Erano partiti con l’idea di fare un peana al Davide, il Sindaco di un piccolo comune della Riviera ligure, che si batte contro il Golia, perfido e speculatore, che sono i gestori degli stabilimenti balneari.
Alla Stampa hanno un loro eroe da battigia: Mattia Fiorini giovanissimo virgulto della sinistra ecologista che ha deciso di alzare la quota di spiagge libere dal 3,5 al 40% nel suo Comune: a Spotorno, che campa (anzi, campava) di turismo balneare. Una doppia pagina, partita lancia in resta contro i saprofiti dell’abbronzatura – i gestori dei lidi – ha dovuto battere in (parziale) ritirata constatando che non è tutto democrazia economica ciò che riluce.
Sulle spiagge italiane in questa che è l’ultima estate per almeno il 70% dei gestori dei lidi si sta producendo la più annunciata delle eterogenesi dei fini. Smettono di lavorare i poveri e i lidi diventano fortini del lusso. Forse dare retta all’Ue che, in forza di una errata interpretazione della direttiva Bolkestein, vuole che siano messe a gara tutte le concessioni marittime in obbedienza alla legge della concorrenza invece che offrire ai consumatori lettini a prezzo calmierato e accesso libero al mare sta diventando un affare per i trust del lusso.
Sulla Verità lo abbiamo scritto cento volte raccontando di come l’Unione europea stia aggredendo deliberatamente solo i lidi italiani e anche le centrali idroelettriche che sono sottoposte alla stessa «censura» perché sono un affare che Ursula von der Leyen vuole consegnare alle finanziarie europee. Il governo italiano ha provato a più riprese a resistere – la querelle su lidi è trentennale: ha inquietato tutti gli inquilini di palazzo Chigi e di qualsiasi colore – e si è andati avanti di proroga in proroga. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prontissimo a obbedire a Bruxelles, ha tuonato: ora basta, date retta alla Von der Leyen. Ai consiglieri del Quirinale non è venuto in mente che il turismo balneare è stato inventato in Italia (la prima concessione fu di Leopoldo Granduca di Toscana ai bagni Baretti di Livorno del 1781) che malcontati muove 30 miliardi di euro, che dà da campare a 300.000 persone per circa 25.000 imprese anche se i colleghi della Stampa stimano in poco più di 12.000 le concessioni che fruttano un canone annuo di 3.542 euro allo Stato cadauna. Al conto mancano l’Iva sui servizi, le tasse sui fatturati, l’Imu e la Tari che i bagnini pagano per tutto l’anno sull’intera superficie di spiaggia.
Sembra di sentire il direttore generale della concorrenza a Bruxelles Salvatore D’Acunto che non ha mai ascoltato le ragioni dei balneari. Che sono sostanzialmente tre, come ripete Fabrizio Licordari, presidente di Assobalneari che aderisce a Confindustria turismo: valutare se la risorsa spiaggia è scarsa (in assenza di scarsità l’articolo 12 della Bolkestein è chiarissimo: la direttiva che peraltro riguarda i servizi e non i beni e le spiagge sono beni demaniali non si applica); accordare i ristori per gli investimenti fatti; riconoscere l’avviamento d’impresa e la priorità nelle gare ai vecchi concessionari. In Italia c’è una ulteriore peculiarità: l’articolo 49 del codice della navigazione stabilisce che in caso di cessazione della concessione tutte le strutture vengono incamerate dal demanio senza indennizzo.
Di tempo per cambiare le cose ce n’è poco: tutte le concessioni scadono a dicembre ed entro giugno prossimo tutte le aste devono essere bandite. Ma molte se ne sono già fatte e i risultati sono sorprendenti. Se la polemica dell’estate è rivolta ai gestori – soprattutto in Puglia – che non vogliono che i turisti si portino il loro cibo in spiaggia ci sarebbe da interrogarsi sui vecchi lidi familiari diventati salotti esclusivi del lusso. Il fondo Onda – costituito da alcuni dei maggiori gruppi economici del Nord-Est: dai Lunelli a Matteo Marzotto, da Donato Romano de La Piadineria ai Rivetti (Stone Island) e agli Zucchetti (software operativi) – sta rastrellando alle aste le concessioni di Veneto e Friuli, il fondo Vesper (Matteo de Barbant, Alfredo De Falco) starebbe puntando sul Gargano e altri imprenditori come Davide Tavianello (farmacie Hippocrates) Enrico Giacomelli (Namiral) e Giuseppe Amitrano seguendo le orme del «capostipite» del settore Flavio Briatore si stanno buttando sui lidi. Anche l’affermazione che liberando le spiagge si fa un favore ai clienti regge poco. A Bonassola (siamo in Liguria) la società Fisa che gestisce la spiaggia pubblica in accordo col Comune ha raddoppiato i prezzi: un lettino in prima fila per tutta la stagione sfonda i 4.000 euro. E va rilevato che l’Europa non è eguale per tutti. La Spagna del socialista Pedro Sánchez ha rinnovato le concessioni per 99 anni, la Francia concede agli hotel di lusso l’uso perpetuo del mare, la Croazia privatizza addirittura le isole, ma anche la Grecia, che molti indicano come modello virtuoso, ha concesso agli albergatori – sono tutti tedeschi e inglesi ormai – la concessione senza limiti. E dunque, forse, su queste liberalizzazioni della battigia ci sono più ombre che ombrelloni.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >