Dalla Dolce vita alla Roma cafona. Addio all’imperatore dei paparazzi
Umberto Pizzi (Ansa)

Ci sono uomini che fotografano la storia e uomini che diventano parte della storia. Umberto Pizzi apparteneva alla seconda categoria. Se n’è andato a 89 anni in compagnia della sua macchina fotografica. Se ne va un pezzo monumentale della memoria collettiva.

Pizzi è stato il testimone indiscusso di oltre 60 anni di cronaca. L’ultimo vero imperatore dei paparazzi, anche se quella definizione nata con Federico Fellini gli andava ormai stretta. Nato a Zagarolo nel 1937, aveva iniziato immortalando i volti scavati nel suo paese. Poi la povertà in Medio Oriente, prima di gettarsi nell’arena della mondanità romana con lo scooter e la reflex al collo. Il suo obiettivo non ha semplicemente rubato istanti, ma ha attraversato le stagioni d’Italia con la leggerezza spettinata e la spietatezza del cronista.

Il rapporto con le star di Hollywood: la «Faccia di gomma» di Liz Taylor

Nelle sue pellicole è rimasto impresso il volto magnetico e inarrivabile di Liz Taylor, avvolta nel glamour hollywoodiano. Proprio l’attrice americana era legata a Pizzi da un rapporto unico e ironico: divertita dalla sua insistenza e dalla mobilità del viso mentre cercava l’inquadratura perfetta, lo aveva ribattezzato affettuosamente «Rubber Face», faccia di gomma.

Dietro l’angolo però c’erano i rischi del mestiere, come ricordato dal collega di mille battaglie Rino Barillari: per inseguire la diva e Richard Burton i due rischiarono di farsi molto male. In un’altra occasione Aristotele Onassis li inondò di champagne per farli allontanare.

La cronaca drammatica e i giorni di via Fani

Ma la macchina fotografica di Pizzi non si fermava alle luci dello spettacolo. È stato anche il testimone oculare dei drammi più profondi del Paese. Fu tra i primi ad arrivare in via Fani il 16 marzo 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro e la strage della scorta.

Fissò sulla pellicola il dolore e lo smarrimento di una nazione intera. Il suo è stato un viaggio lungo, instancabile e affascinante, capace di raccontare meglio di molti saggi sociologici la parabola di un Paese intero.

Dai salotti sfarzosi ai Cafonal di Dagospia

Dalla Dolce vita alla Roma cafona. Ha saputo documentare l’eleganza sofisticata degli anni d’oro per poi scivolare, con ironia e disincanto, dentro i salotti della sguaiata mondanità contemporanea.

È stato il cantore visivo dei vizi della Capitale, di quelle terrazze romane dove il potere politico si mescolava allo sfarzo e agli affari, un mondo che negli ultimi anni aveva trovato la sua perfetta e spietata vetrina sui Cafonal di Dagospia.

I rimproveri dei divi e il rispetto della politica

Nel corso della sua carriera ha affrontato di tutto: dai rimproveri di Marcello Mastroianni, che lo consigliava: «Ma trovati un lavoro da metalmeccanico», fino alle notti passate in una cella nei Caraibi pur di riuscire a fotografare Sophia Loren. Ha preso pugni Gérard Depardieu e ha rischiato i ceffoni dai politici della seconda Repubblica.

Ricordava con nostalgia la compostezza della prima: «Giulio Andreotti si fermava a chiacchierare con me e Sandro Pertini era come un padre, mi abbracciava». Dietro ogni suo click, anche il più graffiante, non c’era mai il cinismo del guardone o lo scatto del veleno. C’era, al contrario, lo sguardo curioso e intimamente complice di un uomo che amava profondamente l’umanità, persino – e forse soprattutto – nelle sue debolezze e nelle sue vanità più ingenue.

Umberto Pizzi sapeva aspettare per ore, al freddo o sotto il sole della Capitale, non solo per lo scoop, ma per il gusto di catturare la verità dietro la maschera dei potenti.

L’eredità di Umberto Pizzi: due milioni di sguardi

Roma spegne un po’ delle sue luci e abbassa i riflettori, consapevole di aver perso il suo biografo più attento. Resta lo sterminato archivio dei suoi due milioni di sguardi, un patrimonio visivo immenso tutelato dallo Stato, che continuerà a raccontarci chi eravamo. Con profonda commozione e il massimo rispetto, rivolgiamo un ultimo, affettuoso saluto a un grande maestro della strada e della vita.

Da non perdere

Ashley Kahn: i 100 anni di John Coltrane e «A love supreme»
Interviste e personaggi

Ashley Kahn: i 100 anni di John Coltrane e «A love supreme»

Il critico musicale statunitense Ashley Kahn, firma di Downbeat che si è aggiudicata due Grammy Awards per i suoi lavori su Miles Davis e John Coltrane, descrive la traiettoria di questi giganti del jazz che avrebbero compiuto 100 anni nel 2026. Due puntate del podcast «Non sparate sul pianista» con un affondo sul capolavoro di Trane, «A love supreme».