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La sede della People's Bank of China (Getty Images)

Cosa manca alla Cina autoritaria per consolidare il dominio sull’economia europea avviato sia con un quasi monopolio di tecnologie energetiche e di minerali critici sia via concorrenza sleale finanziata dallo Stato in molteplici settori industriali, causa di deindustrializzazione in Europa, nonché la conquista di snodi logistici? Più banche che raccolgano l’eurorisparmio e fondi di investimento che conquistino aziende. Il tema è già da tempo sotto osservazione riservata negli Stati Uniti e recentemente segnalato pubblicamente da James Dimon, capo esecutivo della banca JP Morgan Chase. Prego il governo italiano di dare maggiore attenzione al tema e di premere sia sulla Commissione europea sia sulla Bce per aumentare la vigilanza al riguardo della penetrazione cinese nel mondo finanziario. Al momento non ha sufficiente visibilità per costituire un allarme? Attenzione, la strategia cinese è subdola, molto raffinata nei travestimenti ed abile nella programmazione di lungo termine.

Il punto: la Commissione europea sta negoziando con la Cina una riorganizzazione delle relazioni commerciali per arrivare ad un accordo entro l’ottobre 2026. Il precedente è la bozza di un trattato economico Ue-Cina del dicembre 2020, voluto con forte pressione da Francia e Germania, che poi è rimasto fermo in attesa dell’europrocesso di ratifica. Da un lato, l’Ue cercherà un nuovo accordo anche perché scossa da un deficit commerciale con la Cina salito oltre i 300 miliardi anno. Dall’altro, la Cina è abile nel siglare accordi che rispetta solo apparentemente usandoli come cavalli di Troia per aumentare la sua penetrazione economica nelle aree di interesse. Non ho motivi per dubitare della competenza dei funzionari impegnati nella trattativa tecnica, ma ho molti motivi per avere dubbi sulla volontà di Francia e Germania ed altri di mettere un argine forte alla concorrenza sleale cinese e di rinunciare a scambi di concessioni per ottenere vantaggi nazionali.

In materia, ritengo utile ricordare che l’Italia ha il potere di veto su questa tipologia di accordi in sede di Consiglio europeo. Ma va anche ricordato che la posizione di enorme debito statale dell’Italia e problemi per fare restare il deficit di bilancio annuale entro la soglia del 3% – considerando una crescita del Pil stagnante probabile nel prossimo biennio – la espone a ricatti pesanti. Da un lato, penso che il governo sia consapevole della situazione e la stia monitorando. Ma devo annotare che negli ultimi due mesi l’Italia ha perso peso geopolitico sia per la minore convergenza con Washington (giustificata per gli eccessi comportamentali di Donald Trump) sia per un allineamento incompleto della convergenza con Francia e Germania.

Da un lato, ciò è dovuto ad una ripresa della diarchia franco-tedesca (per esempio l’accordo bilaterale per la difesa contro attacchi nucleari) che tende a marginalizzare, pur entro un linguaggio formale di inclusione, l’Italia e dal fatto che l’Italia fa capire la propria insoddisfazione. Ma dall’altro Parigi e Berlino se ne infischiano perché Roma non può più contare su un forte appoggio di Trump, pur restando ottime le relazioni bilaterali tra Stati.

In altri termini, qualora l’accordo commerciale con la Cina non fosse conveniente per l’Italia, Roma non avrebbe sufficiente forza per difendere la propria sicurezza economica. Probabilità? Ancora non definibile, ma le sensazioni basate su informazioni recenti suggeriscono al nostro governo ed al mondo finanziario italiano di rinforzare la vigilanza su questo processo negoziale.

Parecchi colleghi consultati mi hanno detto di non esagerare con i timori perché anche Francia e Germania hanno interesse a limitare la penetrazione cinese. Tuttavia, Parigi deve vendere aerei ed altro a Pechino e Berlino ha interessi industriali in Cina che, pur in riduzione, la rendono ricattabile. Dall’altra parte la Cina ha un bisogno quasi disperato di conquistare il mercato europeo molto capitalizzato perché prevede problemi di accesso a quello statunitense nonché un contrasto crescente in altre aree del pianeta.

Per inciso, ricordiamoci che la Cina ha un’economia interna cedente con la priorità di bilanciare questo gap con l’export, non riuscendo ad aumentare i consumi interni. Aggiungiamo che ha una massa di capitale finanziario enorme che potrebbe usare per conquistare centri di finanziamento per le proprie imprese partecipate o acquisite dicendo agli europei che questa soluzione sarebbe un modo per evitare la concorrenza sleale: cioè accettare un divieto al finanziamento statale delle sue imprese – che rende imbattibile la concorrenza sleale per prezzo – in cambio dell’accesso ad istituzioni finanziarie cinesi in Europa, anche in collaborazione con europei, temo, domati via denaro. In materia va detto che il Partito comunista cinese obbliga ogni azienda che abbia una posizione estera ad avere una sorta di commissario politico con poteri speciali, cioè esecutore di una strategia sistemica gestita dal centro (geo)politico.

Parte dell’efficienza cinese è merito della competenza delle persone, ma una parte maggiore è dovuta al coordinamento strategico geopolitico e geoeconomico nonché alla disponibilità di un enorme apparato di spionaggio tecnologico e commerciale. Per inciso, sollecito alcuni commentatori che sottolineano l’enorme efficienza competitiva della Cina di studiare di più e meglio il reale funzionamento di quel sistema autoritario.

In conclusione, come liberista soffro nello scrivere di limitazioni politiche al commercio ed agli investimenti, ma come cittadino di una democrazia sento la priorità di non farsi dominare da un regime dittatoriale che usa la sua massa finanziaria come strumento di conquista bellica. Aggiornamenti.

www.carlopelanda.com

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