I fondi pensione aperti mostrano risultati molto diversi in base al comparto scelto. Nei dieci anni al 30 giugno 2026, le linee azionarie hanno registrato una performance media cumulata dell’81%, contro il 29,4% della rivalutazione del Tfr. Il vantaggio supera 51 punti percentuali e conferma il peso dell’orizzonte temporale.

Il primato dell’azionario emerge anche sugli intervalli più brevi: 6,2% dall’inizio del 2026, 13,9% a un anno, 33,3% a tre anni e 34% a cinque anni. Negli stessi periodi il Tfr ha reso rispettivamente l’1,7%, il 2,5%, il 6,5% e il 18,7%.

I comparti bilanciati hanno ottenuto il 37,6% in dieci anni, superando il Tfr, ma a cinque anni si sono fermati al 13,6%. Più deboli le linee prudenti: i garantiti hanno reso il 4,4% nel decennio, gli obbligazionari misti il 7,3%, mentre gli obbligazionari puri hanno segnato il -3,5% a cinque anni e il -1,6% a dieci.

«I comparti azionari dei fondi pensione aperti risultano i più performanti su tutti gli orizzonti temporali considerati. A dieci anni registrano una performance cumulata dell’81%, contro il 29,4% del Tfr. I comparti obbligazionari e garantiti presentano invece rendimenti più contenuti e non riescono generalmente a superare la rivalutazione del trattamento di fine rapporto», spiegano gli esperti analisti di Consultique che hanno elaborato i dati per La Verità.

Il confronto assume particolare rilievo dopo l’entrata in vigore, dal 1° luglio 2026, delle nuove regole sull’adesione automatica alla previdenza complementare per i dipendenti privati alla prima assunzione. Il lavoratore dispone di 60 giorni per rinunciare. In assenza di una scelta, il datore di lavoro deve attivare l’adesione alla forma prevista dal contratto collettivo e versare quanto maturato dalla data di assunzione.

Il flusso può comprendere non solo il Tfr, ma anche il contributo del dipendente e quello aziendale, nelle misure stabilite dal contratto applicato. Non nasce quindi un contributo datoriale uniforme per tutte le imprese: obbligo e importo dipendono dalla contrattazione collettiva. Se manca un accordo che preveda la contribuzione, viene trasferito il Tfr alla forma residuale, senza contributi aggiuntivi.

Per le aziende aumentano gli adempimenti: devono informare il neoassunto, individuare il fondo di destinazione, gestire l’eventuale rinuncia e, decorso il termine, effettuare i versamenti con gli arretrati. Per i lavoratori con retribuzione annua inferiore all’assegno sociale, il contributo personale non è obbligatorio, mentre resta applicabile l’eventuale quota aziendale prevista dal contratto.

Con l’ampliamento delle adesioni, la scelta del comparto diventa decisiva. Tfr e contributi alimentano lo stesso montante, ma è il rendimento composto della linea selezionata a determinarne la crescita. I dati al 30 giugno mostrano che, per chi ha un orizzonte lungo, l’esposizione azionaria ha storicamente prodotto risultati superiori, pur ovviamente con più volatilità e senza garanzie sui rendimenti futuri.

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