«Vinsi Sanremo dettando il testo al telefono»
Toto Cutugno e Cristiano Minellono

Sarà la musica, sarà il testo, sarà l’arrangiamento. Sarà la combinazione tra questi tre elementi. Fatto sta che alcune canzoni riescono a toccare le corde del grande pubblico e a rimanerne nella memoria per sempre. Cristiano Minellono, detto Popy, classe 1946, è un leggendario paroliere italiano. Solo per fare qualche esempio L’italiano, cantata da Toto Cutugno, Il tempo se ne va e Soli, interpretati da Adriano Celentano, Felicità e Ci sarà (Al Bano e Romina), Mamma Maria (Ricchi e Poveri), Comprami (Viola Valentino) li ha composti lui. Secondo l’ultima stima Siae, da egli stesso confermata, i suoi brani hanno venduto 665 milioni di copie nel mondo.

Origini nobili. Minellono di San Martino di Arundello.

«Mio padre era un grande attore. È morto a 27 anni – io avevo un anno – per le percosse. Era iscritto al Guf. Fu picchiato selvaggiamente e il risultato di quelle botte fu che un anno dopo morì. Mia madre, Maria Pia Arcangeli, era una cantante e grande attrice del varietà».

Quindi è cresciuto senza papà.

«Sono cresciuto anche senza mamma perché lavorava in teatro e io ero a Stresa, sul lago Maggiore, sfollati, con mia nonna, che mi ha fatto da mamma».

Poi si trasferì a Milano?

«Fino a nove anni e mezzo la mia infanzia l’ho vissuta a Stresa. Poi sono venuto a Milano e ho cominciato a lavorare come attore in teatro».

Come iniziò a scrivere canzoni?

«Nella stessa maniera in cui ha avuto inizio la mia attività teatrale. Ernesto Calindri era a cena a casa mia. Disse: “Sono disperato perché ho scelto di fare una commedia”, era Il walzer dell’anniversario al teatro Manzoni, “il protagonista è un bambino di 10-11 anni e non lo trovo”. “Lo faccio io”. Fu un successo. Ho iniziato a scrivere canzoni quando Toni De Vita – eravamo alla Curci con Giovanni D’Anzi – ha detto: “Ho fatto questa musica per Shirley Bassey ma non so a chi far scrivere il testo”. Io che non avevo nessuna esperienza ho detto: “Lo faccio io”. È piaciuto e ho cominciato. Il titolo della canzone era È giorno. Avevo 20 anni».

L’incontro con Luciano Beretta e Mogol…

«L’incontro con Luciano Beretta è stato bello, persona meravigliosa, mi ha insegnato davvero tante cose. Presa un po’ di notorietà, Mogol mi ha chiesto di fare coppia insieme, io avrei dovuto firmare le mie e le sue canzoni e lui le sue e le mie. Solo che era solo lui a firmare le mie. Allora non andava bene e ho rotto subito la coppia».

Dopo È giorno, che brano seguì?

«Due contemporaneamente che andarono al primo posto in hit parade, Il primo giorno di primavera dei Dik Dik e Soli si muore di Patrick Samson».

Le è accaduto di comporre anche musica per le sue canzoni?

«Ho composto solo parole ma ho collaborato a tante musiche, modificandole, migliorandole. Non ho mai voluto firmare».

Dov’era quando scrisse Il tempo se ne va cantata da Celentano?

«Ero a casa di Adriano a Galbiate. Rosita mise un vestito di sua madre, Adriano si accorse che era diventata una piccola donna e gli prese una gelosia tremenda. Quella sera sono tornato a casa e l’ho scritta subito».

C’entra qualcosa la vittoria degli azzurri a Spagna ’82 nella composizione di L’italiano?

«No, è stata una combinazione».

Genesi del brano?

«Una mattina sono tornato dalla festa di compleanno di Renzo Arbore. Erano le 7. Ho acceso la televisione e in quel momento su Canale 5 cominciava il programma Buongiorno Italia. “Che bel titolo”, ho pensato. Ho preso la penna e scritto il testo».

È vero che inizialmente era stata pensata per Celentano ma il Molleggiato non accettò di cantarla?

«È vero, non accettò di cantarla ritenendola troppo ruffiana, troppo popolare… perché ha sbagliato… ha fatto una stupidata a non volerla cantare… ed è stata la fortuna di Toto Cutugno».

Da quanto tempo non sente Celentano?

«Da almeno dieci anni».

Ha provato a chiamarlo?

«Non ho il numero. Sua moglie fa muro intorno a lui».

Felicità di Al Bano e Romina, seconda a Sanremo ’82. Dov’era quando la compose?

«Ero a Monaco di Baviera con il discografico della Baby Record e con Al Bano e Romina. Dario Farina, l’autore della musica di Felicità, me l’ha fatta sentire e scrissi subito il testo».

Ci sarà, interpretata sempre dai Carrisi, vincitrice di Sanremo 1984… La coppia fu coinvolta?

«Non furono coinvolti, la cantarono e basta. Ma io ho sempre lavorato su misura. Il discografico mi diceva: “Devi fare questo testo per i Ricchi e Poveri, per Al Bano e Romina…”. E io lo facevo. Non si può fare una canzone senza sapere chi la interpreta».

Tuttavia L’Italiano passò da Celentano a Cutugno…

«Toto Cutugno e Celentano erano la stessa cosa, due uomini abbastanza bellocci, che cantavano abbastanza bene, della stessa età… quindi non c’era problema. Se invece Felicità l’avesse cantata Peppino Gagliardi sarebbe stata una cosa totalmente campata in aria».

Pertanto li pensava insieme Al Bano e Romina mentre scriveva per loro?

«Certo».

Un cantante deve sentire essere nelle sue corde un brano propostogli?

«Dovrebbe essere così ma i cantanti non capiscono molto. A Romina Felicità non piaceva, diceva che era una canzone da poco. Allora era diverso, era il discografico che decideva quale canzone cantava l’artista».

E adesso?

«Adesso è l’artista che decide, e infatti spesso e volentieri fa delle canzoni brutte».

Nella maggior parte dei casi nasce prima la musica e poi il testo?

«Nel 99 per cento dei casi nasce prima la musica, poi viene fatto il testo e poi sulla canzone completa, fatta di musica e testo, si fa l’arrangiamento».

Nel momento in cui si scrive il testo di una canzone è necessario dunque seguire una metrica?

«Certo, la metrica della musica. Infatti vinsi il festival di Sanremo con Ci sarà proprio grazie alla metrica. Il discografico mi disse: “Devi fare questa canzone per Al Bano e Romina per Sanremo però non ti sbattere molto perché non vinceranno, lo vincerà Toto Cutugno con Serenata”. Dovevo scrivere il testo di Serenata, dissi, “non mi piace come titolo” e allora non l’ho fatta, l’ha fatta Pallavicini. Mi arriva la cassettina con la musica di Ci sarà e mi trascrivo la metrica. Come si trascrive la metrica? Con i numeri».

E dunque?

«Al Bano mi chiama alle 10 di sera. “A mezzanotte scade il termine per Sanremo. Sono nella saletta di Pippo Baudo a Roma, adesso mi detti il testo per telefono perché altrimenti non vado a Sanremo”. Ho preso il foglio con quella metrica e mi sono inventato tutto il testo al telefono e abbiamo vinto Sanremo».

Esistono tuttavia casi in cui le parole siano scritte prima della musica?

«Esistono, ma solo per certi cantautori come De Gregori, che hanno testi molto belli ma musiche mediocri perché hanno cercato di fare la musica andando dietro al testo. Invece quando scrive la musica un musicista deve essere libero di scrivere».

Qual è il segreto affinché una canzone conquisti un pubblico molto vasto?

«Devi usare un linguaggio che si rivolga ai giovani. Se devi fare una canzone nazional-popolare come Felicità devi rivolgerti a un pubblico più vasto. Ma è semplice: una canzone ha successo quando ha una bella musica e un bel testo perché, attenzione, il successo non lo fa l’artista. Lo fa la canzone. Infatti L’italiano non l’ha fatta Celentano ma Cutugno, che allora era sconosciuto».

Talvolta, sue esperienze personali l’hanno ispirata?

«Tantissime».

È sposato?

«Sono stato sposato un po’ di volte».

Quante?

«Realmente due, in pratica tre. Ho avuto tante compagne, tante donne, tante avventure».

Al suo attivo molti evergreen anche per i Ricchi e Poveri. Uno a cui sono particolarmente affezionato è Come vorrei. «Come vorrei che questo amore / non si sciogliesse come fa la neve al sole… / senza parole». Era la sigla finale di Portobello.

«Eravamo in sala d’incisione a Monaco di Baviera con i Ricchi e Poveri. Insieme a Dario Farina abbiamo scritto Come vorrei. Il discografico, sentendola, disse: “È bruttissima, però non abbiamo tempo di farne un’altra e la mettiamo nel disco lo stesso”, pensi com’era furbo. Siamo andati da Tortora e gliel’abbiamo proposta come sigla di Portobello. Evidentemente gli piacque. Le mie canzoni, se ci fa caso, sono tutte un film. Basta chiudere gli occhi e lo vedi».

Ha composto anche molti brani per Dori Ghezzi, tra cui la celebre Con chi stai, con chi sei?, da lei cantata con Wess, seconda a Sanremo 1976.

«Eh lì ci fregò la vittoria Peppino di Capri…».

Molto bella, serena, anche Mamadodori. «Quando il cielo è un prato seminato / stelle e fiori»…

«Ero in Sardegna con Dori, Fabrizio e Luvi, la bambina, che chiamava Dori “mamma Dododori” e allora ho fatto la canzone».

E Fabrizio come lo ricorda?

«È stato il mio più grande amico, una persona meravigliosa. Mi fece il più grande complimento della mia vita: “Sei l’unico vero grande poeta italiano”».

Il testo cui è più affezionato?

«La canzone che mi soddisfa di più è L’italiano. Scrissero su L’Unità che era una canzone banale, qualunquista, piena di luoghi comuni. Invece è una fotografia storica e critica dell’Italia perché “l’autoradio nella mano destra” vuol dire che siamo un Paese di ladri. L’hanno rifatta in tanti e le vendite mi hanno vendicato, quasi 40 milioni di dischi nel mondo, tradotta in tutte le lingue».

Dal 1981 al 1989 Silvio Berlusconi la volle responsabile artistico di Fininvest, oggi Mediaset, e suo consigliere.

«Persona stupenda, grandissimo imprenditore. Mi ha dato carta bianca, ho fatto Buona domenica con Lorella Cuccarini e Marco Columbro che ha battuto Domenica in, risultato impensabile per una tv privata. Gli dissi che sarebbe costata circa 30 miliardi di lire, un miliardo a puntata, erano 33 puntate. Disse: “Ci credi?”. Risposi: “Ci credo”. “Va bene, allora facciamola”. Quando nel ’91 si è ritirato per darsi alla politica ho lasciato Canale 5».

Che differenza c’è tra una poesia e una canzone?

«In una poesia non hai l’obbligo della metrica, in una canzone sì».

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