Dal primo luglio 2025 al 30 giugno 2026 è cambiato il mondo. Intanto sono entrati in vigore i dazi, con l’accordo siglato in Scozia da Donald Trump e Ursula von der Leyen. Certo, la sentenza della Corte Suprema Usa ha attenuato l’impatto sulle tariffe, mantenendo comunque un ostacolo all’export tricolore. Ma fra la metà dello scorso anno e la metà del 2026 non solo non si è concluso il conflitto fra Russia e Ucraina, ma si è aggiunto la guerra Usa-Iran con il dramma della chiusura di Hormuz e il rally di petrolio e gas.

Ecco, in questo contesto il Pil italiano dall’1 aprile al 30 giugno è salito dello 0,2% nei confronti del trimestre precedente e dell’1% rispetto a fine giugno 2025. Tanto? Ovviamente non c’è da stappare una bottiglia di Cartizze, però c’è da baciarsi i gomiti. Specie se guardiamo alle performance dei nostri principali competitor, ovvero Francia e Germania. Parigi e Berlino hanno visto una crescita congiunturale come la nostra, +0,2% appunto, tuttavia a livello tendenziale i transalpini si sono fermati a un +0,7% mentre i tedeschi hanno chiuso a +0,9%. Insomma, peggio di noi.

Meloni e Giorgetti esultano per i dati Istat

«Ancora una volta l’Italia fa meglio delle previsioni. Gli analisti stimavano una crescita tendenziale del Pil dello 0,7%. I dati diffusi oggi dall’Istat certificano invece una crescita dell’1%, con una crescita acquisita per il 2026 pari allo 0,8%», commenta Giorgia Meloni in un post sui social. «E mentre a sinistra» , prosegue il premier, «c’era chi tifava per il rallentamento dell’Italia, i fatti raccontano un’altra storia». Anche Giancarlo Giorgetti sottolinea i dati migliori delle stime. «Nonostante il contesto internazionale negativo l’economia cresce oltre le aspettative e le stesse prudenti previsioni dei documenti di finanza pubblica», evidenzia il ministro dell’Economia.

Con il diesel praticamente a 2 euro al litro da mesi, spiega l’Istat, «la variazione congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nel comparto dei servizi e di una diminuzione in quello dell’agricoltura e dell’industria». Già, l’industria e l’agricoltura in sofferenza. Inevitabile, viene da dire, considerando guerre, costi energetici alti ma soprattutto Green deal targato Ue che sta mettendo fuori gioco la competitività delle nostre aziende (basta pensare, ad esempio, ai licenziamenti nel settore auto tedesco).

Non è un caso se le principali economie manifatturiere e agricole del Vecchio continente siano in fondo classifica. La stima preliminare di Eurostat indica un aumento del Pil dello 0,4% su base trimestrale e un +1% annuale per l’eurozona, mentre l’intera Ue segna rispettivamente un +0,5% e un 1,2%. Dati anche in questo caso sopra le stime ma inferiori comunque al +1,5%, peggio delle stime, degli Usa. Il problema dell’Europa è che, a parte il forte recupero di Portogallo e Spagna, la crescita è disomogenea. Bene Irlanda, Lituania e Svezia. Tutti Paesi che abbelliscono le percentuali ma non aumentano il peso dell’economia dell’Unione a livello globale. Chissà se a Bruxelles prima o poi lo capiranno…

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