Dopo i massimi storici sfiorati all’inizio del 2026, l’oro ha perso circa il 25%, tornando sotto i 4.000 dollari l’oncia. La flessione ha interrotto un rally eccezionale, ma non ha cancellato i risultati di medio periodo: gli Etc a replica fisica segnano circa -2,8% da inizio anno, +24,9% su 12 mesi e oltre +103% nel triennio.
Perché l’oro ha perso il 25%
Sulla correzione hanno pesato la fermezza della Federal Reserve, il rafforzamento del dollaro, l’aumento dei rendimenti obbligazionari e alcune vendite forzate per esigenze di liquidità. Anche gli acquisti delle banche centrali, dopo aver superato le mille tonnellate annue tra il 2022 e il 2024 e le 850 tonnellate nel 2025, hanno rallentato.
«Molti investitori scambiano l’oro per un asset destinato a salire sempre, soprattutto nelle fasi di tensione geopolitica», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «ma la realtà è che nei momenti di forte stress finanziario il metallo giallo viene utilizzato da grandi operatori e Stati proprio come riserva liquida da vendere per fare cassa immediata o coprire le perdite maturate su altri comparti».
Più che una protezione automatica dall’inflazione, l’oro resta quindi uno strumento di diversificazione. Dal 1971 è salito in otto degli undici principali mercati ribassisti azionari, mentre le società aurifere tendono ad amplificare sia i rialzi sia le discese del metallo, perché risentono anche dei costi energetici e operativi.
La situazione dell’argento
Accanto all’oro, l’argento presenta una natura più ibrida: bene rifugio, ma soprattutto metallo industriale. «Nonostante la significativa correzione registrata dopo il forte rally di inizio anno, continuiamo a considerare l’argento un metallo prezioso dalle interessanti prospettive di lungo periodo, anche grazie all’ampia gamma di applicazioni industriali che lo caratterizza», afferma Tom Bailey, responsabile della ricerca di HANetf.
Nel 2025 soltanto il 19% della domanda di argento è derivato dagli investimenti e il 17% dalla gioielleria, mentre quasi il 60% è stato assorbito dalle applicazioni industriali. Il metallo è impiegato nell’energia solare, nell’intelligenza artificiale, nelle tecnologie automobilistiche e nell’healthcare, comparti capaci di sostenerne la domanda nel lungo periodo.
La differenza fra oro e argento
Sul lato dell’offerta, la produzione mineraria è rimasta quasi stagnante: dal 2017 è cresciuta di appena l’1% annualizzato e il mercato registra da anni un deficit strutturale. Bailey richiama però l’attenzione sulla selezione delle società minerarie: «Circa tre quarti dell’argento vengono infatti prodotti come sottoprodotto dell’estrazione di altri metalli». Nessuno dei dieci maggiori produttori ricava quindi la maggior parte dei ricavi dall’argento e le quotazioni possono dipendere più da oro, rame, piombo o zinco.
Insomma, l’oro offre soprattutto diversificazione e protezione nelle fasi di crisi, mentre l’argento combina la componente preziosa con una maggiore esposizione al ciclo industriale. In entrambi i casi, metallo fisico e titoli minerari presentano profili di rischio differenti e non sono intercambiabili.
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