Francesco Filini, responsabile del programma di Fratelli d’Italia
Francesco Filini, responsabile del programma di Fratelli d’Italia (Imagoeconomica)

Il governo Meloni si prepara a tagliare un altro traguardo, mentre sul fronte opposto il centrosinistra cerca ancora una formula per contendere la partita al centrodestra. Francesco Filini, responsabile del programma di Fratelli d’Italia, fa il punto sulla legislatura, sulle prossime elezioni e sulle sfide che attendono la maggioranza. Dall’immigrazione alla legge elettorale, fino al futuro di Report e al caso Ranucci, con uno sguardo anche alla concorrenza interna rappresentata da Vannacci.

Mancano quattro giorni.
«Abbiamo stravolto tutti i pronostici».

Erano funesti.
«Ci davano sei mesi di vita. Preannunciavano l’isolamento internazionale, l’impennata dello spread, l’invasione delle cavallette…».

È andata meglio del previsto.

«Siamo diventati il governo più duraturo di sempre, con la prima donna a Palazzo Chigi nella storia della Repubblica».

Il 4 settembre si preparano sobri festeggiamenti al porto di Bari.

«Il piatto forte sarà l’intervento di Giorgia Meloni, chiaramente. Potrà rivendicare il lavoro fatto fino a oggi: un milione e duecentomila posti di lavoro in più, il crollo degli sbarchi, gli indicatori finanziari che certificano la nostra affidabilità».

Francesco Filini, responsabile del programma di Fratelli d’Italia, non mancherà l’attesa celebrazione.

«Tra l’altro, il 4 settembre è pure il mio compleanno. Ne compio 48».

Tornando alla longevità politica, il record precedente apparteneva a Berlusconi.

«Il centrodestra governa per volere dei cittadini, con un progetto chiaro. La sinistra è andata al potere solo per giochi di palazzo, con esecutivi balneari».

Il nuovo Campo largo assomiglia al vecchio Ulivo?

«Prima, bene o male, un leader riuscivano a trovarlo. Vedi Prodi. Oggi vogliono candidare un diciottenne o un partigiano».

L’idea è venuta a Roberto Speranza, già indimenticabile ministro della Salute.

«Non sanno più cosa inventarsi».

Anche il programma sembra incerto.

«L’unica cosa che li accomuna è l’amore viscerale per le tasse, dalla patrimoniale alla tassa di successione».

Conte suggerisce di seppellire il wokismo.

«Giuseppi è sempre molto abile nel mettersi a favor di vento. Da oltreoceano arriva questa novità. E lui prova a passare per moderato, dopo aver sposato in questi anni il massimalismo».

I sondaggi per loro sono benevoli.

«Il Campo largo è un’entità che ancora non esiste. Quando bisognerà indicare un leader, vedremo se gli italiani sceglieranno Giorgia Meloni o il nome che tireranno fuori».

Conte o Schlein?

«Non riesco a fare pronostici. E mi interessano fino a un certo punto».

Non sia ecumenico.

«Se vince Conte, implode il Pd. Se trionfa Schlein, si dissolvono i 5 stelle».

Gli elettori di uno non voteranno per l’altra?

«E viceversa: non è certo una coalizione, come il centrodestra».

Si voterà l’anno prossimo?

«Di sicuro, non a ridosso della finanziaria. Nel 2018 c’hanno messo tre mesi a fare il governo».

Aprile o autunno 2027, quindi?

«Per il momento pensiamo a lavorare, non alla data delle elezioni».

A settembre verrà approvata la legge elettorale, intanto.

«C’era già un accordo tra tutta la maggioranza alla Camera. Poi, qualche imboscato ha preferito andare contro le indicazioni dei partiti».

Qualche forzista?

«Adesso è inutile fare congetture, quel che conta è che la nuova legge elettorale passerà con le modifiche».

Riproporrete le preferenze al Senato.

«Dove il voto è palese».

Con le nuove regole, chi vince avrà un generoso premio di maggioranza.

«Nemmeno tanto generoso. Rispetto a oggi, la maggioranza sarebbe probabilmente più ristretta».

Senza Vannacci il centrodestra non vince, assicurano.

«Piuttosto che ascoltare gli analisti, lascerei decidere gli elettori a cui verrà posto il quesito: meglio votare Meloni o il centrosinistra? Allora se ne renderanno conto. Scegliere Vannacci equivale a favorire l’altro candidato: che sia Conte, Schlein, il diciottenne o il partigiano».

Il generale, però, avanza.

«L’antipolitica ha sempre il suo fascino. Con Grillo erano i cittadini che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, oggi il militare promette di risolvere ogni problema. Poi però ci sono i problemi reali, che non si risolvono a colpi di slogan».

Il generale predica ordine e disciplina.

«Incarna una destra caricaturale: quella che i nostri avversari hanno sempre sognato e non siamo mai voluti essere. È funzionale alla narrazione piena di stereotipi dentro cui volevano rinchiuderci: il recinto degli impresentabili che non possono guidare il Paese».

È la «sporca dozzina».

«La sua comunicazione è fatta di iperboli. Come la tassa sulle bestemmie e le imprecazioni ai defunti. Noi romani, a furia di “li mortacci tua”, saremmo tutti sul lastrico».

Promette educazione militare a scuola ed esercito in città.

«E magari fra poco arriveremo all’istituzione della polizia morale, come in Iran. Sono sparate che servono solo a far parlare di sé. Puro marketing politico».

Ogni accordo è precluso?

«È un po’ difficile fare alleanze con uno che pretende di dettare le condizioni, che parla di “invalicabili linee rosse”, che alle suppletive in Calabria fa di tutto per far perdere il candidato di centrodestra, che in Parlamento vota sempre no alla fiducia. Vannacci briga per far cadere il primo governo della storia con un premier di destra».

Sulle preferenze vi ha seguito.

«Nutro più di qualche dubbio».

Non sarebbe affidabile?

«Diceva che non avrebbe mai lasciato la Lega perché sarebbe stato un favore alla sinistra. Dopo pochi mesi ha fatto esattamente il contrario. Questo dà la misura del personaggio».

Filini indichi allora gli intenti dello storico centrodestra.

«Questa legislatura è servita a rimettere a posto i conti e dare credibilità al Paese. Abbiamo pagato tutti i buffi del Superbonus lasciati da Giuseppe Conte e dal resto della compagnia. I prossimi cinque anni saranno quelli dello sviluppo».

Le elezioni si vinceranno parlando di immigrazione e sicurezza?

«Sono certamente due assolute priorità. Noi continueremo con la nostra linea, che è diventata anche quella dell’Europa».

«L’Ue non accetterà ingressi di irregolari» dice il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, dopo l’esodo a Ceuta.

«Prima a Bruxelles seguivano l’agenda Soros al grido di “accogliamoli tutti”. L’Italia era diventata il campo profughi del continente. Oggi condividono l’agenda Meloni, cercando di difendere le frontiere anche grazie agli hub per i rimpatri in altri Paesi».

I centri in Albania.

«Con buona pace della sinistra».

Non è passata invece la tassa sugli extraprofitti petroliferi chiesta dal premier.

«La volevano un po’ tutti, in realtà. Nessuno Stato vuole però adottarla da solo, perché perderebbe competitività rispetto agli altri».

I rincari di gas e benzina peseranno sulla finanziaria.

«È inevitabile. Questa crisi avrà un impatto sulle casse pubbliche. Noi però ci aspettiamo di uscire dalla procedura di infrazione».

Quando?

«Il verdetto dovrebbe arrivare il 20 settembre. Speriamo di rientrare nei parametri del 3% nel rapporto tra deficit e Pil. Sarebbe un altro enorme successo che aprirà spazio per una manovra all’insegna della crescita».

«Non ti fidar di me se il cuor ti manca»: l’ardimentosa scritta campeggia nell’immagine del suo profilo Whatsapp.

«L’ho letta nelle carte da briscola, sull’asso di spade. Mi è rimasta impressa. È un monito per chi si trova a brandire l’arma».

Una metafora politica.

«Un’esortazione al coraggio: quando si decide, non bisogna aver timore. Difatti “senza paura” è stato il nostro primo slogan».

Oltre a custodire l’ortodossia programmatica, Filini guida il decisivo Ufficio studi del partito, ereditato dal sottosegretario Fazzolari.

«Guidarlo è un onore e una responsabilità. Giorgia ha sempre voluto investire nella ricerca e nell’elaborazione politica».

Stefano Bonaccini, presidente del Pd, teorizza: «Chi vota Meloni è mediamente meno istruito».

«Resta la solita sinistra. È la stessa presunta superiorità intellettuale e morale di Ranucci: dopo tutto quello che è venuto fuori, piuttosto che chiedere scusa per le dubbie frequentazioni e i metodi disinvolti, si lagna perché nessuno sarebbe degno di sostituirlo».

Da capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione di Vigilanza Rai, lei da anni denuncia il «metodo Report».

«Basta guardare i numeri. È stato giornalismo a senso unico. Una storica trasmissione d’inchiesta è diventata strumento di propaganda politica. Coi soldi pubblici».

L’ex conduttore e la redazione sono pronti al martirio.

«Report esiste da decenni e continuerà a esistere».

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