rassicurare.
Persino l’impero del Sol Levante ha dovuto ammainare la bandiera dei tassi zero. Tokyo, storica fortezza del debito iperprotetto e dei rendimenti addomesticati, è stata travolta dall’ondata di vendite generalizzate che ha colpito i suoi titoli di Stato. Sotto la pressione dei prezzi del petrolio e dei timori per l’inflazione anche i Bond giapponesi hanno visto i rendimenti impennarsi. Per una nazione abituata all’anestesia finanziaria, vedere i propri titoli al 3% è il segnale definitivo che la diga delle banche centrali sta cedendo ovunque.
In Italia, i Btp a dieci anni hanno chiuso la sessione aggrappati a un rendimento del 4,07%, a un passo dal picco annuale del 4,1%, con lo spread sul Bund allargato a 82 punti. Per il governo, che si appresta a scrivere la legge di bilancio, questi numeri non sono fredde statistiche da analisti, ma miliardi veri che spariscono per strada. Finora il Tesoro è riuscito a galleggiare spendendo mediamente 95 miliardi all’anno per pagare gli interessi, grazie a un costo medio dello stock fermo al 2,97%. Con i rendimenti di nuova emissione stabilmente sopra il 4%, la matematica diventa spietata: ogni vecchio titolo a basso costo che scade viene sostituito da un nuovo pezzo di carta decisamente più caro.
Raggiungere e superare i 100 miliardi di sola spesa per interessi non è più un’ipotesi pessimistica, ma una certezza contabile. Cento miliardi significa che prima ancora di spendere un solo euro per sanità, pensioni o riduzione delle tasse, l’Italia deve staccare un assegno a nove zeri per rassicurare i mercati. Una tassa sulla nostra storia finanziaria che rischia di svuotare la legge di bilancio prima ancora che arrivi in Parlamento.
In questo scenario di tassi alle stelle, l’Occidente ha deciso di scommettere le sue fiches su una nuova divinità: l’Intelligenza artificiale. Mille miliardi di dollari investiti a prestito per riempire i bilanci di microchip, algoritmi e sogni di gloria tecnologica.
Il problema è che, mentre i costi energetici salgono a causa dei venti di guerra, i dubbi sui reali ritorni di questa montagna di debiti cominciano a farsi strada anche tra i più fanatici della Silicon Valley. Il sospetto che si tratti dell’ennesima bolla. Una versione algoritmica della crisi dei tulipani o delle dot-com si fa ogni giorno più concreto.
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