C’era una volta l’epoca in cui Raul Gardini, nel pieno dell’epopea Enimont-Montedison, proclamava: «La chimica sono io». Oggi, a metà del 2026, di quella stagione restano macerie e nostalgia.

Nel listino italiano non figura più una grande società chimica quotata, mentre il settore europeo è schiacciato da energia cara, da un gas che costa 3,3 volte più che negli Stati Uniti e da una regolazione sempre più penalizzante. Eppure, la Borsa sembra raccontare un’altra storia. Da inizio anno lo Stoxx Europe 600 Chemicals guadagna il 15,79%, ma a tre anni il progresso si ferma al 10,71%. «Un rimbalzo a doppia cifra da inizio anno può far pensare a un settore in piena salute», spiega Salvatore Gaziano di SoldiExpert Scf, «ma basta allungare lo sguardo per accorgersi che a tre anni lo stesso Etf è fermo a un asfittico +10,71%». Secondo Gaziano, «non è un boom strutturale legato alla crescita economica, ma una tregua tecnica dettata dal panico geopolitico». Le strozzature nello Stretto di Hormuz hanno penalizzato i concorrenti asiatici, spingendo i clienti ad accumulare scorte in Europa. «Si tratta di acquisti dettati dalla paura, non dalle prospettive di sviluppo».

Dietro il rimbalzo resta una crisi profonda. Secondo Roland Berger e Cefic, tra il 2022 e il 2025 la chiusura degli impianti ha ridotto la produzione europea del 9% e fatto crollare del 90% gli investimenti. In Italia la produzione è inferiore del 13% rispetto al 2021.

Al centro delle critiche c’è l’Etf europeo, il mercato dei certificati di anidride carbonica. Bruxelles fissa un tetto alle emissioni e obbliga le imprese ad acquistare quote per ogni tonnellata rilasciata. Le assegnazioni gratuite, nate per evitare delocalizzazioni, vengono però eliminate gradualmente. In Italia il costo è già di 600 milioni di euro l’anno e potrebbe salire a 1,5 miliardi.

«Siamo di fronte a un paradosso normativo che rischia di uccidere l’ospite per curare la malattia», continua Gaziano. Nell’ultimo decennio il peso della regolazione Ue sul valore aggiunto delle imprese chimiche è salito dal 4% al 13%. «In Italia, dove domina il tessuto delle piccole e medie imprese, i manager passano ormai più tempo a interpretare i cavilli burocratici di Bruxelles che a inventare nuovi prodotti».

A salvarsi sono i gruppi con forti nicchie tecnologiche. Air Liquide, quasi il 30% dell’indice, cavalca il boom dell’intelligenza artificiale fornendo gas ultra-puri a Tsmc, Samsung e Micron. La divisione Elettronica vale il 40% di un portafoglio ordini record e dovrebbe crescere del 14% annuo fino al 2030. La valutazione a 26,7 volte gli utili non ammette errori. Basf ha aumentato i listini europei fino al 30% e prepara per il 2027 la quotazione parziale della divisione agricola, valutata tra 20 e 30 miliardi di euro.

La chimica europea è, insomma, spaccata in due: da una parte quella di base con le pmi, soffocate da energia, burocrazia e concorrenza asiatica; dall’altra i colossi delle specialità e dei gas industriali, protetti da tecnologie spesso insostituibili.

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