C’è un pezzo d’Italia che fa gola a tanti. Soprattutto a società estere. Questo pezzo d’Italia si trova nel sottosuolo. Con l’auspicabile ritorno del nucleare, l’approvvigionamento di uranio diventa cruciale per poter affrontare i cambiamenti in atto da una posizione di forza. Ma non solo: l’avvento dei data center richiede una quantità sempre maggiore di energia per lavorare IA e compagnia cantante. Quindi per le realtà del settore, in costante espansione, a far gola sono soprattutto le centrali idroelettriche. E anche qui è partita una corsa all’accaparramento.

Novazza è una frazione del Comune di Valgoglio, in provincia di Bergamo. Nelle viscere della terra di questa porzione di Alta Valle Seriana c’è quello che viene considerato come uno dei più importanti giacimenti di uranio del nostro Paese. A presentare i documenti con cui è stata richiesta la Via (Valutazione di impatto ambientale) per riprendere l’esplorazione della miniera è stata la società Fei, Futuro energetico italiano, una srl nata apposta per riprendere l’estrazione dei giacimenti tricolori ritenuti più promettenti. Fei è controllata al 100% da Reveille Resources, società inglese che, attraverso il suo braccio operativo italiano, sta portando avanti, oltre all’impresa di riaprire la miniera di uranio nella Bergamasca, anche la riapertura del giacimento «gemello» della Val Vedello, in provincia di Sondrio.

Al vertice di tutto, però, c’è la Zenith Energy (detiene il 25,26% di Reveille), azienda energetica di base a Calgary (Canada) fondata da Andrea Cattaneo, con il partner minerario Ajax Resources, azienda creata da Ippolito Ingo Cattaneo. Venerdì 10 c’è stato un sopralluogo nella zona di Novazza: sembrava una sfilata. Oltre ad Andrea Cattaneo, c’erano i rappresentanti di ministero dell’Ambiente, ministero della Cultura, Regione Lombardia, Parco delle Orobie bergamasche, Provincia, Comuni di Valgoglio, Ardesio, Branzi, Gandellino e Carona, Agenzia regionale protezione ambiente, Autorità del Bacino del Po e Agenzia del Demanio. Questo per far capire i numerosi interessi in gioco.

Ora una commissione tecnica dovrà valutare le modalità per il rilascio del permesso di ricerca. Le miniere valgono oltre un miliardo e sono pronte per essere sfruttate. Rappresentano la più grande riserva di uranio mai scoperta in Italia.

Secondo quanto stimato durante gli anni Settanta da Agip e Cnen (Comitato nazionale per l’energia nucleare, trasformato nel 1982 in Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile: l’Enea), il giacimento di Novazza conterrebbe circa 1.000 tonnellate di uranio metallico. I tecnici della Somiren, società del gruppo Eni, iniziano a effettuare i primi rilievi fin dalla primavera del 1959. Le gallerie, circa 25 chilometri di tunnel già scavati tra gli anni Sessanta e Ottanta, renderebbero l’esplorazione più rapida ed economica rispetto ad altri siti. Nella stessa situazione si presenta il giacimento della Val Vedello: pronto all’uso, visto che Agip nucleare, tra il 1959 e il 1982, scavò in Valtellina chilometri e chilometri di gallerie. Qui, addirittura, si pensa che ci siano, sottoterra, ben 6.000 tonnellate di ossido di uranio. Per la società canadese, i «plus» della corsa all’uranio italiano non finiscono qui: oltre a non dover scavare da zero, le infrastrutture lasciate in eredità da Eni e Agip sono «pronte per un immediato rientro e accessibili ai veicoli».

Altra Regione, altro shopping. Lungo il fiume Stura ci sono tre centrali idroelettriche. Quelle di Cafasse e Lanzo Torinese sono in funzione dal 1922. Quella di Balangero, invece, dall’anno successivo. Da oltre 100 anni forniscono corrente alle aziende e ai paesi cresciuti lungo il corso d’acqua. Ora hanno un nuovo proprietario: Aruba, il principale provider italiano di servizi cloud, data center e gestione Web. Fondata nel 1994 e con sede a Ponte San Pietro (Bergamo), serve oltre 16 milioni di utenti. I tre impianti acquistati, già pienamente operativi, producono complessivamente circa 10 gWh di energia rinnovabile all’anno. Con questa operazione il parco idroelettrico di proprietà del gruppo sale a 11 centrali, per una produzione complessiva che supera i 60 gWh di energia rinnovabile all’anno – l’equivalente del fabbisogno elettrico di oltre 22.000 famiglie – e una potenza installata di circa 11,6 mW. Gli impianti sono distribuiti lungo cinque fiumi in quattro Regioni: in Piemonte lungo il fiume Stura; in Lombardia lungo il Lambro, con due centrali a Melegnano (Milano), e lungo il Brembo, con impianti a Ponte San Pietro, Valbrembo e Paladina (Bergamo); in Veneto lungo l’Astico, a Chiuppano e Calvene (Vicenza); e in Friuli-Venezia Giulia lungo il Fella, a Pontebba (Udine). Le tre centrali piemontesi non andranno ad alimentare un data center: Aruba spiega di non avere in progetto la costruzione di strutture in Piemonte. Ma entreranno nel portafoglio energetico dell’azienda, che possiede quattro data center: uno a Roma, uno a Bergamo e due ad Arezzo.

Quello di Aruba non è un caso isolato. Translated, società di proprietà di Marco Trombetti e della moglie Isabellew Andrieu, è un’azienda romana che si occupa di traduzioni con l’Intelligenza artificiale. Nel 2021 hanno acquistato la centrale idroelettrica a Pavia costruita dal padre di Albert Einstein, Hermann, nel 1895, visto che nell’ex capitale del Regno longobardo aveva deciso di alimentare una rivoluzionaria tecnologia, per l’epoca: l’illuminazione stradale. L’edificio si trova a Sannazzaro De’Burgondi: costo d’acquisto, 800.000 euro. Più altri 150.000 per recuperare la struttura. «Tra dieci anni, l’IA sarà tra i più forti consumatori di elettricità», aveva vaticinato Trombetti nel 2022. Aveva visto lungo. Come per Aruba, Translated non userà direttamente per i propri server l’energia prodotta dalle proprie centrali: la immetterà nella rete nazionale prelevando l’elettricità necessaria.

La corsa all’Intelligenza artificiale è anche una corsa per l’elettricità necessaria ad alimentarla. Attualmente, nel nostro Paese, ci sono circa 260 data center, grandi capannoni (in buona sostanza) dove ci sono supercomputer che elaborano, archiviano e gestiscono miliardi di dati. E molti altri sono in arrivo. Muovono investimenti enormi: «Secondo l’Osservatorio data center del Politecnico di Milano», rivela il Post, «negli ultimi tre anni sono stati investiti nel settore dei data center oltre 7 miliardi. Da qui al 2028 la cifra potrebbe triplicare». Ma sono anche molto contestati: manca una legge regionale che li disciplini (al momento, solo la Lombardia ne ha votata una, regionale appunto) e ci sono problematiche legate al consumo di suolo, a quello di acqua e al rumore emesso.

E i posti di lavoro? Pochini: a Vimercate, in provincia di Monza e Brianza, sta nascendo un mega data center di 277.000 metri quadrati. I posti di lavoro diretti preventivati sono appena 100: uno ogni 2.700 mq. Insomma, nell’era di robot e chatbot, lo spazio per l’uomo è sempre meno.

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