Alice Weidel e altri esponenti dell’AfD dopo gli exit poll delle elezioni di Berlino
Alice Weidel e altri esponenti dell’AfD durante la serata elettorale a Berlino (Ansa). Nel riquadro Michele Silenzi

A colpire Michele Silenzi, scrittore ed editore di Liberilibri, dopo la vittoria di Alternative für Deutschland (Afd) in Sassonia-Anhalt, non era stata tanto la vittoria in sé (ha preso il 44,2% dei voti, provocando il crollo dei cristiano-democratici della Cdu al 18%, ndr) ma il fatto di non aver sentito nessuna autocritica da parte dell’Europa sui grandi temi che hanno portato a questo risultato in Germania.

Il risultato dell’Afd in Germania è il segnale di un’Europa che sta virando a destra?

«Al di là del fatto che l’Europa stia o meno virando a destra, il risultato di Afd deve richiamare l’Unione europea a un momento di lucidità, ossia a qualcosa di cui negli ultimi decenni è stata interamente priva. Il voto per Alternative für Deutschland non è paragonabile a un voto per quelli che furono i grillini, un dozzinale qualunquismo populista, perché è un partito ben più strutturato. Questo voto si pone in maniera drammatica e, certo, come uno choc davanti agli occhi di tutti gli europei e mi auguro anche dinanzi agli occhi della nostra Unione. Mostra un’insoddisfazione profonda verso il modo in cui l’Unione europea ha pensato sé stessa e le proprie politiche negli ultimi decenni. Un esempio valga per tutti gli altri: la catastrofe del Green deal, forse il parto politico più scellerato e ideologico della storia dell’Ue, ha generato desertificazione industriale, basti pensare ai 100.000 licenziamenti di Volkswagen, e ci ha consegnato mani e piedi nelle mani dei cinesi, qualcosa, quest’ultima, di cui non vediamo che la punta dell’iceberg. La cosa più scoraggiante è che dopo la vittoria di Afd non ho ascoltato un minimo di autocritica».

Il programma del partito tedesco di ultradestra sta facendo molto discutere: si parla, per esempio, di classi scolastiche separate per migranti e disabili. Non la preoccupa questa deriva decisamente poco inclusiva?

«Guardi, io sono quello che un tempo si sarebbe definito un liberale classico e un libertario. Per me qualsiasi privazione di libertà individuale e di negazione dei diritti della persona è puro orrore. La questione dell’inclusività lasciamola da parte, questo termine ha generato allucinazioni collettive negli ultimi decenni tali da stare alla base della crescita esponenziale di Alternative für Deutschland: c’è stato un insensato fanatismo dell’inclusività in società, come le nostre, che sono sempre state straordinariamente accoglienti. Il programma scolastico di Afd, accanto a proposte che non condivido in alcun modo, ha spunti interessanti, fortemente “autonomisti”, nel senso che spingono verso una fortissima valorizzazione dell’individuo. Si figuri che promuovono anche la possibilità dell’homeschooling, ossia di poter istruirsi autonomamente a casa, per poi sostenere gli esami condivisi di tutti gli altri alunni. Insomma, puoi decidere tu, o meglio la tua famiglia, come istruirti, poi gli esami, però, sono uguali per tutti. Una prospettiva lontana mille miglia da qualsiasi idea di totalitarismo. Accanto a questo c’è la spinta al ritorno a una scuola che sia davvero educativa, ossia che non sia il luogo in cui ogni forma di giudizio e di autorità vengono annacquate e, infine, annullate. Ma che viene vista come il primo luogo di formazione, di incontro con il mondo, che non è un Eden in cui possiamo fare tutto ciò che vogliamo senza essere giudicati».

«Il nazismo è stato il massimo orrore della storia»

Su stessa ammissione del suo ideologo Hans-Thomas Tillschneider per Afd si parla di normalizzazione dell’epoca nazista, però…

«Qualsiasi discorso che voglia sminuire la rilevanza tragica del nazismo è demenziale, quando non criminale. Ma questo vale in maniera trasversale. Il massimo orrore della storia dell’umanità è stato compiuto dal nazismo ed è stata la Shoah. Tuttavia, oggi vedo in tanta parte della sinistra europea, tra tutti penso a Jean-Luc Mélenchon in Francia, ma anche in Italia siamo messi tutt’altro che bene, basta vedere cosa è successo attorno al ddl sull’antisemistismo, che questa pulsione mostruosa nei confronti degli ebrei si è riattivata nel modo più sconvolgente, ma apparentemente rivestita di buone intenzioni. La sinistra internazionale da quasi tre anni si sta riempiendo la bocca con quello che loro definiscono il “genocidio” di Gaza, anche se non vi è stato alcun evento simile. Neppure lontanamente paragonabile. Chiunque non sia accecato dall’odio può tranquillamente rendersene conto. Afd, su questo, ha una posizione di gran lunga più ragionevole della stragrande maggioranza della sinistra occidentale, riconoscendo non solo il diritto di Israele a esistere, e ci mancherebbe altro, ma il diritto di Israele ad avere intrapreso le necessarie azioni di difesa e controffensiva che ha operato a Gaza e nel Libano».

C’è poi una posizione russofila in politica estera e una forte contestazione alle istituzioni occidentali: dopo la campagna elettorale, questo tema sarà smussato secondo lei?

«Sono due aspetti diversi. La componente russofila c’è ed in parte è legata a un paradossale nostalgismo per l’epoca della Guerra fredda, in parte ha radici ideologico-culturali, in parte, molto più concretamente, è legato allo choc energetico dovuto all’interruzione delle forniture russe che ha contribuito alle difficoltà dell’economia tedesca. La contestazione delle istituzioni occidentali, invece, deriva dall’inettitudine dell’Unione europea di cui parlavo prima riferendomi alla follia del Green deal e alla superfetazione regolatoria che strangola le attività private con una giungla burocratica che si somma a quella statale e a quella regionale».

«L’Europa è in una trappola»

L’Europa delle nazioni sognata dall’ultradestra in questo momento storico con una guerra in corso in Ucraina, è la risposta migliore che possiamo dare a grandi colossi come Russia, Cina e Usa?

«Ma devo dirle che non ho mai capito esattamente cosa sia questa “Europa delle nazioni”, mi pare una formula molto fumosa, inconsistente. I nazionalismi sono sempre un problema perché sono tra loro concorrenti. Quindi, i partiti molto nazionalisti al governo in Paesi diversi, soprattutto se confinanti, non possono che finire per essere in qualche modo in concorrenza, quando non propriamente avversari, o addirittura nemici. Personalmente penso che in Europa siamo in una trappola. Non vedo l’Unione europea come una istituzione reversibile, eppure non vedo neppure una sua possibile capacità di riformarsi dall’interno».

Sulla carta le tre vie possibili per governare per Alternative für Deutschland sarebbero: un posto con i moderati, il ricorso ai transfughi o l’appoggio rossobruno. Qual è la soluzione più plausibile?

«Su questo vedranno loro, penso che sia la cosa meno appassionante, nel senso che il dato politico che conta è la loro avanzata. Certo, fare l’accordo con l’estrema sinistra populista non mi sembra un’idea straordinaria. Anche perché in quel modo le componenti più “liberiste” del loro programma, che sono quelle più sensate, sarebbero probabilmente cancellate».

«L’Europa cambia» è stato il primo commento di Roberto Vannacci. Questa vittoria è il preludio dell’affermazione del generale «a destra della destra» meloniana?

«Roberto Vannacci ha presentato un programma politico grottesco, una specie di caricatura delle idee conservatrici. Se quel programma rispecchia la sua caratura politica, non credo che possa andare molto lontano. Il suo è puro movimentismo al momento».

«L’identità non può essere lasciata agli estremisti»

L’immigrazione è il motore del successo delle destre estremiste?

«L’immigrazione è certamente uno dei motivi. È la somma di tutte le cose di cui abbiamo discusso fino a qui. Tuttavia, io non credo alla questione della xenofobia (sebbene ci sarà sicuramente in alcuni anche quella componente). Credo, piuttosto, che sotto quella che chiamiamo “immigrazione” dobbiamo comprendere un fenomeno importantissimo che influenza l’aspetto del panorama culturale-sociale in cui si dipanano le nostre vite. Se io vivo in un quartiere che improvvisamente non riconosco più, in cui gli usi, i costumi, la lingua prevalente, i profumi e gli odori, la religione praticata cambiano radicalmente e io non avverto più quel luogo come casa, come un luogo familiare, allora diviene naturale e comprensibile sentirsi sradicati in casa propria. È un tema su cui bisognerebbe riflettere in maniera trasversale. L’identità non può essere una parola lasciata nelle mani degli estremisti, deve ritornare ad assumere un senso centrale in politica».

Non c’è niente che secondo lei dovremmo temere da questo cambiamento culturale in atto?

«Il cambiamento è sempre temibile, perché non si sa che cosa porta con sé. Allo stesso tempo è inevitabile, è vitale, e questo è senz’altro un grande periodo di trasformazione. Bisogna stare in ascolto, capire e fare proposte in grado di cogliere questo cambiamento e provare a portarlo sulla giusta strada. Ciò che non si può fare è proseguire su quanto fatto fino a ora».

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