L’invito – almeno per il momento, solo quello – a spostare i risparmi dai conti correnti e dai depositi bancari e «canalizzarli» verso altri strumenti finanziari più remunerativi è ormai quasi quotidiano.

Da ultimo, segnaliamo la prima pagina del Sole 24 Ore di lunedì scorso («Sui conti correnti 1.163 miliardi ma l’inflazione ha già bruciato l’11%»), seguita dalla seconda pagina in cui quegli stessi miliardi sono definiti «fermi». Il 13 luglio era stata la volta dell’autorevole vicepresidente vicaria della Consob, Chiara Mosca, che nella sua relazione annuale ha dichiarato che «se solo una parte dei circa 11.000 miliardi di euro che costituiscono la ricchezza finanziaria disponibile delle famiglie europee fosse canalizzata verso investimenti in innovazione, l’Europa sarebbe in grado di colmare il divario che la separa dai principali competitor globali».

Allora sarebbe interessante capire perché il risparmio degli italiani non affluisca copioso verso le magnifiche sorti e progressive delle imprese assetate di nuove fonti di finanziamento per sostenere gli «investimenti in innovazione», a cui si riferisce la professoressa Mosca. Quanti e quali investimenti sono frenati perché il risparmio non viene «canalizzato» a loro favore? Una ricerca della Bce risponde in modo netto: nessuno.

Posto in altri termini: è un problema di offerta e disponibilità di strumenti finanziari in un mercato dei capitali piccolo e asfittico – come lascia intendere la Mosca – o è un problema di una domanda di nuova finanza da parte delle imprese che langue a causa di scarsi incentivi a investire?

La risposta a favore di quest’ultima spiegazione arriva da una indagine campionaria eseguita da quattro economisti della Bce e pubblicata circa un anno fa: in estrema sintesi, le imprese (un campione di 64 aziende il cui fatturato vale il 4% del Pil dell’Eurozona) non chiedono nuova finanza al sistema perché gli investimenti previsti nell’Eurozona sono prevalentemente stabili o in decremento. Ma ciò che è peggio è che la crescita c’è, ma riguarda gli investimenti pianificati altrove: in altri Paesi della Ue senza l’euro, in altre economie avanzate e nelle economie dei Paesi emergenti. La determinante chiave delle loro scelte di investimento sono le prospettive di domanda e l’innovazione e i cambiamenti tecnologici guidano le loro scelte allocative. Fattori per i quali, evidentemente, l’Eurozona non brilla affatto.

I beni su cui si concentrerà la crescita degli investimenti sono prevalentemente immateriali: ricerca e sviluppo, sistemi informativi e riorganizzazione dei processi. Con l’obiettivo di spingere al massimo su tre direttrici: aumento dell’efficienza, transizione digitale ed energetica.

Ma davanti alla richiesta di identificare vincoli e impedimenti che rallentano gli investimenti nell’Eurozona, ben nove risposte su dieci concordano nell’identificare la debolezza della domanda, come principale causa. Seguono la scarsa profittabilità, i vincoli burocratici e regolatori e il costo del lavoro. La disponibilità di fonti di finanziamento è solo l’ultimo (dopo altri 15!) motivo addotto per spiegare la stagnazione degli investimenti.

Apprendiamo, quindi, dall’autorevole voce degli economisti della Bce che – per fare una similitudine – il Sole sorge a Est e la Terra gli ruota intorno. È da oltre 20 anni che l’Eurozona, in particolare, è il buco nero della domanda mondiale e contemporaneamente il campione mondiale della produzione di regole e burocrazia. Quale imprenditore razionale non rivolgerebbe la sua attenzione altrove, soprattutto in un momento storico in cui è in corso una rivoluzione tecnologica di portata epocale con epicentro negli Usa, in Cina e altri Paesi asiatici?

Peraltro, quando gli italiani vogliono investire in strumenti finanziari diversi da conti correnti e depositi lo fanno avendo a disposizione una sterminata gamma di alternative. Tra i circa 6.500 miliardi di attività finanziarie detenute dalle famiglie a fine 2025, spiccano i 2.980 miliardi detenuti in azioni, partecipazioni e fondi comuni, in crescita rispettivamente del 16,4% e 6,9%, rispetto al 2024.

Se famiglie e società non finanziarie continuano a detenere circa 1.800 miliardi in depositi e conti, peraltro pure in crescita sostenuta intorno al 3%, significa, puramente e semplicemente, che le prospettive combinate di rischio e rendimento offerte sul mercato mobiliare non soddisfano e incrociano le loro preferenze. Non è questione di «canali», che ci sono e pure abbastanza capillari.

È altrettanto mal posto pure il tema del denaro «fermo». Non tutto lo stock di depositi e conti di cui parla il Sole 24 Ore (circa 1.170 miliardi delle famiglie) sono remunerati a costo quasi zero (0,67% il tasso medio sulle consistenze a giugno) perché l’Abi stessa riporta che a giugno il tasso sui depositi a durata prestabilita per nuove operazioni è stato pari a un dignitoso 2,31%.

È inevitabile, necessario e prudente che una parte di quei 1.170 miliardi siano detenuti a scopo di riserva di liquidità a breve e, quindi, siano poco remunerati. Il beneficio della liquidità, quindi dell’immediata disponibilità delle somme, vale molto di più di interessanti remunerazioni che però si accompagnano a vincoli di durata.

Sul Sole avrebbero potuto aggiungere che lo spauracchio dell’inflazione che «brucia» il valore reale dei depositi bancari deve confrontarsi con l’alternativa di immobilizzare i propri risparmi in strumenti finanziari illiquidi e con costi di uscita molto alti nel breve termine. È sempre il confronto tra alternative che determina la remuneratività delle scelte di investimento e, a volte, è meglio restare liquidi a tasso zero che dover vendere in fretta e in perdita un’obbligazione trentennale o le azioni di una start-up che sta portando i libri in tribunale. Ognuno faccia il suo mestiere e diffidiamo dei canti delle sirene.

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