giorgetti accise
Giancarlo Giorgetti (Ansa)

Prima il pieno. La pompa di benzina torna a essere un luogo di sofferenza. Il petrolio è tornato a quota 95 dollari, la benzina ha nuovamente superato la soglia dei 2 euro. Il costo delle vacanze è sempre più un’incognita: quanto costerà arrivare alla fine del viaggio?

Per questo il governo prepara il ventaglio degli interventi. Non ci sono ancora decisioni definitive, ma la cassetta degli attrezzi è stata aperta. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo al Question Time della Camera, ha indicato la strada più immediata: il possibile ricorso al meccanismo delle accise mobili.

La formula sembra uscita da un manuale di ragioneria, ma il principio è semplice. Quando il prezzo dei carburanti aumenta, cresce anche il gettito Iva. Una parte di questo maggior gettito può essere restituita agli automobilisti sotto forma di riduzione delle accise. Una sorta di ammortizzatore automatico. Lo Stato rinuncia a una parte dell’extragettito per consentire vacanze più serene. Si tratta, ovviamente di stabilire l’ammontare della restituzione. «Quando entrerà in funzione valuteremo» ha spiegato Giorgetti, lasciando intendere che il dossier è aperto ma che ogni decisione dipenderà dalle acrobazie del petrolio, ma anche dalle condizioni del bilancio pubblico. Il ministro prova a smontare una narrazione che negli ultimi mesi ha assunto toni apocalittici. L’Italia, secondo Giorgetti, non è quella nave che qualcuno descrive con la prua sott’acqua e le scialuppe calate in mare. I numeri raccontano una storia diversa.

Le valutazioni in corso non evidenziano infatti uno scostamento tale da mettere in discussione il quadro di finanza pubblica presentato in primavera. Certo, lo scenario internazionale è peggiorato. Le tensioni geopolitiche continuano a pesare, il commercio internazionale rallenta, il prezzo delle materie prime torna a correre. Ma si tratta di problemi che riguardano tutti. Non soltanto l’Italia. La prua resta al vento.

In altre parole: il mare è agitato, ma la barca non sta affondando. Anzi. Settembre potrebbe rappresentare un appuntamento decisivo. Bruxelles aggiornerà le valutazioni sui conti italiani nell’ambito della procedura per deficit eccessivo. Giorgetti parla di «cauto ottimismo». Un’espressione che nel vocabolario del ministro sempre poco incline al sorriso equivale a una manifestazione di entusiasmo.

La speranza nasce da un elemento tecnico ma decisivo. Il peggioramento del deficit registrato nei mesi scorsi deriva in larga misura dai crediti inattesi legati al Superbonus. Si tratta di circa 8,4 miliardi, una cifra ancora in revisione perché l’Agenzia delle entrate sta individuando numerose irregolarità. L’ aggiornamento atteso per il 22 settembre potrebbe quindi migliorare sensibilmente il quadro della finanza pubblica e avvicinare l’uscita dalla procedura europea.

È un dettaglio che vale moltissimo. Perché uscire dalla procedura significherebbe recuperare margini di manovra proprio mentre il caro energia rischia di chiedere nuove risorse. Ed è qui che si apre la scena su un’altra partita ancora più importante. Sul tavolo ci sono infatti circa 15 miliardi legati al programma europeo Safe, il nuovo strumento di flessibilità negoziato a Bruxelles.

Quei soldi sono il frutto della maggiore elasticità ottenuta dall’Italia nei rapporti con l’Unione europea. Formalmente nascono per sostenere gli investimenti nella sicurezza e nella difesa. Ma Roma ha ottenuto che la flessibilità possa essere utilizzata anche sul fronte energetico. È una novità tutt’altro che marginale. Significa che parte di quelle risorse potrebbe essere destinata ad attenuare l’impatto del caro bollette, soprattutto per le famiglie economicamente più fragili e per le imprese maggiormente esposte ai rincari dell’energia.

L’obiettivo è evitare il vecchio gioco della coperta troppo corta: finanziare la difesa senza togliere risorse a sanità e istruzione. Giorgetti lo ha ribadito con nettezza, ricordando che l’Italia sta rispettando il Patto di stabilità ed è tra i pochi Paesi europei a farlo con rigore. Nessuna intenzione, quindi, di spostare soldi dagli ospedali o dalle scuole per acquistare carri armati o sistemi di difesa. La maggiore flessibilità europea serve proprio a scongiurare questa alternativa. Naturalmente nulla è già scritto. Sarà infatti il Parlamento ad avere l’ultima parola. Se si deciderà di aumentare la spesa, servirà uno scostamento di bilancio autorizzato dalle Camere. Solo allora il governo dovrà scegliere quale strada imboccare.

La prima porta conduce ai fondi Safe, che rappresentano pur sempre prestiti europei accompagnati da procedure e vincoli comunitari. La seconda porta è quella del mercato, cioè delle tradizionali emissioni di Btp, sulle quali il Tesoro continua a godere di una credibilità decisamente migliore rispetto al passato. Lo stesso Giorgetti ha ricordato che oggi l’Italia non ha difficoltà a finanziarsi sui mercati. Un’affermazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata quasi una provocazione. Oggi, invece, è diventata una constatazione sostenuta dai numeri.

Da non perdere

Euro digitale: 5 motivi per cui parte male
I nostri soldi

Euro digitale: 5 motivi per cui parte male

Sperimentazione al via nel 2027, selezionati gli istituti «pilota». Però gli analisti già denunciano le criticità su prelievi e transazioni: necessari nuovi software per carte, sportelli e Pos con costi fino a 30 miliardi. E il portafoglio potrà contenere appena 3.000 euro.