Ci si può dimettere dopo una molestia e prendere la Naspi. Ma chi controlla?
L'esterno della sede INPS di P.za Colonna a Roma (Ansa)

Dal Codice rosso al conto in rosso il passo è breve quanto doloroso. Così l’Inps, che a volte richiede ai pensionati usciti dal lavoro con la osteggiatissima quota 100 cifre iperboliche se per caso si danno da fare un solo giorno (famoso il caso di chi ha fatto la comparsa in un film e ha incassato 78 euro lordi, ma l’istituto gliene ha chiesti indietro 24.000 euro) o che vuole indietro somme che ha sbagliato a erogare, si è fatta paladina di un’ottima causa che è quella di assicurare una via d’uscita a chi, essendo molestato sul lavoro o per causa di lavoro, non riesce a proseguire nell’incarico.

L’Inps vuole evitare che lo spettro del bisogno obblighi chiunque, e segnatamente le donne, a subire molestie o, peggio ancora, violenze e apre il paracadute della Naspi. Insomma, la Naspi per evitare che s’annaspi. L’intento è lodevole, ma l’applicazione pone interrogativi. Si spera, comunque, che l’Inps non s’affidi a un video con le lacrime di Elsa Fornero che 15 anni fa lasciò in mezzo alla strada 390.000 italiani, i famosi esodati, molestati perché «ce lo chiede l’Europa» e pianse sulla pensione non versata. Quelli si che annaspavano. Non è dato sapere che cosa pensi l’illustre tagliatrice di assegni di questa misura che di certo finirà per gravare non poco sulle casse della previdenza. Che in questo caso – giustamente – si fa provvidenza.

La circolare 2.540 di due giorni fa informa che viene riconosciuta la fu indennità di disoccupazione nei casi di «dimissioni per giusta causa» che vengono riconosciuti come ipotesi di cessazione involontaria del rapporto di lavoro. Fuori dal linguaggio giuslavoristico, significa una cosa ben chiara: se si sono subite violenze, ma anche solo molestie sul luogo di lavoro o nel tragitto casa-lavoro, ci si può licenziare e accedere al trattamento di disoccupazione. Come si sa la Naspi garantisce – a condizione di avere versato contributi per 13 settimane nei quattro anni prima del licenziamento – due anni di stipendio. Con la nuova interpretazione che l’Inps dà delle norme e in pieno accordo con il ministero del Lavoro, «le violenze e le condotte persecutorie, anche se provenienti da soggetti estranei all’ambiente professionale, possono determinare un’oggettiva impossibilità di proseguire l’attività lavorativa. Per ogni lavoratrice o lavoratore che subisce tali episodi, la scelta di interrompere il rapporto di lavoro non costituisce una libera decisione, bensì un atto di autodifesa. La legge e l’Inps riconoscono questa condizione come disoccupazione involontaria, equiparandola a tutti gli effetti alle dimissioni per giusta causa per fatto del terzo, garantendo così il diritto al sostegno economico senza penalità».

In questa prima parte si legge la dizione «lavoratrici e lavoratori», poi però l’Inps dà adito a un dubbio e cioè che ci si riferisca solo alle donne perché scrive: «Considerata la centralità del contrasto alla violenza sulle donne, l’Inps ha interpellato il ministero del Lavoro e delle politiche sociali che, richiamando la raccomandazione del Consiglio d’Europa per la protezione delle vittime, ha confermato che le dimissioni per violenza di genere rientrano a pieno titolo nelle tutele della disoccupazione incolpevole. Tale riconoscimento si applica in presenza di un effettivo collegamento tra i comportamenti vessatori subiti e il contesto lavorativo, garantendo una protezione concreta alla salute, alla dignità e alla tutela di lavoratrici e lavoratori». Insomma, bisogna evitare che sia una Naspi di genere, il che sarebbe semplicemente incostituzionale.

Non si può non riconoscere che questa scelta abbia un alto valore, ma ad alcune condizioni. La prima è che i fatti siano effettivamente accertati e che non ci sia una sorta di autocertificazione delle molestie; la seconda è che venga salvaguardata anche la dignità del datore di lavoro il quale potrebbe, incolpevole, ricevere un danno reputazionale se non fosse ben specificato l’accaduto; la terza è che la Naspi sia rivendicabile anche dai maschi; infine, quarta condizione, ci deve essere una sorta di obbligo, cessato «il pericolo» o rimosse le cause del disagio, di reintegro sul lavoro sia da parte dell’azienda, ma anche da parte di chi ha usufruito della Naspi. L’impatto del provvedimento – se non fosse ben regolamentato – sui conti dell’Inps potrebbe diventare significativo se si accedesse a una sorta di Naspi à la carte. Pericolo che avverte anche l’Inps quando raccomanda alle sue sedi periferiche già tutte allertate col «codice rosso»: «Occorre verificare che le azioni subite abbiano compromesso l’equilibrio psicofisico o la sicurezza quotidiana e, nell’ipotesi di molestie o minacce lungo il tragitto casa-lavoro, che rendano impossibile raggiungere il lavoro in sicurezza».

Magari ci si potrebbe occupare anche delle pensionate al minimo che vengono scippate o di chi una volta lasciato l’impiego agogna per sei mesi il primo assegno. Perché sarà angosciante subire minacce mentre sul bus si va in fabbrica, ma anche aspettare che il postino suoni due volte per avere la pensione non lascia tranquilli.

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