«Ma perché non vai a chiedere a Monteleone perché è stato condannato per diffamazione?». Così, pochi giorni fa, un Sigfrido Ranucci parecchio irritato rispondeva a un inviato di Filorosso, il programma condotto da Antonino Monteleone, appunto. Allora partiamo proprio da qui. Se l’aspettava una risposta così? Ha detto il vero?
«Ha detto una cosa sbagliata. La potevo sentire da chiunque, ma da Ranucci è deludente: non puoi non rispondere all’inviato di una trasmissione perché il suo conduttore è condannato per diffamazione. Lo ripeto: è deludente».
Anche perché dovrebbe conoscerla bene…
«Mi hanno preso lui e Milena a Report nel 2011. Quando mi ha chiamato mi ha chiesto se avessi delle altre persone da consigliare: sì, Claudia Di Pasquale e Emanuele Bellano. E, guarda un po’, Claudia Di Pasquale oggi fa la conduttrice».
Però lui punta tutto sula condanna.
«È in primo grado e questa cosa fa ridere. Rispondo con una battuta: com’è? Con Lavitola ci parli, che ha un curriculum criminale di tutto rispetto, ma non con me o con il mio inviato?».
C’è un qualcosa di personale in tutto questo?
«Capisco che il momento è delicato e che nella sua posizione è facile sentirsi presi di mira. Ma non è il caso della nostra trasmissione. Filorosso non ha mai politicizzato il dibattito su di lui. Non abbiamo mai invitato politici a parlare del caso Lavitola. Abbiamo usato sempre opinionisti di tutti gli schieramenti. E poi vorrei far notare due cose».
Prego…
«Il contenuto social più forte a difesa di Ranucci è stato l’intervento di De Magistris a Filorosso. Quindi dire che noi lo massacravamo è una sciocchezza totale, altrimenti non avrebbe trovato dentro Filorosso il miglior contenuto a sua difesa».
E questa è la prima. La seconda invece?
«Articolo 21 ha pubblicato un altro intervento di De Magistris, sempre a Filorosso, in difesa di Ranucci. In tutte le altre trasmissioni, nemmeno dei competitor privati, ai quali lui ha concesso più e più interviste rifiutando di farlo all’azienda della quale continua a essere dipendente, non ha trovato niente di meglio rispetto a Filorosso. Questo lo dico perché non mi sembra una cosa marginale».
Chiudiamo il capitolo Ranucci. Tra poco ripartirà la sua trasmissione, Filorosso. Che cosa ci dobbiamo aspettare?
«Innanzitutto anticipiamo la partenza al 15, visti anche i buoni risultati di questo ciclo estivo, per quanto ci sia stata una controprogrammazione abbastanza serrata…».
I suoi detrattori dicono che non fa numeri così alti…
«L’anno scorso c’è sempre stata la sovrapposizione con le ultime puntate di Nicola Porro. E poi Mediaset ha messo Brindisi con Zona Bianca il lunedì e il giovedì. Il giovedì faceva un grande risultato perché sfiorava l’8% mentre il lunedì pareggiava con noi, che siamo, come ho detto sempre, una piccola bara che veniva messa in acqua solo d’estate e che adesso prova a navigare anche le acque più tormentate dell’autunno».
Quali saranno le novità che toccheranno maggiormente Filorosso?
«La novità più importante è che ci spostiamo a Milano e prendiamo in eredità lo studio che è stato di Milo Infante, che ha un armamentario tecnologico veramente all’avanguardia. È un fiore all’occhiello della Rai e cercheremo di sfruttarlo al meglio per coinvolgere il telespettatore dentro le storie dell’attualità e la cronaca».
Vi occuperete di qualche filone particolare?
«Abbiamo un competitor, che è Milo Infante, che sul martedì che sta macinando degli ascolti pazzeschi, anche se fino adesso si muove in solitaria finché non partirà anche Giovanni Floris. Lui fa una cronaca a tutto tondo perché è la sua specialità, è la sua cucina. Noi faremo invece un programma che si divide un po’ in due: in una prima parte si tratterà dell’attualità politica che seguirà il dibattito, mentre nella seconda le notizie, la cronaca».
Tipo Garlasco?
«Adesso il tema è Garlasco, ma non perché vada di moda ora. Perché contiene al suo interno una molteplicità di aspetti che continuano a catturare l’attenzione del pubblico, lo dicono i dati. Per cui, se noi decidessimo di fare gli schizzinosi e dire no a Garlasco su Rai3, faremmo un torto al pubblico che in realtà viene da noi anche per vedere questo».
C’è qualcosa su Garlasco che può anticipare? Che magari avete già raccolto e che vorrebbe dare in anteprima?.
«Su Garlasco è importante continuare a dare voce ai protagonisti. Certamente c’è un lavoro sul campo che serve a coinvolgere quei protagonisti che rifiutano l’invito in studio, oppure ci sono delle questioni che li riguardano da vicino e quindi proviamo a fare il nostro lavoro, che è un lavoro ingrato perché nessuno ha piacere di farsi raggiungere dalle telecamere. Però c’è una serie di personaggi in questa storia che merita almeno il tentativo di una domanda. E questo siamo in grado di prometterlo al pubblico: porremo tutte le domande che andranno fatte alle persone a cui vanno fatte».
Ci stiamo anche avvicinando al giorno delle elezioni, che non si sa se saranno in primavera oppure il prossimo settembre. Sta per iniziare la campagna elettorale…
«Una campagna elettorale globale. Abbiamo le elezioni di mediotermine negli Stati Uniti; quelle politiche in Israele che, secondo alcuni, rappresentano una nuova forma di influenza ed equilibrio; Francia, Germania e Italia andranno poi verso il voto l’anno prossimo. C’è poi una serie di tormenti in tutti i Paesi dell’Unione europea. Questi tormenti incidono sui temi più delicati e l’immigrazione è uno di questi. Alcune mosse che vengono dalla Francia o dalla Germania hanno una lettura banalmente politica. La storia dei dublinanti, improvvisamente si è riacceso il tema, ne è un esempio: ognuno ha i suoi problemi domestici e li prova a fronteggiare come può. Però il tema della gestione dell’immigrazione è centrale perché, negli ultimi dieci anni, è cambiato l’approccio. Sono state smascherate alcune bugie ed è cambiato completamente l’approccio».
Per esempio?
Per anni, i media e una parte del personale politico hanno trattato il fenomeno come ingovernabile, come una realtà da accettare e alla quale adattarsi. Po abbiamo scoperto che è una realtà che si può governare e che deve fare i conti con le esigenze della tenuta sociale, per usare le parole di Marco Minniti».
Lei prima hai citato Israele. Spesso lei viene accusato di essere un grande sostenitore dello Stato ebraico…
«Diciamo che questa è l’accusa di facciata, perché quella mascherata è di non conformarmi al coro dei buoni e giusti che, a sproposito, parlano di genocidio e sterminio. L’ultimo comunicato fatto dalla componente sindacale Usb della Rai ha messo me, Giovanni Battista Brunori e Incoronata Boccia al centro di una campagna per dire “basta sionismo dentro la Rai”. Però bisogna essere molto fantasiosi per dire che la Rai rappresenta la voce del sionismo Basta seguire la programmazione: non manca il pluralismo di idee e di posizioni. Se proprio uno volesse fare il “precisetto” potrebbe dire che, forse, c’è qualche sbilanciamento dall’altra parte. Forse forse».
Mettiamo da parte le polemiche. Mancano otto giorni. Siete pronti per ripartire?
«Sì, riprenderemo con un programma che dovrà soddisfare un’offerta che va rimodulata. Il martedì è un po’ cambiato rispetto a quello della scorsa edizione. C’era Bianca Berlinguer, c’era sempre Floris e c’era Far West che mescolava le inchieste sull’attualità, un po’ di cronaca e un po’ di politica. Adesso Rete4 non controprogramma più con la politica e l’attualità, ma vira pesantemente sulla cronaca.
Ecco, noi dovremo essere bravi a leggere il movimento del pubblico. Questa è una cosa portatrice di entusiasmo per la sfida, per l’inquietudine, per la difficoltà. Cercheremo di essere bravi come lo siamo stati quest’estate».
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