Sul pieno di benzina, Giorgia Meloni si gioca molto. Ieri, il gasolio è arrivato a 2,20 euro in autostrada, mentre la verde è salita a quota 2,085. «Se il governo non interviene con nuove misure», ha avvisato Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, sentito da La Presse, i prezzi del diesel «aumenteranno in un solo giorno fino a toccare 2,40 euro al litro, se non di più, da martedì 25 agosto».

Assoutenti invoca un taglio delle accise «esteso almeno fino al 6 settembre, quando termineranno i rientri estivi». Di parere opposto è Daniel Gros, economista tedesco della Bocconi: «Non vedo l’urgenza per il governo di agire», ha detto ad Adnkronos. «Chi ha la macchina più grande beneficia di più, alla fine è una misura regressiva». Solo che chi ha la macchina più grande ha anche più soldi per fronteggiare l’inflazione. Gli altri, ai quali l’auto, che magari è più vecchia e consuma di più, serve per lavorare, sono alla canna del gas – l’altro spettro che incombe sull’inverno degli italiani.

Ieri, intervistato dal Sussidiario in occasione del Meeting di Rimini, il presidente della commissione Finanze alla Camera, nonché responsabile economico di Fdi, Marco Osnato, ha ricordato che fino a domani sarà in vigore lo sconto di 17 centesimi sul gasolio. È esattamente il motivo per cui ha ragione Federpetroli a lanciare l’allarme per martedì. «Per il periodo successivo», ha annunciato allora Osnato, «il governo attiverà l’accisa mobile: l’extra gettito Iva accertato derivante dall’aumento del prezzo del greggio sarà utilizzato per finanziare la riduzione delle accise».

Il problema è che si tratta di un tesoretto risicato: non più di 150-200 milioni. E per come funziona quel meccanismo – con il ribasso che si incunea nel differenziale tra il prezzo «virtuale» del greggio, cioè quello preventivato dal Documento di finanza pubblica di primavera, e il prezzo effettivo del Brent, alto ma al di sotto dei 100 dollari al barile – lo sgravio rischierà di essere pressoché insignificante: forse, 3-4 centesimi al litro.

Che fare? La svolta starebbe nel liberarsi dell’unica vera zavorra che ci impedisce di aiutare le famiglie: l’Europa. L’Ue non vuole che la flessibilità di bilancio sia usata per calmierare il costo dei carburanti e dei combustibili fossili. Il maoismo verde di Bruxelles ha colto, nella crisi di Hormuz e nell’accanimento dell’Ucraina sulle raffinerie russe, l’occasione imperdibile per spingere i cittadini a scegliere l’elettrico.

Le grandi riforme, a queste latitudini, non avanzano con la democrazia ma con il ricatto. Dopodiché, «chi ha la macchina più grande», per citare Gros, potrà permettersi i modelli fabbricati dai produttori del Vecchio continente. Gli altri, se obbligati a convertirsi alle batterie, finiranno per arricchire i cinesi.

Mentre la gente si svena ai distributori, Volodymyr Zelensky si vanta della sua campagna di raid con i droni, che ha costretto il nemico Vladimir Putin a una decisione storica: importare greggio. Il 70% delle stazioni di servizio russe è a secco per via dei bombardamenti sugli impianti petroliferi. Gli ultimi, quelli rivendicati ieri dal presidente ucraino: su Novokuybyshevsk, una delle raffinerie più grandi del Paese, a circa 1.000 chilometri dal fronte, nella regione di Samara, e su Krasnodar. Le incursioni, ha gongolato Zelensky, stanno privando «la macchina da guerra russa di milioni di dollari di entrare derivanti dalle esportazioni».

Già. Ma stanno anche aggravando un quadro già scosso dalle tensioni in Medio Oriente, dove il fattore di instabilità è l’oltranzismo di Benjamin Netanyahu, l’uomo che ha tirato Donald Turmp dentro il pantano iraniano. Il sistema sta pian piano cercando un riassetto per superare i blocchi incrociati a Hormuz. Dove, peraltro, gli ayatollah hanno perso parte della loro capacità interdittiva: giorni fa, la società Kepler, che monitora il traffico marittimo, ha certificato che l’80% dei passaggi attraverso lo Stretto sfugge al controllo dei pasdaran. E non è un caso che il numero due della Casa Bianca, JD Vance, avesse ottenuto da Kiev lo stop agli attacchi contro i tanker a Novorossiysk, nel Mar Nero.

Come europei, su ciò che accade tra Washington e Teheran abbiamo poca voce in capitolo. Ma dato che la quota maggiore del sostegno finanziario alla resistenza ucraina, ormai, lo forniscono l’Ue e i suoi Stati membri e non l’America, qualche leva negoziale con l’ex comico ce l’avremmo. Dichiararlo apertamente ripugnerà al nostro senso moralistico della politica internazionale.

Va però riconosciuto che, per noi, ora è più importante salvaguardare le nostre economie e i nostri consumatori da questo stillicidio, che offrire alla leadership di Kiev, peraltro assediata dagli scandali di corruzione, la chance di alimentare l’illusione che sia possibile riconquistare il Donbass. Paghiamo i cessi d’oro degli amici di Zelensky e, intanto, pretendiamo che il signor Rossi si indebiti per mettere in moto la macchina?

Purtroppo, le nostre élite ragionano al contrario: anziché dare un ultimatum al presidente ucraino – o allenti la pressione sul petrolio, o noi ti ritiriamo gli aiuti – Emmanuel Macron gli ha promesso altri intercettori e la Germania 50 milioni di sovvenzioni. La prossima volta che mettete benzina, pensateci: questo è il pieno che vi manda Zelensky.

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