La risposta è arrivata a stretto giro e ha il tono secco di chi non ammette repliche. La lettera con cui il premier Giorgia Meloni chiede maggiore flessibilità è giunta alla Commissione europea, come confermato nella serata di ieri, ma in mattinata la portavoce Paula Pinho aveva risposto. «Abbiamo già dato più flessibilità agli Stati membri».
La partita politica di Giorgia Meloni
La richiesta italiana, che ieri Meloni ha rilanciato, punta a ottenere dalla Commissione il riconoscimento dell’inflazione legata al caro energia nel calcolo dei parametri europei. Nella lettera il premier dice che «il prezzo del petrolio greggio in euro è quasi l’80% più alto rispetto all’inizio dell’anno; il gas naturale è più caro del 156%.
Sebbene la maggior parte degli Stati membri sia intervenuta per contenere l’aumento dei prezzi dei carburanti e delle bollette, il reddito disponibile reale delle famiglie è duramente colpito, con l’inflazione che ha raggiunto un nuovo massimo a settembre. Inoltre, la competitività delle imprese europee è stata gravemente compromessa dall’aumento dei costi energetici».
Poi ricorda la presenza di diverse voci di spesa indicizzate all’inflazioni e, pertanto, destinate ad aumentare indipendentemente dalla volontà dell’esecutivo. «Ritengo», continua Meloni chiedendo esplicitamente più margini nel bilancio, «che il quadro fiscale lasci spazio alla Commissione europea per tenere conto dei fattori rilevanti che ho appena evidenziato nella valutazione ex ante della conformità alla regola di spesa mentre valuta le prossime bozze di piani di bilancio».
Gli appelli di Meloni a Von der Leyen
In un’altra sede, il presidente del Consiglio ha ribadito che «non si può non tenere in considerazione il cambio dei conti che non dipende da noi, ma dalla situazione contingente».
Richiesta legittima alla luce degli ultimi, allarmanti dati sul carovita al 4,2% (il dato tendenziale più alto dal 2023), tenuto conto che le cause sono esogene, determinate cioè dalla crisi del Golfo e dalle difficoltà di approvvigionamento energetico, per le quali il governo non può far altro che agire di rimessa, dal taglio delle accise alla moral suasion sulle compagnie petrolifere.
Un appello accolto anche sul tema delle bollette, come ha ricordato Meloni.
Una strategia che non solo non può continuare a lungo ma che è subito neutralizzata dalla continua corsa al rialzo del prezzo del petrolio. Il che significa, ha rimarcato la premier, che «servono soluzione strutturali di lungo periodo».
Peraltro, anche il commissario Ue all’Energia, Dan Jørgensen, ha ragguagliato la presidente Ursula von der Leyen sulle «difficoltà che si preannunciano per il prossimo inverno» e sulle stime di «prezzi molto elevati». Quindi la Commissione è ben consapevole dello scenario.
Un problema comune a tutta l’Ue
Ed è quanto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, rimarca quando dice che quella dell’Italia è «una richiesta ovvia», ricordando che «il sentiero della spesa è un sentiero di spesa nominale» che l’Italia «sta rispettando e siamo tra i più bravi», come peraltro con il target del 3% del deficit sul Pil, sfiorato per un soffio. «Il problema è che con l’attuale tasso di inflazione quel sentiero di spesa, siccome nel bilancio ci sono delle poste indicizzate all’inflazione, diventa difficile da mantenere, ma non per noi, per tutti».
Ciò che Giorgetti vuol dire è che quando la Commissione ha definito il livello del carovita, la situazione geopolitica era molto diversa.
Peraltro anche la Repubblica Ceca si è unita all’Italia nel presentare alla Commissione un documento congiunto con proposte su misure temporanee per l’Ets, tra cui la riduzione dell’impatto dei costi del sistema sui prezzi dell’energia e il rinvio dell’entrata in vigore dell’Ets 2 per trasporti ed edifici.
Inoltre c’è la Francia alle prese con l’esplosione del deficit, destinato ad aumentare fino a circa il 5,4% del Pil nel 2026.
Meloni ha rimarcato che «l’inflazione è un problema che hanno tutti gli Stati membri. Basta pensare alle pensioni e all’assegno unico». Non c’è quindi un caso Italia nella richiesta di flessibilità. Bisogna considerare il cambio di scenario che ha travolto tutto il Vecchio continente.
Lo scenario economico europeo
Intanto la situazione di incertezza e le pressioni sull’inflazione impattano sul costo del debito, fenomeno non solo italiano. Lo spread fra Btp e Bund è arrivato ieri a 118,5 punti base, sui livelli di gennaio 2025, mentre il rendimento del titoli di Stato, al 4,69%, si muove sui massimi da oltre tre anni.
Un trend che il Tesoro monitora ma che al momento non desta allarme. Il vice ministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha ribadito che «i conti pubblici italiani si trovano in una situazione di forte solidità e l’Italia è in una posizione migliore rispetto a quella di altri Paesi europei. Siamo assolutamente lontani anni luce dalla crisi vissuta dalla Grecia diversi anni fa», come pure dall’esplosione dello spread che portò al governo Monti.
Questo lo scenario in cui si colloca il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), che sarà esaminato nel consiglio dei ministri programmato per oggi. Ieri si è svolto un vertice di maggioranza di preparazione che ha visto riuniti oltre al premier, i due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro Giorgetti e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi.
L’aggiornamento sui conti pubblici che farà da cornice alla prossima manovra dovrà infatti contenere, come indicato dal Parlamento, anche i capisaldi della legge di Bilancio e potrebbe essere affiancato dalla relazione sulla clausola legata a energia e difesa, se il governo deciderà di attivarla, con uno scostamento di bilancio. L’esame e voto in Aula alla Camera sono previsti per il 13 ottobre.
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