Con le sue «occhiaie di riguardo», Toni Capuozzo, volto storico di Mediaset, incarna un tipo di giornalismo schietto, senza enfasi e piedistalli. Un giornalismo che sa di vecchi mestieri e trasmette passione per l’uomo. Da domenica 30 agosto su Rete 4, l’ex conduttore di Terra! ci racconterà quattro Giganti – I protagonisti della storia: Giovanni Paolo II, la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, John Fitzgerald Kennedy e Leonardo da Vinci.
Come li hai scelti?
«Non li ho scelti da solo. C’era un ventaglio di nomi, ma non è stato un gioco della torre al contrario. Spero chi è rimasto escluso rientri in una seconda tornata».
L’Europa e l’Occidente hanno bisogno di ritrovare le fondamenta anche grazie a figure come queste?
«Certo. Non è un caso che in Francia abbia spopolato il film su Charles De Gaulle. C’è bisogno di personalità nelle quali riconoscersi, soprattutto a fronte di troppi leader sbiaditi. L’idea stessa di Europa è un po’ impallidita, come dimostra la vicenda dei migranti, i cosiddetti dublinanti, restituiti ai Paesi di primo asilo».
Che cosa non ti convince?
«Molti di loro sono stati raccolti da navi di Ong con bandiere tedesche, spagnole o di altri Stati. Quindi, il primo asilo è avvenuto nei Paesi rappresentati da quelle bandiere. Il pasticcio di questi giorni, con il loro ritorno in territorio italiano, testimonia la confusione in cui si dibatte l’Europa. Guardare ad alcune figure del passato, siano gli uomini del Manifesto di Ventotene, piuttosto che Winston Churchill, Konrad Adenauer o Alcide De Gasperi, può aiutare a capire se è lo sbiadirsi dell’Europa a produrre una classe politica scarsa o se è il contrario».
Cosa ne pensi?
«Che valgano entrambe le ipotesi. Si parla molto della necessità di una visione, ma poi, a proposito di De Gasperi, non c’è un leader che sappia guardare alle prossime generazioni anziché alle prossime elezioni. Lo testimonia il silenzio riguardo a temi come la demografia e i cambiamenti climatici. Prevale un pensiero pigro che si esaurisce nell’amministrazione quotidiana».
La richiesta di Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia e Paesi bassi di rimpatrio dei migranti transitati dal nostro Paese è una risposta alla sospensione dell’Italia degli accordi di Schengen con la Spagna?
«No, queste sono le baruffe politiche. I rimpatri testimoniano l’egoismo dei singoli Stati. Se ad analizzarli fosse uno studioso asiatico o sudamericano li prenderebbe per ciò che sono: una manifestazione di sovranismo spinto».
In che senso?
«La Germania che restituisce i migranti all’Italia mostra di ignorare che l’Europa finisce a Lampedusa. Ognuno si muove per conto proprio, dimostrando grande egoismo. È anche una presa in giro perché se il migrante è stato accolto da una Ong tedesca, il primo asilo è avvenuto su territorio tedesco».
La sospensione di Schengen con la Spagna è giusta?
«Anche questo fa parte delle baruffe politiche. Per muoversi da Ceuta serve almeno prendere un traghetto, bisogna conoscere la geografia. Il blocco di Schengen è nato in seguito a Ceuta e non alle 50.000 regolarizzazioni regalate da Sánchez».
A cosa si deve quell’invasione improvvisa?
«Innanzitutto, al potere dei social. I Marocchini non fuggono dalla fame e dalla guerra, non vanno nei borghi disabitati di montagna, ma puntano al lusso e al divertimento delle città di cui, al massimo, godranno le briciole. Alla base c’è l’antica querelle tra Marocco e Spagna a proposito del Sahara che la recente visita di Sánchez in Algeria ha rinfocolato. Perciò il Marocco ha chiuso entrambi gli occhi su questo esodo. Infine, non dimentichiamo il ruolo dei Fratelli musulmani che hanno offerto aiuto a chi ce l’avrebbe fatta. Il loro disegno resta la riconquista dell’Europa con l’arma demografica».
Escludi l’influenza dei servizi segreti americani?
«Sì, è una dietrologia eccessiva».
Le autorità dell’Unione europea hanno realizzato la centralità del tema dell’immigrazione, in molti Paesi causa della crescita dei partiti di destra?
«Non sono sicuro che l’abbiano realizzato. Accoglienza è la parola magica che attraverso la Chiesa e la sinistra politica seduce le persone buone e non solo loro. Questa parola va messa in discussione non certo per costruire muri, ma per governare il fenomeno».
O si sceglie la via del sentimento o quella della politica?
«Quella della politica e di regole che rispondano alle necessità e al buon senso. In questi giorni sul Messaggero veneto un’inserzione pubblicitaria annuncia: “Cercasi vendemmiatori”. Un tempo la vendemmia era un impegno stagionale di noi giovani. Solo in Friuli ho contato tre o quattro centri per minori che se ne stanno lì senza fare niente. Evitando, ovviamente, lo sfruttamento dei minori, perché non si fanno centri di formazione professionale per camerieri, muratori e per quei mestieri per i quali manca la manodopera? Il principio di accoglienza samaritana che offre tutto, vitto e alloggio con il vuoto attorno, non ha più alcun senso».
Per quanto ancora i leader dell’Ue potranno rinviare la necessità di una linea comune sulla sicurezza e sulla convivenza con le comunità islamiche?
«I leader europei sono prigionieri di un’agenda vecchia. Ci hanno fatto credere che il futuro dell’Europa dipendeva dalla questione ucraina, spingendoci al riarmo per ricacciare la Russia nei vecchi confini e rinunciando alla diplomazia. L’Ue dovrebbe ridiscutere questa agenda e riconsiderare la politica dell’accoglienza. Come si dice accoglienza in tedesco?».
Chi ha predicato per decenni questo verbo saprà correggersi?
«Nel Dna della sinistra c’è una difficoltà strutturale ad ammettere gli errori. Dopo un certo numero di anni sarebbe giusto chiedersi se la politica dell’accoglienza ha funzionato o no. Sarebbe auspicabile farlo assieme. Come, per esempio, in Italia, dovremmo riconsiderare l’errore commesso con il referendum sul nucleare. Io stesso votai no per la suggestione del Sole che ride. Ora ci accorgiamo dell’errore».
Che bilancio fai dei primi due anni di presidenza Trump?
«Ha avuto il merito di cancellare l’ipocrisia dai rapporti internazionali facendo capire, da una parte, che la forza conta e, dall’altro, che da sola non basta. Se noi europei volessimo imparare, capiremmo che non sono le favole del diritto internazionale a governare il mondo. E nemmeno, come insegna la crisi di Hormuz, che il riarmo basti da solo, come c’illudiamo sull’Ucraina».
Credi alla presa di distanza dei dem americani dalla cultura woke?
«Credo che quello coltivato nei college sia in gran parte un pensiero parolaio. Oggi certe prese di distanza derivano da calcoli elettorali. Anche in Italia si pensa che basti cambiare le parole per modificare la realtà. In pubblico, quando mi rivolgo a un’autorità cittadina chiedo se devo chiamarla “sindaco” o “sindaca”. Sono minuetti settecenteschi».
Come giudichi i ripensamenti degli interventi e della lettera di Giuseppe Conte a Repubblica?
«È la conferma che si tratta di una conversione elettorale. La prova della verità ce l’abbiamo davanti agli errori, che vanno evitati e puniti, delle forze dell’ordine. Il fatto che i colpevoli siano sempre coloro che indossano una divisa misura la scarsa autenticità di questi ripensamenti».
A questi primi ritratti ne seguiranno altri?
«Spero di sì».
La domenica sera ci sono anche le partite della Serie A, avete definito uno share minimo?
«Credo che gli ascolti non siano vita o morte per un programma all’esordio».
Nella storia italiana c’è qualche altro gigante da ritrarre?
«Mi piacerebbe fare Garibaldi o Anita. O anche De Gasperi, poco televisivo ma in grado di identificare l’Italia che deve rinascere dopo la guerra. Poi ci potrebbero essere dei giganti non della bontà, da Saddam Hussein a Tito. Oppure altri che possono insegnare qualcosa, come Gandhi o Madre Teresa di Calcutta. E figure popolari come Padre Pio: raccontarne il lato umano è una bella sfida per un giornalista».
Come hai lavorato?
«Con l’aiuto di storici abituati al linguaggio televisivo. E poi facendo l’inviato, andando nei luoghi simbolo delle loro vite e delle loro morti».
Il presidente della Cei, Matteo Zuppi, che ha definito «gigante» Francesco Guccini, potrebbe averti dato un suggerimento?
«Guccini l’ho amato in quanto suo contemporaneo, ma mi sembra più un grande interprete degli stati d’animo più che un grande della musica. Certamente, ha accompagnato una generazione».
Soprattutto all’interno di un decennio?
«Quello del lungo Sessantotto italiano. Noi abbiamo il Secolo breve e il Sessantotto lungo».
Che effetto ti fa l’ossequio di alcuni vescovi per non credenti o figure che appartengono ad altre ideologie?
«È la Chiesa moderna, convinta che i santi siano modelli d’altri tempi, ridotti a patroni della festa di paese. Il loro percorso di vita non conta più molto e si prendono a prestito modelli laici».
Al posto di Sigfrido Ranucci ti saresti fatto da parte per proteggere l’autorevolezza del marchio e la squadra di Report?
«Se davvero volessi bene alla mia redazione sicuramente sì. Ma temo che il suo ego non glielo consenta. È una storia che non mi affascina. Preferisco ricordare, per assonanza del cognome e differenza nel profilo, Amedeo Ricucci, un altro giornalista, inviato del Tg1, Mixer e La storia siamo noi, scomparso, senza clamore, pochi anni fa mentre lavorava a un servizio sulla ’ndrangheta».
Che opinione hai del giornalismo dell’ultimo Report?
«È un giornalismo a tesi, un giornalismo che si erge a giudice e anche a Pm, senza separazione delle carriere».
Ti aspettavi che insieme alla stella di Ranucci si appannassero anche quelle di Marco Travaglio e Paolo Mieli?
«No, mi sembra che il giornalismo italiano sia un piccolo paese che si parla abbastanza addosso».
Soprattutto a Roma?
«A Roma ci sono i palazzi della politica. Il verbo “attovagliato” dice il fascino e la dannazione di Roma, ben raccontati da Dagospia».
Alla fine, chi credi sarà il leader del campo largo?
«Non ho un’idea e mi interessa relativamente».
La comparsa del generale Vannacci ti sembra un elemento di stimolo o di disturbo per il centrodestra?
«Dipenderà dall’abilità della leadership del centrodestra. Credo che una delle doti di un leader sia quella di essere un federatore di stili e istanze. Con Vannacci il problema può essere che coinvolgerlo in un cartello può essere, per chi lo fa, il bacio della morte. Ma anche in questo caso, mi interessa relativamente poco».
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