Matteo Salvo è un uomo da record. Ingegnere di formazione, è uno dei maggiori esperti internazionali di tecniche di memoria. È il primo e unico senior trainer certificato in Europa per l’insegnamento delle Mappe Mentali, ha fondato a Torino Mind Performance, scuola di formazione dedicata proprio all’allenamento della memoria (informazioni su www.matteosalvo.com). Oltre a tutto ciò ha conquistato vari primati mondiali utilizzando le sue capacità mnemoniche per ottenere risultati incredibili.
Come si fa a diventare campione mondiale di memoria?
«È una questione di metodo e allenamento, sono solo delle tecniche. Quello che ho vinto è stato il titolo di International Master of Memory: si vince se uno è in grado di memorizzare un numero lungo mille cifre senza commettere errori, almeno 10 mazzi di carte, anche questi senza errori, e il singolo mazzo di carte sotto i due minuti di tempo».
Che significa esattamente memorizzare un mazzo di carte?
«Si scorrono le carte, poi si prende un mazzo nuovo e bisogna metterlo nello stesso ordine di quello che si è ricevuto in precedenza. I due mazzi alla fine devono corrispondere».
Lei quanti mazzi è riuscito a memorizzare?
«Sono riuscito a memorizzarne 12 in 60 minuti. Poi sono riuscito, cosa che mi è valsa un Guinness World Record, a memorizzare il singolo mazzo di carte in apnea, quindi senza respirare. In quel caso concentrarsi è più difficile perché l’istinto ti porta ad uscire dall’acqua e tu invece devi rimanere concentrato e focalizzato».
Partiamo dalle basi: la memoria si allena?
«Sì, assolutamente. Quelle che ho raccontato sono cose diciamo da spettacolo, da funambolo della mente. Ma è nella quotidianità che la memoria ci serve: quando uno deve prepararsi per un concorso, un aggiornamento, un esame universitario. Oppure serve semplicemente quando si vogliono studiare nuove cose, come una lingua straniera ad esempio, oppure si vuole concludere un percorso di laurea rimasto incompiuto».
Più ci si allena più la memoria risponde.
«Sì. Il cervello è neuroplastico e quindi ogni volta che io lo uso vado a creare nuove sinapsi, è esattamente come un muscolo. Se io voglio allenare il bicipite so che devo fare un determinato movimento. Ogni volta che apprendo cose nuove la mia capacità di apprendere si espande, ed è davvero meraviglioso. Però, esattamente come avviene per il muscolo che deve essere sfibrato per poi espandersi, il nostro cervello deve essere sottoposto a carichi cognitivi incrementali, perché se non riceve stimoli penserà sempre le stesse cose e perderà elasticità, capacità di ragionamento e così via».
Come potremmo definire la memoria se volessimo spiegare esattamente che cosa sia?
«Quello che siamo è frutto della nostra memoria. Abbiamo tanti tipi di memoria. La memoria biografica, episodica, semantica… La memoria prospettica, la capacità di ricordare qualcosa che pianifico adesso e dovrò fare nel futuro. Per esempio: mi devo ricordare alle 15 di fare quella telefonata. Conoscendo come funziona la memoria, uno può archiviare le informazioni in modo organizzato. Per esempio, se studio ma non sono in grado di richiamare le informazioni è come se utilizzassi un dizionario che non è in ordine alfabetico: non mi verrà voglia di usarlo».
Si dice che la memoria sia plastica, e pure che tendiamo a manipolare i ricordi che abbiamo. E così?
«È così. Ogni volta che rievoco un ricordo vado a sovrascrivere delle informazioni. Questo è il motivo per cui due persone che vivono la stessa esperienza spesso la ricordano in modo diverso. E entrambi hanno ragione, per il loro cervello».
Qual è il tipo di memoria che si può allenare con il suo metodo?
«La memoria che si chiama dichiarativa, la memoria delle informazioni. Quando voglio apprendere delle nuove informazioni ci sono diverse fasi. La prima è la fase di codifica delle informazioni: non c’è apprendimento se non si comprende, quindi la comprensione è fondamentale. Poi si devono trattenere le informazioni in memoria e, cosa più importante, si deve poterle richiamare nel momento in cui servono. Se manca una di queste tre fasi non è apprendimento vero perché io posso non capire, trattenere le informazioni e richiamarle ma non sono in grado di trasferirle, non è un apprendimento organico. La memorizzazione spesso richiede grande sforzo perché nessuno ci insegna come comportarci. Di solito leggiamo, ripetiamo, sottolineiamo fino a che l’informazione non è entrata in testa».
Quindi non parliamo di allenarsi per, ad esempio, non dimenticare le chiavi di casa.
«Per cose come queste spesso incolpiamo la memoria ma in realtà è mancanza di attenzione. Non ricordo se ho chiuso la macchina, se ho chiuso il garage… Se mentre sto uscendo di casa sono al telefono e sono concentrato sulla telefonata posso non prestare attenzione. Quindi in seguito non sarò in grado di richiamare quell’informazione. Ma perché? Perché non c’era attenzione. Oggi l’attenzione è la cosa che più manca ed è il primo prerequisito per poter memorizzare. Faccio un esempio».
Prego.
«Tanti dicono: non ricordo i nomi, sono un caso clinico, non li ricordo un secondo dopo che me li hanno detti… Ma è mancanza di attenzione».
A proposito di attenzione. Nella civiltà digitale siamo costantemente distratti, soprattutto dai dispositivi elettronici, che sono anche in qualche modo sostituti della nostra memoria. Ci stiamo infliggendo dei danni?
«Se utilizziamo la tecnologia male, allora sì. Io la vedo come una grande opportunità, ma è necessaria disciplina. E se manca la disciplina occorre creare un contesto che possa essere funzionale. Faccio alcuni esempi: quando lavoro su alcuni progetti, il mio telefono sta dentro una sorta di cassaforte che non posso proprio aprire. Si apre con un timer che viene impostato prima. Occhio non vede… Quando si riceve una notifica si sottrae attenzione e il tempo di rifocalizzazione per il nostro cervello è superiore ai 20 minuti. Quindi non c’è solo il tempo fisico di interferenza ma anche un altro costo ancora più alto. Prendiamo invece l’intelligenza artificiale. Se le dico “ fammi il compito” sto andando a rendere sempre più debole la mia capacità di apprendimento e memorizzazione. Se invece chiedo come poter apprendere meglio alcune informazioni o come posso portare il mio livello di preparazione ad un livello superiore allora l’intelligenza artificiale può aumentare la mia capacità».
Un tempo si studiavano a memoria verbi, poesie, formule matematiche… Oggi molto meno. È una perdita?
«È una perdita se uno non fa altro. Però quel metodo è vero che allenava la memoria ma non era in realtà funzionale per allenarla bene. Richiedeva uno sforzo enorme perché era basato sulla ripetizione. È un po’ come dire: voglio dipingere una stanza con un pennarellino. Alla fine diventa colorata ma c’è uno sforzo enorme di tempo e di impegno e non mi verrà mai da fare il decoratore. Perché associo un’emozione negativa all’apprendimento. Se vado a correre con le pinne, sto facendo sicuramente qualcosa di più di chi sta seduto sul divano. Ma non uso lo strumento ideale per correre. Quindi tra non studiare, non imparare nulla e mettere tutto sul telefono e ripetere a memoria allora preferisco ripetere a memoria».
E qual è allora il metodo funzionale? Lei è famoso per usare le «mappe mentali». Che cosa sono?
«Una mappa mentale è una rappresentazione grafica del nostro pensiero. Il linguaggio dei caratteri è molto più recente per il nostro cervello mentre il linguaggio più antico è quello delle immagini, dei colori, delle combinazioni e delle associazioni di idee. La mappa mentale parla quella lingua. Su una mappa mentale ci saranno delle immagini, solo parole chiave e non frasi. Hanno una struttura che riprende la struttura di un neurone. L’argomento principale va a sostituire il corpo cellulare del neurone e da lì partono dei rami con concetti principali e concetti secondari. Per costruire la mappa vado a creare prima la gerarchia dei rami principali, i concetti chiave, e da lì partono i rami secondari. La mappa si legge in senso orario. Andrò poi a utilizzare anche colori e immagini. In questo modo andiamo a stimolare creatività e memoria a lungo termine. Se io dovessi rappresentare il concetto di fiume, magari lo potrei fare di colore azzurro, se però questi fiumi fossero della Francia e tra questi ci fosse il Verdun allora andrei a prendere il colore verde… Questo gesto attento e consapevole fa sì che si sia parte attiva del processo di apprendimento. Spesso cerchiamo di imparare a forza di ripetere ma siamo spettatori, non protagonisti. Il messaggio che a me piace sempre trasferire è quello di smettere di studiare per imparare e iniziare a studiare per spiegare. In questo modo elaboriamo informazioni e il cervello si pone su un piano diverso».
Questo può servire per memorizza un concetto. Ma se invece dobbiamo imparare, per dire, una poesia?
«Vengono utilizzate altre tecniche, in questo caso la tecnica dei percorsi ciceroniani. Prendo un percorso familiare che conosco molto bene e trasformo in immagini le informazioni. Chi impara la Divina Commedia a memoria lo fa in questo modo: ogni verso lo trasformo in immagine e lo vado a collocare in un punto del mio percorso, che poi va vissuto mentalmente nella sequenza naturale. Scorrendo avrò delle immagini che rievocano quello che voglio ricordare».
Sembrano i meccanismi che utilizzavano Giordano Bruno o Raimondo Lullo nelle loro arti della memoria.
«È così, tutto nasce da lì. Le tecniche di memoria non sono abilità genetiche ma sono frutto di metodi, loro ci erano arrivati empiricamente: Cicerone, Giordano Bruno e tanti altri. Oggi ci sono degli studi che fanno capire esattamente in base a come pensiamo qual è l’area del cervello che stiamo utilizzando e se sono aree funzionali all’archiviazione delle informazioni. Loro erano arrivati empiricamente a tutto questo. Dicevano: se penso questo riesco a ricordare».
Il che è piuttosto incredibile se pensiamo che stiamo parlando del caso di parecchie centinaia di anni fa. Oggi funzionano in modo simile i meme, che sono una sorta di commistione di immagini, suoni, colori, parole… Forse per quello rimangono impresti nella mente?
«Certo, perché vanno a stimolare creatività, emotività, memoria visiva e quindi c’è tutto per rendere un ricordo molto forte».
Quanto tempo serve per imparare questi metodi? Uno studente, per esempio, perché dovrebbe impiegare del tempo a imparare questo metodo? Non è più difficile studiare questo che il resto?
«Si impara un’abilità che richiede relativamente poco tempo, una settimana, un weekend per imparare come funziona il metodo. Ma poi si deve essere allenati. Perché uno studente dovrebbe imparare il metodo? Perché non si finisce mai di imparare e oggi più che mai l’abilità di apprendere è fondamentale. Siamo in un’epoca in cui il cambiamento è molto più veloce rispetto a prima. In ogni caso per imparare il metodo si impiega poco, quello che serve invece è tanta volontà di imparare. E dopo uno risparmierà tantissimo tempo».
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