Se mettete in un qualunque motore di ricerca il nome di Hakeem Jeffries, capo della minoranza democratica al Congresso Usa e leader dei deputati afroamericani, usciranno svariate accuse di sionismo. Sono in gran parte hater e, per carità, nel mondo degli odiatori da tastiera ci sta anche, nel senso che le critiche e le insinuazioni forse sono esagerate, ma il brillante erede di Nancy Pelosi è senza dubbio uno degli esponenti dem più allineati con Netanyahu.
Ma il peggio del peggio gliel’ha detto una giornalista palestinese e liberal che in Italia è molto conosciuta: Rula Jebreal. Intervistata su un canale YouTube americano quattro giorni fa, ha dato a Jeffries della «scimmia dell’Aipac» (la potente lobby ebraica negli Usa) e del «fattorino», dimostrando anche scarso rispetto per chi fa lavori più umili. Certo, se un suprematista bianco dell’Illinois dà della «scimmia» a un deputato di colore del partito democratico non è una notizia. E che un calciatore ignorantotto usi lo stesso insulto contro un avversario che lo sta surclassando è purtroppo una cosa che succede su molti campi da pallone. Ma una donna come la Jebreal, che insegna anche giornalismo all’università di Miami, sia così accecata dall’odio per i filo-israeliani da insultare una persona di colore è davvero lunare. Vedendo il podcast, in effetti, si nota che la giornalista è un po’ su di giri. Non si da pace che metà partito democratico continui a tenere bordone al governo di destra di Israele e a un certo punto comincia ad attaccare Hakeem Jeffries, avvocato di Brooklyn, che del partito è un emergente. Lo scorso 15 luglio, 103 democratici votarono per bloccare fondi diretti a Israele, appoggiando una misura proposta da un repubblicano. Ma alla fine, un accordo trasversale tra i due partiti diede il semaforo verde. La spaccatura tra i democratici fu sanguinosa, con Jeffries che appoggiò il finanziamento.
Rula Jebreal se l’è legata al dito, così durante l’intervista incriminata un certo punto sclera e definisce il deputato di colore «un venduto» e «una scimmia dell’Aipac», la potente associazione della lobby ebraica negli Stati Uniti. Poi, non paga, lo paragona a un loro «fattorino». Insomma, un servo dei sionisti.
Il conduttore, Wajahat Ali, che di pelle è appena meno scuro di lei, imbarazzato, dopo dieci minuti le fa notare: «Guardi che ha detto una cosa brutta». E lei, un po’ balbettando, risponde arrampicandosi sugli specchi: «Ma io parlavo delle tre scimmiette: non parlo, non vedo, non sento». Veramente un’artista, Donna Rula.
Tempo poche ore e arriva la pretesta ufficiale del Congressional Black Caucus, l’integruppo dei deputati afroamericani, che condanna Rula Jebreal per aver usato parole «apertamente intolleranti» contro il capogruppo democratico. Compreso l’epiteto «errand boy», che significa fattorino. Non un mestiere di cui vergognarsi. E poi risponde anche alla storia delle tre scimmiette: «Tanto per essere chiari, non c’è un modo non razzista per chiamare Jeffries, che è un uomo di colore, “scimmia” o “fattorino”».
Certo, a una donna progressista come la Jebreal non dovrebbe scappare di dare della scimmia a qualcuno, ma forse la toppa delle tre scimmiette è peggio del buco. Rula, alla fine, si è scusata con un post su X: «Sono disgustata e inorridita dal fatto che Hakeem Jeffries prenda soldi dall’Aipac durante il genocidio israeliano in Palestina. Detto questo, un termine che ho usato per descriverlo era inappropriato e offensivo e non avrei mai dovuto usarlo. Mi scuso incondizionatamente». In ogni caso, quando certe donne sanguigne si accalorano su un tema, può accadere di tutto. Restò celebre, nel 2004, un lungo sfogo contro Condoleeza Rice, neo segretario di Stato voluta da Bush junior. «Condoleeza, con quelle guancette da impunita, è la «lider maxima» delle donne-scimmia», scrisse sull’Unità del 25 novembre 2004 un’intellettuale e una femminista del calibro di Lidia Ravera. Dopo le inevitabili e noiosissime polemiche di rito, la Ravera se la cavò con mestiere, sostenendo che il riferimento alla donna «scimmia» era in quanto «schiava dell’uomo». Ma il meglio dell’editoriale era proprio all’inizio, dove scriveva: «Condoleeza Rice, indubbiamente nera e senza alcun dubbio donna, certamente afflitta da una vita di mestruazioni a cui, probabilmente, data l’età, è seguita la mai troppo rimossa menopausa…». Sono righe che solo a riportarle tremano le mani sulla tastiera. Quando donne di questo livello (la Ravera oggi ha 75 anni, la Rice 71) incrociano le spade, l’unica è chiudersi nell’armadio delle scope e aspettare in silenzio che abbiano finito.
Comunque si era giusto salutato con un senso di liberazione la fine della dittatura woke, dopo la retromarcia pubblica di Alexandria Ocasio Cortez, che ora passa la Jebreal e dà della scimmia a un avversario di colore. Anche meno, compagna.
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