Fra le tante stranezze della situazione politica italiana sembra potersi annoverare anche quella mostrata dalla coalizione di centrodestra attualmente al governo le cui componenti, ad esempio, fanno aderire i loro rappresentanti al Parlamento europeo a gruppi distinti e, a volte, contrapposti l’uno all’altro, tanto che, in non rare occasioni, come quando si è trattato del piano di riarmo europeo e del riconoscimento della Palestina come Stato, hanno votato in modo diametralmente difforme tra loro.
Ed altro esempio, fra i tanti possibili, appare quello costituito dalle reazioni ai recenti successi elettorali ottenuti in Germania dal partito Afd di Alice Weidel, ritenuto di estrema destra, avendo essi suscitato l’entusiasmo del leader della Lega Matteo Salvini e, di contro, il costernato disappunto di Antonio Tajani, leader di Forza Italia, mentre in disparte si è, prudentemente, mantenuta la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.
Vi è però da dire che, nonostante tali macroscopiche manifestazioni di interni dissensi, la coalizione non solo non si è dissolta ma ha anzi battuto il record di permanenza al governo e mostra di voler durare fino alla fine della legislatura. Ciò può indurre a chiedersi – avuto riguardo alla recente comparsa sulla scena politica del nuovo soggetto costituito dal partito Futuro nazionale, fondato e diretto dall’ex generale Roberto Vannacci – se il suo programma sia tale per cui, consentendogli di entrare a far parte della coalizione, si produrrebbero dissensi di tale maggiore entità da non consentire alla stessa di sopravvivere.
La risposta, a stretto rigore, dovrebbe essere negativa. Su uno dei temi, infatti, di maggiore importanza, quale è quello della prosecuzione o meno del sostegno militare all’Ucraina contro la Russia, in cui già si registra la netta contrapposizione tra la Lega, che è decisamente contraria, e gli altri due partiti, che sono altrettanto decisamente favorevoli ed hanno finora imposto la loro scelta, la posizione di Vannacci risulta sostanzialmente sovrapponibile a quella di Salvini. Appare perciò lecito dedurne che come il dissenso di quest’ultimo non ha finora impedito la sopravvivenza della coalizione, neppure la impedirebbe quello di Vannacci. Logicamente insostenibile appare quindi l’opinione di quanti ritengono invece che già la sola contrarietà dell’ex generale a quella che è stata finora la politica del governo, nel suo complesso, sulla materia in discorso, escluderebbe «a priori» la possibilità di renderlo partecipe della presente o anche di una futura maggioranza governativa.
A maggior ragione, poi, una tale pregiudiziale esclusione non troverebbe giustificazione qualora si passasse ad altre materie, nelle quali le posizioni di Fn non si discostano, nell’essenziale, da quelle sostanzialmente condivise da tutti i partiti dell’attuale maggioranza governativa. È il caso, in primo luogo, dell’immigrazione, in cui tanto Fn quanto i detti ultimi partiti individuano come obiettivo di fondo – in conformità, del resto, con le più recenti direttive europee – quello di un rafforzamento delle misure volte ad impedire l’afflusso e lo stanziamento sul territorio nazionale di «migranti» clandestini ed a rendere più facile e sicura l’espulsione di quanti delinquono o non hanno titolo ad ottenere accoglienza. È certamente possibile che, su singoli punti, rimangano delle divergenze, ma ciò, trattandosi appunto di singoli punti, non dovrebbe impedire che essi possano essere oggetto di discussione, una volta che l’obiettivo di fondo, come si è detto, sia sostanzialmente condiviso. E ciò vale, in particolare, con riguardo alla famigerata «remigrazione», che costituisce effettivamente uno dei punti maggiormente qualificanti del programma di Fn, leggendo il quale, però, pur con la lente d’ingrandimento, sarebbe impossibile trovare conferma alcuna che con essa si sia inteso proporre deportazioni o espulsioni di massa, come invece spesso sostenuto da chi quel programma non si è – deve presumersi – neppure dato la briga di leggerlo. La «remigrazione» voluta da Vannacci, infatti, in altro non dovrebbe consistere se non nell’ampliamento delle già esistenti ipotesi in cui può darsi luogo ad espulsione di stranieri, senza che risulti minimamente posto in dubbio il principio che la stessa dovrebbe sempre e comunque essere disposta con provvedimenti da adottarsi motivatamente per ogni singolo caso, con tutte le garanzie legali previste in uno stato di diritto qual è (e certamente rimarrebbe) l’Italia.
Quanto ad altre materie quali la sicurezza, la giustizia, la fiscalità, l’economia, i rapporti con l’Unione europea, la tutela dell’ambiente, le proposte di Fn si risolvono, in sostanza, nella prospettazione di misure, tutte discutibili ma non certo rivoluzionarie, volte al conseguimento di obiettivi in larga parte condivisi dagli altri partiti dell’area di centro destra. Tra essi, in particolare, una maggior tutela dei cittadini dalla criminalità comune, una riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese, una più efficace difesa degli interessi nazionali in ambito europeo, una drastica revisione dell’agenda «green» imposta da Bruxelles. Né, d’altra parte, si propongono, nel programma di Fn interventi su leggi in materie «sensibili», quali l’aborto e le unioni civili, se non, quanto a queste ultime, per estenderne l’applicabilità anche ai semplici rapporti di amicizia.
Stando così le cose, un pregiudiziale rifiuto anche della sola ipotesi di accordi elettorali che comprendano Fn difficilmente potrebbe trovare oggettiva giustificazione in una pretesa, assoluta incompatibilità di programmi politici, dovendosi piuttosto individuarne la motivazione o in una passiva acquiescenza agli anatemi fulminati contro Vannacci dal sant’uffizio delle sinistre riunite, ovvero in meschini risentimenti personali per il preteso «tradimento» di cui l’ex generale si sarebbe macchiato nei confronti di chi aveva favorito il suo ingresso in politica. Nell’ipotesi, quindi, (assai probabile) di una vittoria delle sinistre alle prossime elezioni, in mancanza dell’apporto di Fn, è prevedibile che almeno una buona parte dell’elettorato di centro destra ne attribuirebbe la responsabilità, più che a Vannacci, a quanti, senza valida ragione, avessero aprioristicamente respinto ogni possibilità di accordo con lui. E, in tal caso, costoro non potrebbero poi stupirsi e lamentarsi se, alla successiva tornata elettorale, subissero uno smacco analogo a quello che, in Germania, è stato inflitto alla Cdu dell’ancora non si sa per quanto tempo cancelliere Friedrich Merz da quella stessa Afd con la quale egli non aveva voluto che si stipulassero accordi di sorta.
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