«Prima di fare propaganda sarebbe utile conoscere le questioni di cui si parla». Giorgia Meloni interrompe le vacanze per tirare in testa a Elly Schlein il trattato di Dublino compresi gli aggiornamenti.
La replica di Meloni a Schlein e la gestione dei dublinanti
Dopo qualche giorno di relax nel suo Salento preferito (la valle d’Itria), la premier torna nelle homepage con un post sui social per rispondere alla segretaria del Pd che aveva definito «un boomerang, cieca ideologia» la sospensione di Schengen alla luce delle richieste di rispedire in Italia qualche sporadico migrante da mezza Europa. Una ricostruzione stroncata in toto, piani differenti, norme differenti. Morale della replica: al Nazareno scambiano le mele con le pere anche in agosto.
«Sono due cose completamente diverse e non c’entrano nulla tra loro», sottolinea Meloni, che ieri sera ha inaugurato a Taranto i Giochi del Mediterraneo accanto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Il Patto europeo su migrazione e asilo rappresenta una svolta favorevole all’Italia, soprattutto nella gestione dei dublinanti, ovvero le persone per le quali un altro Paese europeo chiede allo Stato di primo ingresso di farsi carico della domanda di asilo.
Le nuove regole offriranno maggiori tutele ai Paesi di primo ingresso in tema di richieste di asilo. E con il rafforzamento del principio di Paese terzo sicuro voluto dall’Italia, sarà più semplice effettuare rimpatri accelerati». Poiché su un tema così cruciale la teoria convince fino a un certo punto, Meloni passa ai fatti: «Dal 2023 l’Italia ha respinto circa 80.000 richieste di presa in carico avanzate dagli altri Stati membri. È grazie alla fermezza di questo governo se l’Italia non si è limitata ad accettare passivamente tutto ciò che gli altri Stati ci chiedevano».
La linea del Governo sul contrasto all’immigrazione clandestina
Niente appeasement, nessun tappetino come accadde durante la lunga stagione dei governi progressisti. «Cosa avrebbe fatto un governo di sinistra?», si autolancia la premier. «Probabilmente avrebbe accolto quelle richieste, aggravando ulteriormente la pressione sul nostro sistema di accoglienza e creando ancora più problemi nella gestione dei flussi migratori.
La priorità per l’Italia resta il contrasto all’immigrazione illegale di massa, non decidere semplicemente come distribuire i migranti in Europa. Continueremo a lavorare per ridurre gli arrivi irregolari con il rafforzamento delle frontiere esterne, la cooperazione con i Paesi di origine e transito, il contrasto ai trafficanti e una politica dei rimpatri più efficace».
L’intervista al New York Times e i rapporti con Donald Trump
Il ritorno sulle scene della premier è curiosamente sollecitato anche dall’altro «antipatizzante» del momento, Donald Trump, che occupa una parte della lunga intervista che il New York Times ha dedicato a Giorgia Meloni, mettendola al centro della politica europea e certificandone lo status internazionale come leader carismatico e affidabile.
«È evidente che con Trump pensavo che le cose sarebbero state più facili», risponde a una domanda di Roger Cohen, ricevuto a palazzo Chigi, «anche considerando la nostra convergenza sull’immigrazione e sulla cultura woke. Però sono andate in maniera diversa».
Gli attacchi della Casa Bianca a papa Leone XIV, le parole fuori controllo contro i militari europei impegnati nelle missioni internazionali, i tweet in stile tardo-liceale contro la sua persona, le ripicche daziarie hanno raffreddato i rapporti. Meloni ha spiegato che non si sentono da settimane. E quando l’intervistatore le ha chiesto se dopo la pausa estiva sarebbero tornati a parlarsi, lei ha risposto freddamente: «Beh, vedremo».
Poi ha affrontato il tema con pragmatismo: «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia molto importante e io non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali». Per la premier il concetto chiave è: orgoglio nazionale. «Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, un’Italia che si considera inferiore alle altre nazioni guida europee. Il mio obiettivo è realizzare la più grande rivoluzione possibile in questa nazione: la rivoluzione dell’orgoglio».
I risultati dell’esecutivo e la leadership internazionale
Il Nyt sottolinea la longevità del suo governo mentre la Francia ne ha cambiati sei e la Gran Bretagna ha sostituito tre primi ministri. A proposito, lunedì alla riunione dei Volenterosi sui dossier internazionali ci sarà anche lei, in collegamento video. Il quotidiano più importante del mondo ricorda con onestà intellettuale la discesa del deficit dal 7% al 3%, il primo miglioramento del rating sul debito dopo 23 anni, il significativo freno agli sbarchi dei clandestini.
Agli italiani piacciono i risultati, ma piace anche lei come persona. «Forse perché mi impongo delle regole. La prima regola è che non dico mai qualcosa che non penso. Non c’è modo di costringermi a dire qualcosa in cui non credo: il mio cervello va in cortocircuito. Le persone capiscono quando qualcosa è falso. Credo sia l’errore più grande che possa commettere un politico».
La ragazza cresciuta nella destra romana è diventata leader e il giornalone dem di Manhattan si stropiccia gli occhi. Meloni tira le somme: «Ciò che mi ha portato qui è stato il coraggio di schierarmi dalla parte scomoda della Storia, di scegliere di andare controcorrente».
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